Brooklyn – Limerick, andata e ritorno

 

 

 

 

Il verde e l’arancione esplodono da più di quattro secoli nei cortei per St. Patrick, il santo patrono dell’Irlanda; estesi a molte capitali del mondo, rimangono spettacolari quelli che si svolgono a New York e a Dublino naturalmente, il 17 marzo. Sono milioni i cittadini americani, discendenti dagli emigrati irlandesi, legati alle proprie radici, alla lontana patria matrigna, ad usi e costumi d’oltreoceano, in primis le colossali immancabili sbornie di Guinness, l’inconfondibile birra scura. Nel terzo millennio  la vita è migliorata indiscutibilmente, sia in America che in Irlanda rispetto ad un secolo addietro. Povertà assoluta, fame e malattie spingevano famiglie intere a fuggire dalla verde isola per il legittimo desiderio di un’esistenza dignitosa nella sconfinata  patria della democrazia e del lavoro, l’America. Ma anche qui non sempre si trovavano valide opportunità, oppure non venivano colte, e qualche volta si decideva-fame per fame-di ritornare ai nastri di partenza. In tanti a emigrare, e qualcuno tornava indietro. E’ quello che nel 1935 fecero Malachy e Angela McCourt: lui irlandese del nord, lei del sud, si erano sposati e avevano avuto cinque figli a raffica, ma il lavoro scarseggiava per la grande depressione del ’29 e a Brooklyn i McCourt avevano conosciuto lo squallore, la violenza e la discriminazione; ma il problema principale era rappresentato dal carattere del capo famiglia, un burbero alcolizzato che spendeva i pochi guadagni nei pub; la morte improvvisa della bellissima neonata Margaret fu uno dei motivi per cui decisero di  tornare nel vecchio continente, nel paese natale di Angela, Limerick.

Frank McCourt  fu il primogenito ed è morto nel 2009 a New York per me­ningite su un fisico già minato dal cancro, aveva 79 anni e aveva cominciato la sua prima vita nel 1930 a Brooklyn, figlio di quegli immigrati poverissi­mi che  dopo erano tornati a Lime­rick. Senza quel­la vita dickensiana, da sopravvissuto per mi­racolo alla povertà, al freddo e alla malnutrizio­ne che avevano ucciso tre dei suoi sei fratelli, forse non avrebbe avuto nessun’altra vita da enumerare. Invece il desiderio di sopravvivere e vivere dignitosamente, azionarono un meccanismo eroico di autodifesa e di sopravvivenza ad oltranza: il ritorno negli Stati Uniti, i lavori occasio­nali, il servizio militare e infine, grazie alla bor­sa di studio da reduce, la laurea in lettere e l’ini­zio della seconda vita. E fin qui potrebbe essere una vita come milioni di altre. Invece… Divenuto insegnante nelle scuole ghetto di New York, anticonformista e inna­morato della poesia, ascoltava con molta attenzione i ragazzi «perché hanno insegnato più cose a me di quante io ne abbia mai spiegate a loro», cantando e suonando l’armonica a boc­ca in classe «perché chi sta in cattedra non do­vrebbe essere un nemico, ma un alleato». Raggiunta la pensione, a 66 an­ni, sposato con la terza moglie, ecco la terza e ultima vita: quella di scrittore di best-seller mondiali e vincitore del Pulitzer e del National Book Critics Circle nel 1996 per Le ceneri di Angela, divenuto fenomeno editoriale globale da tre milioni di copie negli Usa e due e mezzo in Regno Uni­to e Irlanda.  McCourt aveva in mente da sempre di raccontare la sua vita, ma ogni tentativo di scrivere si arenava nell’insoddisfazione. Finché, di­ventato nonno affettuosissimo del piccolo Frank jr — con il rimorso di essere stato un padre distante per la ribelle figlia Maggie, scap­pata a 17 anni con la band psichedelica dei Gra­teful Dead — non capì che avrebbe dovuto, per scrivere le sue memorie, dar voce al se stesso bambino.

