Ventidue metri di capelli rossi

Garcia Marquez – Dell’Amore e di altri Demoni

Premetto un lungo brano sugli ultimi giorni, anzi, sulle notti in cui l’esorcista Cayetano Delaura trascorre con la supposta indemoniata, la dodicenne marchesina Sierva Maria, di cui il giovane prete si era follemente innamorato. Qui c’è un Demone, il più potente e arrogante di tutti i Demoni: Amore

 

 Il padiglione era una gora nell’alba. Sicuro che la guardiana dormisse fuori, badò solo a Martina Laborde, che russava con la porta socchiusa. Fino a quel momento l’aveva sorretto la tensione dell’avventura, ma quando si ritrovò davanti alla cella, col lucchetto aperto nel chiavistello, il cuore gli fece un balzo dentro il petto. Spinse la porta con la punta delle dita, smise di vivere finché si protrasse il cigolio dei cardini, e vide Sierva María addormentata nel chiarore del lume acceso al Santissimo. Lei aprì gli occhi d’improvviso, ma tardò a riconoscerlo col camicione di tela degli infermieri dei lebbrosi. Lui le mostrò le unghie insanguinate.

“Ho scalato il muro di cinta” le disse senza voce.

Sierva María non si commosse.

“Perché?” disse.

“Per vederti” disse lui.

Non seppe che altro dire, stordito dal tremito delle mani e dalle screpolature della voce.

“Se ne vada” disse Sierva María.

Lui fece di no con il capo più volte per paura che gli mancasse la voce.

“Se ne vada” ripeté lei. “O mi metto a gridare”

Lui era così vicino che poteva sentire il suo alito di vergine.

“Possono anche ammazzarmi ma non me ne andrò” disse. E d’improvviso si sentì dall’altra parte del terrore, e aggiunse con voce ferma: “Sicché se intendi gridare comincia pure”.

Lei si morse le labbra. Cayetano si sedette sul letto e le fece un resoconto minuzioso del suo castigo, ma non le disse i motivi. Lo guardò senza diffidenza e gli domandò perché non aveva la toppa sull’occhio.

“Non ne ho più bisogno” disse lui, riconfortato. “Adesso chiudo gli occhi e vedo una chioma come un fiume d’oro”.

Se ne andò dopo due ore, felice, in quanto Sierva María aveva accettato che lui tornasse, purché le portasse i suoi dolci preferiti dei portici. La notte successiva arrivò così presto che c’era ancora vita nel convento, e lei aveva il lume acceso per terminare il ricamo di Martina.

La terza notte portò stoppino e olio per alimentare la luce. La quarta notte, sabato, passò diverse ore ad aiutarla a schiacciare i pidocchi che avevano ripreso a proliferare durante la reclusione. Quando la chioma fu netta e pettinata, lui sentì ancora una volta il sudore gelido della tentazione. Si coricò accanto a Sierva María col respiro dissonante e incontrò i suoi occhi diafani a un palmo dai propri. Entrambi rimasero storditi. Lui, pregando di paura, resse il suo sguardo. Lei si azzardò a parlare:

“Quanti anni ha?”

“Ne ho compiuti trentasei in marzo” disse lui.

Lei lo scrutò.

“È già un vecchietto” gli disse con l’ombra di burla. Notò i solchi della sua fronte, e aggiunse con tutta l’inclemenza della sua età: “Un vecchietto tutto rugoso”.

Lui la prese di buon animo. Sierva María gli domandò perché aveva una ciocca bianca.

“È una macchia” disse lui.

“Una cosa per bellezza” disse lei.

“Una cosa di natura” disse lui. “Anche mia madre l’aveva.”

Fino ad allora non aveva smesso di guardarla negli occhi e lei non dava mostra di arrendersi.

Lui sospirò profondamente e recitò:

“O bel sembiante per mia sventura incontrato.”

Lei non capì.

“È un verso del nonno della mia trisnonna” le spiegò lui. “Ha scritto tre egloghe, due elegie, cinque canzoni e quaranta sonetti. E quasi tutte per una portoghese senza grandi attrattive che non fu mai sua, in primo luogo perché lui era sposato, e in secondo perché lei si sposò con un altro e morì prima di lui.”

“Frate pure lui?”

