Un acino di uva puttanella: Rocco Scotellaro

Rocco quadro di Levi

 “ il mio piccolo paese fa parte dell’Italia, io e il mio piccolo paese meridionale siamo l’uva puttanella, piccola e matura nel grappolo per dare il poco di succo che abbiamo.”

************************************A trent’anni i nostri figli, ancora tutti nella casa di famiglia, si guardano intorno per capire che fare dell’eventuale titolo di studio, come e dove iniziare a vivere da piccoli adulti. A trent’anni Rocco Scotellaro aveva fatto tutto quello che in una sola vita difficilmente si riesce a fare, in una corsa frenetica contro tempo e destino che lo incalzavano. A trent’anni non un infarto, che sarebbe stato un esito consequenziale dello stress continuo, ma la rottura di un aneurisma del suo cervello, che funzionava alla velocità della luce, lo stroncò. Era il dicembre del 1953, i duri anni della miseria nera nel Sud, soprattutto in regioni meridionali più povere di altre-Basilicata, Calabria, Molise-e a Tricarico, il paesino lucano di Scotellaro, fermo ad un tenore di vita quasi medievale, in molte famiglie non credettero alla morte del piccolo grande Rocco: l’avevano rapito i suoi rivali, o era andato in America o in qualche altro posto ricco e civile per conquistare i mezzi necessari al riscatto sociale ed economico dei suoi fratelli compaesani. L’hanno chiamato “il poeta contadino”, ma Rocco era figlio di un ciabattino e di una donna che faceva la scrivana per i vicini, cuciva, aiutava le vicine a sgravarsi, cioè Rocco non fu mai contadino o bracciante fisicamente, ma si sentì investito, quasi impregnato del dramma dei contadini del suo paese, della sua regione e del Sud tutto. In particolate Tricarico aveva un nutrito gruppo di ottimi artigiani che, in un’economia “normale”avrebbero prodotto miracoli italiani. Invece, in massa, presero per disperazione le strade dell’emigrazione, disperdendosi nel mondo come paglia al vento. La stessa aria cupa e senza tempo della Lucania di Carlo Levi e di Cristo s’è fermato a Eboli, e non a caso il torinese pittore/scrittore Carlo Levi fu il maggiore sponsor di Rocco Scotellaro, in vita e post mortem.

Oggi nei manuali pur autorevoli di Storia della Letteratura Italiana è già un’eccezione se viene almeno citato Rocco Scotellaro nel mucchio dei poeti e scrittori neorealisti meridionali; per esempio, il molisano Francesco Jovine non ha mai sfondato in campo nazionale, rimane come tanti suoi fratelli ghettizzato tra gli autori del meridione, una specie di sottogenere letterario. E invece si tratta di opere di grande levatura, di respiro nazionale ed anche internazionale, scritti cult cari e apprezzati da un pubblico esclusivo di aficionados.

Dunque, Rocco Scotellaro: nacque a Tricarico in provincia di Matera nel 1923, un vivacissimo piccolo malpelo dai capelli rossi e dal viso lentigginoso, intelligente e bravissimo a scuola, tanto da aver conquistato stabilmente il primo banco, sia pure nelle classi dei poveracci costretti alla rapatura a zero, causa pidocchi. Finite in gloria le elementari, sarebbe finito pure il cursus honorum di Rocco, senza l’ancora benedetta dei seminari; era uso  dichiarare di avere la vocazione da prete o frate e strappare almeno qualche anno di ginnasio. Avvenne per tanti giovani meridionali ed avvenne anche per Rocco; aveva dodici anni quando, negli anni ’30, come tanti altri giovani di talento ma povere origini, per studiare ricorse alla simulazione della vocazione religiosa. Così fu prima nel Convento francescano di Sicignano degli Alburni e, poi come novizio, in quello di Cava de’ Tirreni. Nella sua incompiuta L’uva puttanella ricordava che in quegli anni andò spesso nei paesi della Costiera Amalfitana, vestito del saio, insieme ai monaci e ad altri novizi, per accompagnare i morti al cimitero, come si usava in quegli anni. Così scoprì il mare azzurro e le spiaggette incastrate “come seggiole” nelle rocce fra agrumeti. Ricordava Costantino Montesanto: «Fu al ritorno da uno di quei mesti viatici che in Rocco Scotellaro, nel doloroso solitario fantasticare di una notte insonne, senza amore, in una cella del Convento dei Francescani di Cava, germogliarono i versi di “Costiera Amalfitana”».

