Una donna romana eccezionale: Arria Maior

 

Nella Roma antica, dalla Repubblica all’Impero, i requisiti per essere considerata la donna ideale erano i seguenti, nessuno escluso: moglie e madre casta, pia, laboriosa, frugale, obbediente, silenziosa.

Un’epigrafe del II secolo a.C. e una lettera di Plinio il giovane, libro III, 36 del II secolo d.C, ci dicono la stessa cosa, l’epigrafe racconta una vita di donna che non si sente affatto eccezionale, anzi il suo doveva essere un modus vivendi assolutamente uguale alle altre matrone romane; la lettera di Plinio ci presenta una nobildonna, come del resto doveva essere la Claudia dell’epigrafe, ma l’elogio e la sincera malinconica ammirazione ci dicono molto su come erano cambiati in peggio durante l’impero atteggiamenti e comportamenti maschili e soprattutto femminili, sì che la matrona di Plinio viene lodata come eccezionale e straordinaria, quasi una rediviva Cornelia madre dei Gracchi o Lucrezia, moglie di Tarquinio Lucio Collatino, che, violentata dal re di Roma, Tarquinio il Superbo, si uccise, dando di fatto inizio al rovesciamento della monarchia e alla nascita della Repubblica, di cui Collatino fu uno dei primi due consoli.

Dunque, un contegno morigerato della donna romana, che passava dallo ius paterno a quello maritale, da nubile chiamata con un solo nome (Prima, Tertia, Minor, Maxima o Claudia, Lucretia, Cornelia se di famiglia nobile) e dopo il matrimonio aggiungeva il cognomen del marito, era un dato di fatto e il narratore di questa Roma laboriosa e per nulla appariscente, è lo Storico Tito Livio.

Ben altro racconteranno Tacito e Suetonio,  e Marziale e Giovenale e pure il mite Plinio, tutti però fortemente critici della decadenza dei costumi e del tradimento del glorioso mos maiorum, dilagata nell’Impero dalla stessa famiglia di  Augusto fino al culmine del sadico Domiziano. Allora  comprendiamo come sia ovvio che Plinio scriva, con partecipazione e un filo di commozione, nelle Epistulae ad Familiares di una donna che a quei tempi  appariva davvero  eccezionale.

Ma cominciamo col leggere l’epigrafe: “Elogio di Claudia

“Straniero ho poco da dire: fermati e leggi. Questo è il sepolcro non bello di una donna che fu bella. I genitori la chiamarono Claudia. Amò il marito con tutto il cuore. Mise al mondo due figli: uno lo lascia sulla terra, l’altro l’ha deposto sotto terra. Amabile nel parlare, onesta nel portamento, custodì la casa, filò la lana. Ho finito. Va’ pure”.

Le parole chiave della rappresentazione femminile sono poche: casta (rapporti sessuali all’interno del matrimonio a fini procreativi),  pia (dedita alle pratiche del culto e al rispetto della tradizione), pudica (modesta e riservata), domi seda (che sta in casa), frugi (semplice e onesta), lanifica (che sta al telaio).

E’ vero che si tratta di un’epigrafe che di per sé richiede concisione, ma quello che risalta è la brevità quasi laconica per un comportamento nella norma, scontato.

La lettera di Plinio è il racconto di un colloquio affettuoso con una nobildonna sua amica, Fannia, durante il quale, proprio come si fa tra amici dello stesso rango e amabilmente empatici, lo scrittore viene a conoscenza di prima mano della figura eccezionale di Arria Maior, nonna di Fannia e ancora di quella un po’ meno eccezionale di Arria Minor, figlia di Arria e mamma di Fannia. Plinio segue con meraviglia e viva partecipazione le traversie di queste donne, dei mariti e dei loro figli, tanto da scriverne non un’epistola descrittiva, ma un vero e proprio elogio.