“Soldato” disse Cayetano.

Qualcosa si mosse nel cuore di Sierva María, perché volle riascoltare il verso. Lui lo ripeté, e questa volta proseguì, con voce intensa e ben articolata, fino all’ultimo dei quaranta sonetti del gentiluomo d’amore e armi, don Garcilaso de la Vega, morto nel fiore degli anni per una sassata in guerra.

Quando ebbe finito, Cayetano prese la mano di Sierva María e se la posò sul cuore. Lei vi sentì dentro il fragore della sua bufera.

“Sono sempre così” disse lui.

E senza lasciare tempo al panico si liberò della materia torbida che gli impediva di vivere. Le confessò che non passava un istante senza pensare a lei, che tutto quanto mangiava e beveva aveva il sapore di lei, che la vita era lei a ogni ora e ovunque, come solo Dio aveva il diritto e il potere di esserlo, e che il godimento supremo del suo cuore sarebbe stato morire con lei. Continuò a parlarle senza guardarla, con la stessa fluidità e lo stesso calore con cui recitava versi, finché ebbe l’impressione che Sierva María si fosse addormentata. Ma era sveglia, con i suoi occhi da cerva impaurita fissi su di lui. Si azzardò solo a domandare:

“E adesso?”

“Adesso nulla” disse lui. “Mi basta che tu lo sappia.”

Non gli fu possibile proseguire. Piangendo in silenzio passò un braccio sotto la testa di lei affinché le servisse da guanciale, e lei si rannicchiò contro il suo fianco. Rimasero così, senza dormire, senza parlare, fin quando cominciarono a cantare i galli, e lui dovette sbrigarsi per arrivare in tempo alla messa delle cinque. Prima che se ne andasse, Sierva María gli regalò la preziosa collana di Oddúa: diciotto pollici di conterie di madreperla e corallo.

Il panico era stato sostituito dall’affanno del cuore. Delaura non aveva tregua, faceva le cose come gli venivano, fluttuava, sino all’ora felice in cui fuggiva dall’ospedale per incontrare Sierva María. Arrivava ansante nella cella, inzuppato dalle piogge perpetue, e lei lo aspettava con tale inquietudine che il solo sorriso di lui le restituiva il respiro. Una notte fu lei a prendere l’iniziativa con i versi che imparava a forza di ascoltarli:

“Quando indugio a contemplare il mio stato e a guardar la strada in cui mi hai condotto…” recitò. E domandò con malizia:

“Come continua?”

“…io finirò per abbandonarmi senza arte a chi saprà perdermi e finirmi” disse lui.

Lei lo ripeté con la stessa tenerezza, e continuarono così fino alla fine del libro, saltando versi, scombinando e sovvertendo i sonetti per convenienza, giocandoci a loro piacimento con un dominio da padroni. Si addormentarono di stanchezza.

La guardiana entrò con la colazione delle cinque, in mezzo al bailamme dei galli, ed entrambi si svegliarono spaventati. La loro vita si immobilizzò. La guardiana posò la colazione sul tavolo, fece il solito controllo con la lampada, e uscì senza aver visto Cayetano nel letto.

“Lucifero è tremendo” scherzò lui quando riprese a respirare. “Ha reso invisibile pure me.”

Sierva María dovette affinare la sua astuzia per far sì che la sorvegliante non entrasse più nella sua cella quel giorno. Di notte tardi, dopo una giornata intera di delizie, si sentivano amati da sempre. Cayetano, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, si azzardò a sciogliere il laccio del corpetto di Sierva María. Lei si protesse il seno con le mani, e ci fu un lampo di furia nei suoi occhi e una raffica di rossore le accese la fronte. Cayetano le afferrò le mani col pollice e l’indice, come se fossero di fuoco vivo, e glie le allontanò dal petto. Lei cercò di resistere, e lui oppose una forza tenera ma risoluta.

“Ripeti con me” le disse: “Infine alle vostre mani sono venuto”.