E’ interessante la storia editoriale de Le ceneri di Angela: il manoscritto venne letto nella sua fase iniziale da una talent-scout americana, che lo segnalò a un’abile agente letteraria. Questa non si lasciò scoraggiare dalla qualità del testo: in piena libertà lo tagliò, cucì e rimaneggiò finché la sua povertà linguistica non sembrò una voluta scelta di stile. Così è nata una delle operazioni editoriali più riuscite degli ultimi anni. Il libro venne presentato dagli editori americani nell’ottobre 1996 alla Fiera del libro di Francoforte come il romanzo di “un’infanzia irlandese”. In Germania, dopo esser stato rifiutato da trentatré case editrici, lo pubblicò Luchterhand, affidando la traduzione a Harry Rowohlt che patteggiò con l’autore ulteriori correzioni.  Il sottotitolo dell’edizione originale recita “ricordi di un’infanzia” e nell’intento di raccontare una “storia vera” l’autore ha fatto ricorso a tutti i cliché disponibili sull’Irlanda, dal proverbiale “Irish wit” al romanticismo nazionalista del Gaelic Revival. La narrazione è affidata alla voce dell’autore “bambino”, che fa da cassa di risonanza alle parole, alle locuzioni e ai modi di dire degli adulti, con risultati di grande comicità e umorismo autentico.

Così arrivarono i premi letterari, il successo globale tradotto in trenta lingue, tutte quelle copie vendute, il film hollywoodiano, l’invito a parlare alle Nazioni Unite. Tutto grazie alla sua voce di bambino, alle parole del piccolo Frankie che accompagnava mamma Angela, triste e coraggiosa, nella quotidiana via crucis attraverso i pub alla ricerca di suo padre disoc­cupato e alcolizzato, che diceva ai suoi bambi­ni affamati e digiuni «il cibo fa male» prima di andare a spendere il sussidio in whisky e birra scura. La stessa birra con cui Frankie vide sporcare la bara bianca del suo fratellino morto di sten­ti, perché papà Malachy non era riuscito a re­stare sobrio e con le mani pulite, neanche quella volta, e s’era bevuta la povera colletta per bara e sepoltura.  E McCourt sorrideva nel suo mo­do timido e un po’ incredulo, ricordando come dovesse la sua fortuna e la sua ricchezza di vec­chio, l’attico a Manhattan e la bella fattoria in campagna, alla sfortuna e alle umiliazioni subi­te da bimbo, a quelle storie struggenti raccon­tate senza autocommiserazione, con umani­tà e humor. Divenuto un mito vivente col cuore che batteva per l’Irlanda, si spese nel 1998 perché finalmente si avviasse definitivamente il processo di pace nella martoriata Irlanda: parlando con i giovani irlandesi del Nord, aveva capito che erano stanchi di tutto quell’odio; che non era più tempo di morire per l’Irlanda, che le nuove generazioni volevano finalmente cominciare a vivere in un Paese normale. E anche in questo fu un buon profeta.

Le ceneri di Angela probabilmente sono le fredde ceneri dei tanti camini spenti che Angela contemplava in silenzio, oppure la cenere delle sue innumerevoli sigarette fumate compulsivamente durante la sua via crucis, detta impropriamente vita. La voce narrante è quella di un ragazzino americano di nascita, marchiato irlandese, intelligente, precocemente responsabile, in lotta perenne  col mondo miserabile che lo circonda fuori e dentro la sua famiglia, che ha troppi figli, nonostante la decimazione per denutrizione, e un padre alcolizzato. Orgoglioso e malvisto in paese, Malachy è pur sempre un gran punto di riferimento per Frankie, a cui tutti predicono che diventerà la copia delinquenziale del padre. Vita grama e morti precocissime, fame e assistenzialismo, nord e sud, America e Irlanda, carbone, patate, pulci e birra. E su tutto, l’allegria di una pioggia continua, greve, scrosciante, fredda, che inzuppa vesti e membra, strade e case fatiscenti, tanto da far chiamare pomposamente Little Italy l’unica stanza asciutta al piano alto, dove rifugiarsi quando l’acqua allaga il pianterreno.