“Mare celeste di pozzi blu e lattee correnti, / l’abito di foglie del carrubo ti segna, / piega all’ansito tuo piano e indifferente / la sua chioma di onde sulle rocce violate e coperte. / L’amore non chiede nulla, né frutti né serti / nel giorno che ha colori aggrovigliati e soli, / nella notte quando cade l’abbondanza dal cielo / fino al piede della marina punta di lampare. / Tu sola vorrei amare, bambina che ora spunti / e hai la piccolezza dell’arancia verde / e dovrai ingiallire per avere la mia età. / È sbocciata la silenziosa regina di una notte / che affascina il muro vecchio come una lampada / e l’alba tra un’ora la richiuderà / amante insonne affogata nei sepali biondi. / E noi fiorire e religioso andare, / ognuno nel suo turno di stagione, / nei giorni e nelle notti senza amore”.

Nonostante l’interruzione, il soggiorno presso i frati segnò la formazione morale e arricchì la sua conoscenza dei classici. Il curricolo scolastico fu caratterizzato poi da un continuo peregrinare a Matera, Tricarico, Potenza, Trento dove, nel 1940-41, frequentò la seconda liceo e nel contempo conseguì la maturità classica, sotto la guida, fra gli altri, di Giovanni Gozzer. Lì intanto, a Trento, prese i primi contatti col socialismo e pare che nel novembre 1940 fosse stato espulso dal liceo-ginnasio per aver partecipato ad una manifestazione antifascista.

Nel 1942 si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma ed ebbe un posto di istitutore in un collegio di Tivoli; la guerra e la morte del padre (14 maggio 1942) lo costrinsero a rientrare al paese e a cambiare università, prima Napoli e poi Bari, non si laureò per l’incalzare delle responsabilità politiche. Il diretto contatto con la drammatica condizione dei contadini lucani fece maturare la sua adesione al PSI, che avvenne il 4 dicembre 1943. Attivo membro del Comitato di Liberazione a Tricarico, svolse per tre anni un intenso lavoro sindacale e politico culminato nella sua elezione a sindaco alle Amministrative del 1946, quando guidò una lista unitaria di sinistra col simbolo dell’aratro. Fu in occasione della campagna della Repubblica che nel maggio 1946 conobbe Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria, gli amici-maestri cui rimase profondamente legato fino alla morte. Nel gennaio 1947, nominato dal partito ispettore regionale per il lavoro giovanile in Basilicata, impostò un’energica azione organizzativa e di rinnovamento per rimuovere le incrostazioni e l’immobilismo della vecchia classe dirigente locale. Fu presidente di un ospedale civile (inaugurato a Tricarico nell’agosto 1947) che rappresenta “un mirabile esempio della capacità autonoma e realizzatrice di un comune”. La ” pozzanghera nera” del 18 aprile e il logoramento interno della maggioranza coinvolsero l’amministrazione di Tricarico ma, ripetute le elezioni del novembre, Scotellaro fu riconfermato sindaco.

Fondamentale per la sua formazione fu la collaborazione data a Peck per lo studio della comunità di Tricarico, e a Friedmann che accompagnò per i paesi della Basilicata alla ricerca di un campione ideale per la sua indagine sul mondo contadino; nonché il legame con il ” Movimento di Comunità” di Adriano Olivetti, dal quale per un certo periodo ricevette un contributo a metà strada fra il sussidio e la borsa di studio.

Il momento epico dell’occupazione delle terre lo vide protagonista appassionato e tuttavia pensoso; fu membro, fra l’altro, del Comitato regionale dell’Assise per la rinascita del Mezzogiorno. L’8 febbraio 1950 fu arrestato per un preteso delitto di concussione riguardo a fatti che risalivano all’agosto 1947 e al febbraio 1948; il 24 marzo 1950 la Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Potenza non solo prosciolse lo Scotellaro ordinandone la scarcerazione “per non aver commesso il fatto” e “perché il fatto non costituisce reato”, ma parlò chiaramente di ” vendetta politica”.

Nel maggio 1950 si dimise dalla carica di sindaco nella quale era stato presto reintegrato dopo il carcere, e partì da Tricarico per Roma dove lavorò per qualche mese da Einaudi. Manlio Rossi-Doria lo chiamò successivamente a Portici presso l’Osservatorio di Economia Agraria, dove partecipò alla stesura degli studi preliminari del Piano regionale della Basilicata, commissionato dalla SVIMEZ, curando la parte relativa ai problemi igienico-sanitari, l’analfabetismo e la scuola. Nel 1952, per fedeltà ai suoi contadini, nonostante l’atteggiamento critico nei confronti del PSI materano, accettò la candidatura per la provincia alle elezioni di maggio, senza tuttavia riuscirvi.