Lei obbedì. “Dove so che mi toccherà morire” proseguì lui, mentre le apriva il corpetto con le sue dita gelate. Lei lo ripeté quasi senza voce, tremando di paura: “Affinché solo in me fosse provato quanto taglia una spada in un’arresa”.  Allora la baciò sulle labbra per la prima volta. Il corpo di Sierva María rabbrividì con un gemito, sprigionò una tenue brezza di mare e si abbandonò alla sua sorte. Lui le percorse la pelle con la punta delle dita, quasi senza toccarla, e visse per la prima volta il prodigio di sentirsi in un altro corpo. Una voce interiore gli fece vedere quanto lontano era stato dal diavolo nelle sue insonnie di latino e greco, nelle estasi della fede, nei romitaggi della purezza, mentre lei conviveva con tutte le potenze dell’amore libero nelle baracche degli schiavi. Si lasciò guidare da lei, scandagliando le tenebre, ma all’ultimo istante si pentì e rovinò in un cataclisma morale. Rimase supino con gli occhi chiusi. Sierva María si spaventò per il suo silenzio e la sua quiete di morte, e lo toccò con un dito.

“Cosa succede?” gli domandò.

“Lasciami adesso” mormorò lui. “Sto pregando.”

Nei giorni successivi ebbero istanti di requie solo mentre stavano insieme. Non si saziarono di parlare dei dolori dell’amore. Si spossavano di baci, declamavano piangendo con lacrime vive versi da innamorati, si cantavano nell’orecchio, sguazzavano in pantani di desiderio fino al limite delle loro forze: esausti ma vergini. Perché lui aveva deciso di rispettare i suoi voti finché non avessero ricevuto il sacramento, e lei lo assecondava.

Nelle pause della passione si scambiarono prove eccessive. Lui le disse che sarebbe stato capace di qualsiasi cosa per lei. Sierva María gli chiese con crudeltà infantile che mangiasse uno scarafaggio. Lui lo acchiappò prima che lei potesse impedirglielo, e se lo mangiò vivo. Durante altre sfide dementi lui le domandò se si sarebbe tagliata la treccia per lui, e lei disse di sì, ma lo avvisò per scherzo o sul serio che in tal caso avrebbe dovuto sposarla per rispettare la condizione del voto. Lui portò nella cella un coltello da cucina, e le disse: “Vediamo se è vero”. Lei gli volse la schiena affinché lui potesse tagliargliela alla radice. Lo incitò: “Coraggio”. Non ne ebbe il coraggio. Qualche giorno dopo, lei gli domandò se si sarebbe lasciato sgozzare come un capretto. Lui disse di sì con fermezza. Lei prese il coltello e si dispose a fare la prova. Lui sobbalzò di terrore col brivido finale. “Tu no” disse. “Tu no.” Lei, morta dal ridere, volle sapere perché, e lui le disse la verità:

“Perché tu sì che ne saresti capace.”

Nelle gore della passione cominciarono pure a godere dei tedi dell’amore quotidiano. Lei teneva la cella pulita e in ordine per quando lui arrivava con la naturalezza del marito che rincasa. Cayetano le insegnava a leggere e a scrivere e la iniziava al culto della poesia e alla devozione per lo Spirito Santo, in attesa del giorno felice in cui sarebbero stati liberi e sposati.

 

    All’alba del 27 aprile, Sierva María stava per addormentarsi  dopo che Cayetano aveva abbandonato la cella, quando entrarono per cercarla senza preavviso per iniziare gli esorcismi. Fu il rituale di un condannato a morte. La trascinarono fino all’abbeveratoio della stalla, la lavarono a secchiate, la spogliarono delle sue collane strattonandola e le misero il camicione brutale degli eretici. Una monaca giardiniera le tagliò i capelli all’altezza della nuca con quattro morsi di un paio di cesoie per potare, e li buttò sul fuoco acceso nel patio. La monaca barbiera terminò di raderle il resto fino alla lunghezza di mezzo pollice, come lo portavano le clarisse sotto il velo, e li gettò nel fuoco a mano a mano che tagliava. Sierva María vide la deflagrazione dorata e udì il crepitio della legna vergine e sentì il lezzo acre di corno bruciato senza che le si muovesse un solo muscolo sul viso di pietra. Infine le misero una camicia di forza, la coprirono con un cencio funebre, e due schiavi la condussero alla cappella su una lettiga da soldati.