“Era meglio se i miei restavano a New York dove si erano conosciuti e sposati e dove sono nato io. Invece se ne tornarono in Irlanda che io avevo quattro anni, mio fratello Malachy tre, i gemelli Oliver e Eugene appena uno e mia sorella Margaret era già morta e sepolta. Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora. Gente che si vanta o si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di vita se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione irlandese: la povertà; il padre alcolizzato chiacchierone e buono a nulla; la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco; i preti boriosi; i maestri arroganti; gli inglesi e le cose tremende che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni… E poi, tutta quell’umidità.”

Eloquentissimo e riassuntivo l’indimenticabile incipit; ma questo non è un facsimile del libro Cuore, dove retorica e stereotipi fanno rima con patetismo lacrimoso; questo è invece un libro divertentissimo, in cui l’atteggiamento disincantato dei bambini di fronte alle quotidiane tribolazioni diventa di un umorismo travolgente. L’infanzia trascorre nella stoica resistenza alle difficoltà. Il disincanto che a noi sembra cinico di fronte alla povertà, alla malattia e alla morte, procede accanto alla genuina innocenza dei bambini, e crea una mistura che sfocia, talvolta, in situazioni persino grottesche, in bilico tra la miseria e la spensieratezza, lo spontaneo antidoto contro la disperazione.

Questo ragazzino indistruttibile, sfrontato, refrattario a ogni sentimentalismo, implacabile osservatore – come solo certi bambini sanno esserlo – crea con le sue parole, con il suo ritmo, un prodigio di comicità e vitalità contagiose, dove tutte le atrocità, pur senza perdere nulla della loro lugubre asprezza, diventano episodi e apparizioni di un viaggio battuto dal vento verso una terra promessa che sarà l’America, naturalmente.

Sono descritte con scrupoloso realismo le sciagure che toccano alla famiglia: pulci, freddo, tisi, congiuntiviti, dissenteria, il padre alcolista e irresponsabile che si fa sempre licenziare, la fogna sotto casa, il carbone raccolto per strada all’alba, la livida testa di caprone come pranzo di Natale, la madre Angela costretta ad andare a letto con un repellente parente per avere in cambio un alloggio, dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando molti irlandesi poveri avevano deciso di andare dai maledetti inglesi a chiedere del lavoro in fabbrica. Le famiglie restavano a casa ad aspettare i vaglia più o meno ricchi che dovevano arrivare. Ma si sa che gli uomini lontano da casa, incontrano altri diversivi, tra cui donnine e pub. Il vecchio Malachy, come prevedibile, non era uno di quelli da spedire da Liverpool soldi in Irlanda. Il giovane Frank lo sapeva in cuor suo, come lo sapevano tutti, ma si ostinava ad aspettare disperatamente il postino, per poi rimanere disperatamente deluso e così le provò tutte: rubare, chiedere l’elemosina, aiutare la mamma a traslocare usando come carretto una sgangherata carrozzina per bambini; chiedere in prestito, imparare a leggere, ammalarsi gravemente agli occhi per la polvere del carbone che si ostinava a consegnare; rischiare di morire per una febbre tifoide, contratta utilizzando l’unico bagno dell’isolato, infestato da insetti e topi; e poi scoprire  Shakespeare, scrivere lettere minatorie per conto di una vecchia usuraia, consegnare telegrammi, pregare, confessarsi,  pentirsi, consegnare giornali e scoprire che era un uomo e come erano fatte le donne. E a modo suo dà un nome a tutto questo mondo cercando di capirlo. Fa domande a cui gli adulti non rispondono e allora chiede ai santi, a San Francesco soprattutto e questi in un modo o nell’altro rispondono, parlandogli attraverso le sue esperienze, i suoi desideri e le sue conquiste.