Nel gennaio 1953 rispose con vivo interesse ad una proposta di Codignola che nel dicembre lo aveva invitato a collaborare a ” Nuova Repubblica” onde gettare le basi per “schieramenti nuovi, più aderenti alla realtà della situazione italiana che non lo siano i vecchi strumenti partitici spesso consunti e corrotti”; e partecipò a un convegno promosso a Pisa dai gruppi toscani di ” Giustizia e Libertà” ( Cassola, Capitini ed altri) che si proponevano di creare uno spazio reale di alternativa democratica.

Il 13 maggio Vito Laterza, auspice Vittorio Fiore, gli propose un libro sulla cultura dei contadini meridionali e a tale lavoro dedicò intensamente gli ultimi mesi della sua vita. Morì a Portici, il 15 dicembre 1953 nel pieno degli anni e della sua attività di scrittore. Non sono mancati in vita e post mortem segnalazioni e riconoscimenti per il suo lavoro letterario: Premio de L’Unità 1947, Premio Roma 1949, Premio Cattolica 1951 (per la poesia dialettale), Premio Monticchio 1952, Premio Borgese 1953, Premio S. Pellegrino 1954 (per l’inchiesta Contadini del Sud), Premio Viareggio 1954.

Definito “il poeta della libertà contadina”, il sindaco più giovane d’Italia, Rocco Scotellaro è soprattutto un “dimenticato”, come Manlio Rossi Doria, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, Umberto Zanotti-Bianco, fino a Tommaso Fiore, una generazione di intellettuali con la sola colpa di essere stati meridionali e meridionalisti. Una dimenticanza che, però, sembra stridere con quanto Carlo Levi scrisse in prefazione al volume di Scotellaro L’uva puttanella, pubblicato post-mortem: “Alcuni vanno dicendo che Rocco è stato rapito e portato in America; altri lo attendono vivo da un giorno all’altro. Non c’è casa di contadini a Tricarico dove il ritratto di Rocco non sia appeso al muro accanto alle immagini dei Santi”. Ma questo accadeva nel 1953, oggi, anzi, da diversi decenni il nome di Rocco Scotellaro è sconosciuto, fatte salve le solite eccezioni.

 

Voce viva del Sud che si ribella, per il breve arco di una vita tutta consumata nell’impegno sociale e civile, ha sicuramente rappresentato un caso unico nella nostra letteratura realista novecentesca, antico nel culto e nella difesa dei valori tradizionali di un Sud esiliato e dimesso, e pure nuovo per un’ansia di sperimentazione linguistica che lo sospingevano fatalmente verso una inconsueta eleganza di toni e di movenze, in grado certamente di nobilitare, elevare a toni di raffinata letteratura il grido, l’urlo, la protesta per una condizione di secolare emarginazione. Quelle rare volte in cui Rocco Scotellaro si affacciava a Roma, la méta privilegiata era la casa di Carlo Levi, e poi assieme via ad ascoltare Giuseppe Ungaretti, del quale si nutriva per affinare la parola poetica, restituirla alla sua classica natura allusiva, ai suoi sottesi significati pregnanti e portanti, capace di penetrare nella coscienza contadina della sua terra con la forza persuasiva della protesta, ma anche con la grazia illuminante della parola poetica autodidatta. Non è davvero un caso che tutta la sua opera di narratore e poeta, purtroppo rapida e breve, sia stata pubblicata postuma. Anche l’esperienza del carcere lo spinse ad abbandonare l’attività politica e a dedicarsi pienamente alla letteratura, con opere che oggi appartengono alla classicità di quel periodo, una volta storicizzata quella dura fase della nostra vita nazionale. Dai titoli, già si avvertono i contenuti ispirativi: le prose dell’Uva puttanella del 1955 e le raccolte poetiche. È fatto giorno, con liriche che vanno dal 1940 al 1953, e ancora Margherite e rosolacci apparso nel 1978, venticinque anni dopo la morte dell’autore, raffigurano un convinto sforzo di plasmare le coscienze, educarle alla difesa dei diritti umani, così di continuo calpestati e disattesi. Nel difendere i miseri e gli emarginati, Rocco Scotellaro non abbandonava mai il magistero della letteratura, e da questo punto di vista, si configura davvero come un “caso” unico nella vicenda della nostra poesia novecentesca, in virtù di una peculiarità della parola poetica, che non si isolava mai dai contenuti, molto forti sempre, convincenti, saldati del tutto alla condizione umana cui facevano riferimento. Per reperire qualcosa di simile, nella poesia occidentale del secolo scorso, bisognerebbe ricorrere ad un poeta spagnolo morto nelle carceri franchiste, Miguel Hernandez, anch’egli contadino acculturato soltanto con la propria forza di volontà, autore di un gruppo di poesie dal carcere che restano a testimonianza di una misura interiore di rara consistenza ed efficacia; nel 1939, alla fine della guerra civile spagnola, Miguel Hernández, rinchiuso nella prigione dove morì tre anni dopo, dedicò al figlio appena nato Manuel Miguel delle commoventi Ninne nanne della cipolla, scritte in seguito a una lettera della moglie Josefina che gli confessava che non avevano da mangiare altro che pane e cipolla.