    Il vescovo aveva convocato il Capitolo Ecclesiastico, composto da canonici insigni, e questi avevano scelto quattro di loro per assisterlo nel giudizio di Sierva María. Con un ultimo gesto di affermazione il vescovo superò le miserie della propria salute. Dispose che la cerimonia non si svolgesse nella cattedrale, come in altre circostanze memorabili, ma nella cappella del convento di Santa Clara, e assunse di persona la conduzione dell’esorcismo.”

Dell’amore e di altri Demoni

Dalla lapide spezzata di un’antica tomba sguscia una lunga chioma rossa. “Dell’Amore e di altri Demoni” è l’intensa e travolgente storia d’amore narrata da Gabriel Garcìa Màrquez, ispirata da un ritrovamento avvenuto nel 1949 a Cartagena de Indias, Caraibi, nel convento di Santa Clara: nella cripta, sotto la pietra tombale con inciso il nome di Sierva Marìa de todos los àngeles, c’era il corpo di una bambina di 12 anni con una chioma rossa di 22 metri di lunghezza, perfettamente conservata. Di qui una storia tra le più inverosimili (ma, quando protagonista è l’Amore, e autore è Màrquez, che cosa è davvero inverosimile?), quella di un esorcista e di una giovinetta che ignoranza e pregiudizio ritengono posseduta dal demonio. Secondo la tradizione locale, la bambina sarebbe morta a causa del morso di un cane malato di rabbia ed avrebbe, dopo la sua morte nel convento in cui era stata rinchiusa per volere dell’ Inquisizione, operato numerosi miracoli come una vera e propria santa. Nome angelico, chioma luciferina, creatura ritenuta diabolica eppure capace di miracoli, segni, manifestazioni della potenza divina allo scopo di convertire alla fede, ma che sortiscono solo l’effetto di convertire al suo amore un uomo di chiesa. I personaggi di Màrquez restano  ambigui, avvolti in un alone di mistero, insondabili e mai “a tutto tondo”; personaggi opachi su cui si attacca la polvere di ambienti sordidi o decadenti. Così le psicologie non sono mai scandagliate a fondo e degli atti, delle parole, dei gesti, sono presentati gli effetti senza le cause. Il lettore è indotto a filtrare sentimenti ed emozioni dei protagonisti, fatti e sequenze, attraverso il complemento della propria fantasia, dato che l’approdo ad una verità definitiva è irrimediabilmente compromesso. Qui si va tra giardini e manicomi, conventi e case vescovili, sottolineando con un tocco onirico come non si debbano mai appoggiare fanatismi o fedi in ideologie estremiste. E forse le conclusioni cui perviene l’autore si può ricavare dal colloquio tra Abrenuncio e Delaura:

“Non teme di dannarsi?”

“Credo di esserlo già, ma non per lo Spirito Santo. […] Ho sempre creduto che lui tiene più da conto l’ amore che la fede.”

Un modo per riproporre l’antico problema del celibato ecclesiastico e per sostenere la dignità della vita umana. Una vita che va consumata con la stessa voracità e la stessa voglia di Sierva Marìa mentre spilluzzica l’uva, (simbolo cristiano del sacrificio), “quasi senza respiro per l’ ansia di spogliare il grappolo fino all’ultimo acino”.