Se l’Irlanda ha dato il sangue, l’America gli ha dato i natali e la carriera e il successo letterario negli anni Novanta, ma anche un autorevole modello narrativo al quale McCourt non può non far riferimento: Huckleberry Finn. Le avventure dei due protagonisti – in diverso contesto, certo, e in diversa epoca –  sono raccontate in prima persona dagli stessi, non in forma di diario ma come racconto tardo, per quanto quella di McCourt sia una autobiografia, mentre Mark Twain si ispira alla sua vita e al mondo nel quale è cresciuto per raccontare di qualcun altro. Il romanzo di McCourt è ricco di passi (soprattutto in quelle ingenue e sarcastiche riflessioni del piccolo Francis dopo un fatto o un discorso “adulto” che a lui risulta incomprensibile)  nei quali non è troppo difficile scorgere come la voce narrate sia quella di una persona adulta che abbia già maturato un proprio bagaglio critico e che lo attribuisca a un bimbo traducendolo nel linguaggio più opportuno. Il miracolo infine accade: dopo che la ragazza amata muore di tisi, Francis, più che mai intenzionato ad andare in America per dare una forte svolta al suo e al destino dei suoi, quando si trova dinanzi al cadavere dell’usuraia che gli faceva scrivere lettere minatorie ai creditori, senza pensarci un solo istante, intasca il denaro della vecchia, getta nel fiume l’elenco dei debitori e finalmente è pronto per spiccare il volo. Da altri due libri scritti subito dopo, Che Paese, l’America! e Ehi, Prof.!, sappiamo che il giovane tra mille traversie lavora, fa il militare e poi studia e riesce a laurearsi, torna a Dublino per un faticoso e mal riuscito dottorato, e fa l’insegnante per oltre un quarantennio; si fa raggiungere dalla mamma e dai fratelli sopravvissuti. Ma questi due romanzi non riescono a ripetere il miracolo del primo, si leggono doverosamente, talvolta si sorride, ma la verve dei monelli di Limerick è scomparsa irrimediabilmente.

Io sono un uomo fortunato.” Così  Frank McCourt conclude la pagina dei ringraziamenti,  “un breve inno in lode della donna”. Fortunato davvero,  per essere sopravvissuto ad un’ infanzia come quella che descrive.

Immagini, fatti ed espressioni non ti lasciano. Pulci e  pidocchi, malattie infettive e polmoniti, scarpe scollate e piedi scalzi,  botte da orbi,  padri che si bevono i soldi della paga settimanale quando raramente riescono a trovare lavoro o il  sussidio di disoccupazione  e madri che si sciupano davanti  alle ceneri spente dei camini, maestri con  bacchetta e frustino, zie acide e nonne crudeli,   e su tutto l’ombra gigantesca del peccato che, per voce di preti e suore e beghine e bigotte, si sparge su ogni azione umana: “se si commette un peccato tanto vale commetterne altri perché la condanna è sempre quella. Un peccato: supplizio eterno. Dieci peccati: idem. “ Eppure, non vi è acredine, rabbia, disperazione, autocommiserazione:  il racconto è attraversato da un brio umoristico e da una vena  quasi poetica  – una grazia amorevole – , da un incanto bambino. Si ride per la dentiera  incastrata nella bocca del fratello minore e ci si commuove, provando un’empatia fortissima per Frank/Francis e per i suoi scalcagnati fratelli, per i vivi, per quelli morti, per sua madre Angela. Si sviluppa invece un’antipatia feroce per il padre, beone e indifferente, fatto-sembra-di un corpo senz’anima, nonostante l’assenza totale di giudizi espliciti da parte di Francis, anzi proprio per l’amore incondizionato che questo eroico bambino continua ad avere per il suo spregevole padre.

 

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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