Bisogna aggiungere che dell’Impero, dopo la morte di Augusto, i documenti storici e letterari sottolineano con acredine e severità l’involuzione paurosa dei costumi, con figure rimaste leggendarie per crudeltà, pazzia, sadismo, corruzione a tutti i livelli ed in ogni ambito. Nerone e Poppea, Claudio e Messalina, Caligola, Tiberio, fino al culmine con Domiziano: questi ed altri sono passati alla storia come mostri. Però non va dimenticato che gli scrittori di storia, come Tacito, erano tutti di rango senatorio, e il Senatus era stato la massima autorità con poteri e privilegi straordinari, per tutta la durata della Repubblica; ma, con la nascita dell’Impero,  tale auctoritas fu subito ridotta bruscamente a mera facciata, senza potestas né imperium, svuotata di ogni reale compito decisionale. Il risentimento per questa degradazione fu fortissimo e di fatto il Senato divenne l’opposizione costante degli imperatori. Di qui congiure a non finire, scoperte e punite atrocemente. Ma sono critici anche poeti non di rango senatorio, come Marziale e soprattutto Giovenale con le sue satire roventi su Roma e i suoi corrotti abitanti.

 

Arria Maior era la moglie del senatore Cecina Peto, implicato nella sedizione di Camillo Scriboniano contro l’imperatore Claudio (42 d. C.). Quando il marito fu dalla Dalmazia condotto a Roma, per esservi giudicato, essa lo seguì su di una barca da pescatori, essendole stato impedito di salire sulla stessa nave. Dopo la condanna di Cecina, si piantò, alla presenza di lui, il pugnale in seno, e poi glielo porse, dicendo: Paete, non dolet: parole che gli antichi celebrarono come “immortali e quasi divine“. Plinio il giovane narra altri particolari meno conosciuti che testimoniano l’incredibile forza d’animo di quella donna. Durante una malattia del marito, essa assistette e seppellì un figlio, senza farne intravedere nulla all’infermo; quando decise di suicidarsi come era stato “concesso” al marito, prima di ricorrere al pugnale, aveva cercato di finire la vita spaccandosi la testa contro il muro. È noto che il gruppo del “Gallo che si uccide vicino alla moglie”, di villa Ludovisi, fu per lungo tempo riguardato come rappresentante Arria e Peto.

Galata che si uccide, Villa Ludovisi

Arria Minor, figlia della precedente, era invece la moglie del senatore Trasea Peto. Dopo che questi fu condannato, lei voleva, come la madre, morire insieme col marito. Trasea la dissuase, ricordandole la figlia Fannia, che sarebbe rimasta sola (66 d. C.). Plinio il giovane si gloriava dell’amicizia di Arria, la quale, com’egli fa sapere, fu con la figlia, Fannia, condannata all’esilio, sotto Domiziano e con lei poi tornò a Roma, quando, morto  quell’imperatore si estinse con lui la crudeltà sadica e vendicativa. La migliore testimonianza di questa follia imperiale ci è stata lasciata da Tacito con la monografia di una vittima eccellente, “Agricola“, valoroso e integerrimo generale, suocero di Tacito.

Arria Maggiore fu una matrona romana, chiamata così per distinguerla dalla figlia col suo stesso nome, chiamata perciò Arria Minore. Arria Maggiore fu la devotissima moglie di Cecina Peto, appartenente ad un’illustre gens etrusca. La sua storia, spesso tacciata di essere  leggenda, la conosciamo invece piuttosto bene da una delle lettere di Plinio il Giovane, che la scrisse dopo aver parlato con la nipote di Arria, Fannia, nonché dalla documentazione di Tacito.I due coniugi si amavano molto e Arria era una donna dal fortissimo carattere.

Trascrivo ora la lettera n°16 del III libro di Epistulae ad Familiares di Plinio:

“Mi pare che abbia evidenziato le parole e le azioni di uomini e di donne illustri, alcuni più famosi, altri più importanti.. La mia opinione è stata confermata dalla chiacchierata di ieri con Fannia. Questa è la nipote di quell’Arria che fu per il marito di esempio e di consolazione nella morte. Raccontava molte cose di sua nonna non meno importanti di questa, ma meno conosciute: penso che queste saranno per te che leggi azioni tanto ammirevoli quanto lo furono per me ascoltarle.