Questa è dunque la storia di Sierva Marìa de Todos Los Άngeles, una Marchesa bambina di 12 anni, in Colombia, ai tempi dell’Inquisizione, morsa da un cane color della cenere, insieme ad altri tre negri, mentre si trovava al mercato del paese. La paura che possa aver contratto la rabbia scuote dal torpore il padre, il Marchese di Casalduero, che fino a quel momento aveva abbandonato la figlia alle cure degli schiavi di colore, senza curarsi né della sua salute né della sua educazione. Questo evento stravolge la sua vita dominata dal pigro galleggiare e fa nascere in lui un nuovo sentimento di affetto nei confronti della bambina. Inutile risulta parlare con la moglie, Bernarda, arida e priva di qualsiasi interesse per la sua famiglia, per cui, deciso a fare di tutto per salvare la sua bambina, contatta un medico saggio e fidato, Abrenuncio, che, dopo una visita accurata, conclude che probabilmente la bambina ha contratto la rabbia. Serva Maria di tutti gli Angeli sembra destinata ad una orribile morte, con trasformazione in bestia feroce, secondo la credenza popolare. Seguendo le vicende della bambina, delle sue notti tra gli schiavi, a cantare canti popolari in tre differenti lingue africane, orgogliosa dei suoi amuleti, dei riti pagani yoruba, scopriamo anche le ragioni dell’astio dei suoi genitori: figlia non desiderata, nata da un inganno perpetrato dalla scaltra madre ai danni dell’ingenuo padre, innamorato di una donna rinchiusa in manicomio, la piccola matura un legame profondo solo con le schiave che si erano prese cura di lei. E’ evidente che a nulla servono i tentativi del padre di farle vivere i suoi ultimi giorni da “signorina” del suo rango. Divorato dal rimorso e consumato dalla disperazione, si lascia convincere da un alto esponente della Chiesa che la bambina sia in realtà posseduta dal demonio. La sua voglia di pentimento lo spinge a seguire i “buoni consigli” e ad affidare la piccola alle non amorevoli cure della badessa del convento di Santa Clara che sorgeva accanto alla sua residenza. La badessa ordina di rinchiudere l’”indemoniata” in una cella, nel reparto delle recluse, mentre la bambina non fa altro che accrescere, con le sue canzoni in lingue di terre lontane, i suoi scatti d’ira e le sue menzogne, l’immagine di indemoniata, intorno alla quale cominciano a sorgere fantasiose leggende. Ma il suo destino era già segnato dalla nascita, o la sua vita ha preso una piega decisiva nel momento in cui è stata morsa dal cane affetto dalla rabbia? Certo è che il suo tragico destino si compirà per mano del primo uomo capace di amarla e di rispettarla: Cayetano Delaura, uomo di Chiesa,  cui è affidato il compito di liberarla dai demoni che infesterebbero il suo animo.

Accanto ai demoni che popolano i sogni del popolo, compare così l’ombra del più grande di tutti i demoni: l’Amore, in nome del quale si sfidano le leggi umane, si affrontano i castighi, si dimenticano la paura ed il pudore. Niente potrà mai sradicare dall’animo l’amore vero, né la violenza né l’allontanamento e Garcìa Màrquez ci mostra la forza di questo sentimento, che vive di regole proprie che solo gli amanti conoscono e che cementa la loro unione giorno per giorno, rendendoli capaci di una strenua resistenza contro tutto e tutti. L’opera riprende un tema caro all’Autore, di enorme impatto emotivo, già presente in “L’amore ai tempi del colera”, qui riletto in chiave “magica e mistica”.

Durante il periodo di permanenza in convento a Sierva María venne dunque assegnato un esorcista, un sacerdote che con le preghiere e con i riti appropriati doveva allontanare i demoni che sconvolgevano il suo corpo e la sua mente. Entra così nella storia Cayetano Delaura. Il giovane prete, già dal primo incontro con Sierva María, capisce che lei non è posseduta da nessun demone: è semplicemente una ragazzina spaventata, maltrattata da tutti quelli che la circondano e schiava di volontà maggiori che la sovrastano e che non capisce. Tra i due nasce una contrastata amicizia, che poi sfocerà in una relazione sentimentale segreta e tormentata. Cayetano Delaura si innamora perdutamente di Sierva María, nutre per lei un amore che sa di non poter provare, un sentimento così forte che lo induce a pensare all’amore stesso come a un demone, un’altra creatura del diavolo che entra nell’anima delle persone, fino a far loro terribilmente male.

 

Vediamo, tratteggiati velocemente dallo stile tipico di Màrquez, definito “realismo magico”, i personaggi: Bernarda, madre biologica della piccola Sierva Marìa, una donna ammaliante, non bella ma intrigante, che, per l’unione insoddisfacente col marito, un affare legato solo all’utilità e al sostentamento, e la perdita dell’amante Judas Iscariote, inizia a consolarsi col miele fermentato e col dolce cacao, che le portano gioia per poco, e aiutano la morte ad avvicinarsi, ogni volta un passo in più. Un animo arido, incapace di vero amore, pronto solo a soddisfare le proprie voglie perverse; il personaggio di questa madre, tanto concentrata su di sé da arrivare ad odiare la propria figlia, provoca rabbia. Nel corpo di Bernarda la bruttura dell’animo intacca la solidità del corpo, e l’odio ed il risentimento si trasformano in bile  grasso e lordume.

Il padre invece, via via che la storia avanza, sembra quasi rattrappirsi in se stesso. Ma è vero amore il sentimento nuovo per Sierva Maria, o il suo interventismo dipende solo da un acutissimo senso di colpa?

Poi il vescovo De Càceres y Virtudes. Sì, non è cattivo; no, non è buono. Non sempre è giusto, e l’età lo riduce spesso a respirare con tanta fatica, che ti chiedi se sopravviverà per le prossime righe; eppure sembra avere un animo forte, distante dai tentennamenti. E la figura di padre Aquino, forse un po’ simile a fra’ Cristoforo; un bel confronto esplicito fra i due religiosi avrebbe arricchito il romanzo e aiutato il lettore a vederli a tutto tondo. A loro si aggiunge Abrenuncio, medico dotto e latinista, mezzo eretico, con la biblioteca del Petrarca “con duecento libri in più”, ci informa lui stesso. Ed infine, ecco i due protagonisti, Delaura e Marìa. Padre Delaura, 36 anni compiuti da poco, dopo una vita così placida e tranquilla, turbata solo dalla passione per i libri, viene sconvolto da una forza soprannaturale, da quei demoni a cui Márquez dà nuovi volti e significati: l’ordine viene stravolto, la sua vita ribaltata, eppure Delaura continua imperterrito, dopo le iniziali titubanze, ad inseguire quelli che sono  i comandamenti del cuore. Sierva Marìa de Todos los Angeles, coi suoi dodici anni è ancora meravigliosamente in bilico tra l’infanzia e l’adolescenza, allevata da indios, neri e schiavi, perché la sua famiglia l’aveva dimenticata; per tutto il libro viene trattata come un oggetto, come qualcosa da spostare, pulire, nutrire; e poi curare, spostare ancora, rinchiudere, pulire, purificare, e nessuno sembra volerle neppure un po’ di bene. E’ muta perché non ha nulla da dire, bugiarda perché non conosce altro modo di esprimersi, bella senza sapere di esserlo, diabolica perché incapace di piegarsi, maliziosa, con i suoi incredibili lunghissimi capelli rossi, tanto lunghi da farle da strascico. Nemmeno Delaura, che doveva esorcizzarla, riesce a comprendere se sia un angelo vestito da demone, o un demone vestito da angelo; ed è forse questa dicotomia, unita alla bellezza spiazzante della giovinetta, a farlo cadere preda dei Demoni e di quel Demone più grande di tutti, l’Amore, che lo spinge ad atti folli e a dichiarazioni d’amore sulla falsariga del suo antenato poeta, Garcilaso de la Vega.

Il romanzo è breve e fulminante, coinvolge, sconvolge e ti penetra a fondo; dopo, resta la lingua fiammeggiante della chioma che sguscia fuori da una lapide spezzata e si allunga vogliosa di vita, come Sierva Maria quando avidamente spogliava il grappolo d’uva fino all’ultimo acino.

“In quei mesi le avevano tagliato i capelli e sfregiato la pelle nel vano tentativo di farne uscire il Male; avevano bevuto le sue menzogne con la smorfia degli ubriachi improvvisamente lucidi, l’avevano guardata con odio e terrore e disgusto e poi lasciata a marcire nella sua ombra per tornare a pregare qualche dio – supplicarlo che la risata del Diavolo non si riversasse dal suo corpicino chiaro ad infestare il resto del Convento. Ma adesso lei aveva tanto, tanto sonno. La carne faceva ancora male dopo l’ultimo esorcismo e la volta della chiesa si stava affievolendo, nascosta da una notte ben più pesante di quella dei suoi sogni. I canti antichi e profondi degli Yoruba tornarono alla vita, in qualche città che nessun altro poteva vedere; d’improvviso, di nuovo, Sierva María udì la voce di Dominga e il familiare ronzio delle vespe che le si rifugiavano accanto, da bambina. Casa? Le parve che qualcuno le avesse appena accarezzato quel che rimaneva dei suoi capelli recisi. Lui? Ma se ne stava andando, ora, via dai rosari e dagli idoli in lacrime. Chiuse gli occhi; una mano scivolò lungo l’altare, e con essa scomparve il dolore”.
 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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