Cecina Peto, suo marito, era malato, e anche suo figlio era malato, entrambi gravemente, come sembrava. Il figlio di singolare bellezza, di pari modestia e non meno caro ai genitori che per il fatto di essere figlio, morì. Ella preparò il funerale e condusse le esequie cosicché il marito non sapesse; anzi, ogni volta che entrava nella sua stanza fingeva che il figlio fosse vivo e spesso, se chiedeva cosa facesse il ragazzo, rispondeva:” Ha riposato bene, ha mangiato volentieri”. Dopo, quando le lacrime trattenute per lungo tempo le sfuggivano, si nascondeva; allora si abbandonava al dolore; tornava sorridente, con gli occhi asciutti e il viso composto, come se avesse lasciato il dolore fuori.

Certamente memorabile l’azione di lei di stringere il pugnale, trafiggersi il petto, esrtrarre la lama, porgerla al marito e aggiungere parole immortali e quasi divine:” Peto, non fa male”. Ma tuttavia, per colei che faceva e diceva queste cose, la gloria e l’eternità si ponevano davanti agli occhi; c’è qualcosa di più grande di trattenere le lacrime, nascondere il lutto e di sostenere a tal punto il ruolo di madre dopo aver perso il figlio, senza promessa di eternità, senza promessa di gloria?” (Plinio il giovane – Epistole III 16).

 

Narra dunque Plinio che sia il padre che il figlio di Arria erano afflitti dallo stesso male che li inchiodava sul letto e che il figlio morì quando il marito era ancora molto malato. Temendo che la notizia della morte del figlio potesse togliere al marito la voglia di guarire, ella gli nascose la notizia. Pertanto da sola organizzò tutto e fece eseguire il funerale, dicendo al marito che il bambino migliorava, ma che non poteva ancora alzarsi dal letto. Quando sentiva che il dolore stava per strapparle le lacrime, la donna usciva dalla stanza del marito e tornava quando l’animo suo s’era quietato. Il padre d’altronde le chiedeva continuamente notizie del figlio, a cui lei rispondeva:”Ha dormito e mangiato bene”, Così Cecina guarì, ma ebbe la malaugurata idea di partecipare a una congiura.

E’ Tacito che ci riferisce la storia. Cecina ebbe l’idea di associarsi a Scriboniano che, carico di debiti, tentò di spodestare l’imperatore Claudio dal trono, già inviso al Senato per la sua stoltezza. Ma per le rivolte occorre denaro e così la rivolta fallì e i rivoltosi vennero puniti. Scriboniano morì tra le braccia di sua moglie, la quale, per evitarsi guai maggiori, fece il nome di altri congiurati, tra cui Cecina. Le ritorsioni furono violentissime, molte mogli vennero giustiziate insieme ai mariti, molti furono strangolati e gettati sulle scale Gemonie, solo ai figli venne risparmiata la vita, che venne risparmiata anche ad Arria Maior in quanto amica di Messalina. Pertanto, annientata la ribellione del 42 d.C. guidata da Lucius Arruntius Camillus Scribonianus, Cecina fu condotto prigioniero a Roma per avere cospirato con lui.

Arria scongiurò il capitano della nave di portarla via col marito. “Bisogna pure – lei disse – che ad un ex-console voi diate degli schiavi per servirlo a tavola, per vestirlo e calzarlo, e questo posso farlo io”. Ma i soldati furono irremovibili, così Arria prese una barca da pesca e seguì la nave fino a Roma. Qui seppe che Cecina era stato condannato a morte, lasciandogli l’onore del suicidio in quanto console romano. Allora Arria attaccò di fronte a tutti la moglie del capo dei ribelli, Scriboniano, per aver fornito prove al processo, gridando:” Io devo ascoltare te, che puoi continuare a vivere dopo che Sriboniano è morto fra le tue braccia?”.

Gli astanti allora compresero che Arria aveva l’intenzione di suicidarsi e tentarono di dissuaderla. Suo genero Trasea tentò di  convincerla chiedendole se avesse voluto che sua figlia si uccidesse, se lui fosse stato condannato a morte. Arria ribadì che,  se sua figlia fosse vissuta tanto a lungo e felicemente con Trasea quanto lei stessa aveva fatto con Cecina, avrebbe acconsentito. Da quel momento fu controllata attentamente, ma Arria ribadì che potevano impedirle di suicidarsi come voleva, ma non di morire, poi corse a testa in avanti contro un muro svenendo per il colpo violento. Quando si riprese, urlò:”Vi ho detto che l’avrei fatto nel modo più difficile se mi aveste impedito di farlo nel modo più facile”. Allora i parenti si rassegnarono all’inevitabile fine.

Infatti Arria aspettò con Peto l’ultima sua ora, quindi, vista l’esitazione del marito, gli tolse il pugnale dalle mani e se lo conficcò nel petto, poi lo estrasse e glielo consegnò, proferendo le parole famose: “Paete, non dolet”, non fa male.

Ma la storia non è finita, anzi si ripete, in quanto anche il marito di sua figlia Arria minore, Thrasea Peto, fu condannato al suicidio per aver cospirato contro Nerone nel 66 d.C.

Trasea era un oppositore del regime neroniano. Era il senatore che uscì dal Senato alla notizia della morte di Agrippina, la madre di Nerone, che fu assente alla cerimonia con cui si decretarono onori a Poppea e non partecipò ai funerali di questa, che chiese infine una pena più mite per un pretore che aveva ingiuriato Nerone. Fu quello che per tre anni non si fece vedere in Senato, che non partecipava alle cerimonie ufficiali di inizio dell’anno, nonostante fosse  sacerdote del collegio dei quindecemviri, che non compiva sacrifici per la salute del principe e non ne esaltava la voce divina. Tutto questo era di fatto  già una secessione, un partito di opposizione. Aveva  già dei seguaci che lo imitavano nel contegno e nell’espressione severa del volto, quasi a rimproverare la lasciva condotta dell’imperatore. Alla seduta in cui sarebbe stata decisa la sua accusa, i senatori per motivi di ordine pubblico entrarono nella Curia in mezzo a gruppi di soldati armati. Nerone, alludeva a lui quando rimproverava l’assenteismo di certi senatori, che abbandonavano i pubblici doveri per dedicarsi alla cura dei loro giardini. La sentenza di morte venne comunicata a Trasea che, quasi un novello Socrate, nel suo giardino conversava con amici sulla natura dell’anima. Arria Minor, sua moglie, come la madre, mostrò il desiderio di suicidarsi, ma stavolta i parenti riuscirono a dissuaderla, facendo leva sul suo dovere di madre verso la figlia Fannia. Più tardi venne esiliata da Domiziano (93 o 94 d.C.), ma potè tornare a Roma alla morte dell’imperatore..

Il giudizio positivo di Plinio su Arria maggiore si può spiegare perché viene raffigurata in ultima analisi come esempio limite, fortemente influenzato dalla manipolazione mitizzante dell’opposizione senatoria al potere imperiale e proiettato in un passato abbastanza lontano e quasi eroico. Si è scritto su Arria Maior di “donna virile”, ma la tesi non convince. La presunta virilità di questa e di poche altre donne non scompagina i tabu antropologici della tradizione romana, perché viene allontanata nella collocazione geografica e sociale ovvero, nel caso di Arria, viene isolata nella sua eccezionalità ormai consacrata dalla tradizione, tanto da risultare, per così dire, come sterilizzata e, quindi, innocua agli occhi di Plinio. La società romana restò sempre fortemente patriarcale e la diffusione del Cristianesimo agì su altri fronti, non certo sulla valorizzazione e parità delle donne.

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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