Scotellaro, nel periodo di detenzione, non trascurò mai la scrittura poetica, capace di affinarla alla luce di quanto aveva appreso dai libri, lui autodidatta come il fratello di Spagna, e come lui partecipe del sangue d’Europa; «Non gridatemi più dentro, / non soffiatemi in cuore / i vostri fiati caldi, contadini./ Beviamoci insieme una tazza colma di vino! / che all’ilare tempo della sera / s’acqueti il nostro vento disperato. / Spuntano ai pali ancora / le teste dei briganti, e la caverna / –l’oasi verde della triste speranza – / Lindo conserva un guanciale di pietra… / Ma nei sentieri non si torna indietro / Altre ali fuggiranno / dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / L’alba è nuova, è nuova!»

 

mietitura_del_grano

 

 Noi non ci bagneremo sulle spiagge

a mietere andremo noi

e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

Abbiamo il collo duro, la faccia

di terra abbiamo e le braccia

di legna secca colore di mattoni.

Abbiamo i tozzi da mangiare

insaccati nelle maniche

delle giubbe ad armacollo.

Dormiamo sulle aie

attaccati alle cavezze dei muli.

Non sente la nostra carne

il moscerino che solletica

e succhia il nostro sangue.

Ognuno ha le ossa torte

non sogna di salire sulle donne

che dormono fresche nelle vesti corte.

Margherite e rosolacci

foto margherite e rosolacci

Margherite e Rosolacci, nona e ultima sezione della prima parte (1940 – 1949) della raccolta di poesie di Rocco Scotellaro « È fatto giorno », è composta da otto poesie, secondo la raccolta curata da Carlo Levi nel 1954 pubblicata nella collana « Lo Specchio » di Mondadori:

       Attese

Le ragazze aspettano sulle porte

rosse, malariche, bianche

nelle vesti di lutto.

Così forse solo i carcerati

e gli studenti che contano i giorni.

TRILLA L’ALLARME

 Si sentono vagiti ruzzolare

da questi gusci, da un pugno di case.

All’alba trilla l’allarme

richiama la campagna

sono tutti sugli usci.

 

MIETITORI

 Hanno alloggiato

sulla nostra piazza un mese.

Il mietitore leccese

è partito per ultimo

con la sua bicicletta da passeggio.

 

GIOVANI SPOSE

Le nuche pettinate

delle giovani spose

del mio paese.

Nere nere nere.

Vengono nei carretti i forestieri

A prendersi la festa di vederle.

 

OTTOBRE

 L’estate si trascina

i cardi inariditi

e la mosca pusillanime,

le strade sparse di paglia,

il vuoto delle finestre,

il prezzemolo verde ancora

e il garofano nei vasi

ora che Ottobre s’impone.

Ottobre è là: quella nuvola nera

attesa sulla collina

piegata dai tocchi della sera.

 (1942)

 

IL MURO DI CINTA DEI FRATI

 C’è una nebbia di mattina,

svaria come l’ombra che porto addosso.

Gli uomini attingono ai bar

un po’ d’acqua calda.

Si danno fumo alle narici

con mezze cicche.

Sono gli sparuti viaggiatori

accasciati che aspettano il giorno.

Ed io vado di là nei quartieri

a figurare il passo

del primo contadino

sotto il muro di cinta dei frati:

ché sospirino in sogno la dolcezza

di questo passo libero!

(1941)

 

COSÍ PASSEGGIANO I CARCERATI

 Così passeggiano i carcerati

e hanno nei fiati i gridi

come volano le rondini ai nidi.

E i morti non si fanno vedere

e Cristo lontano da noi

in questo inferno inane.

E il sangue è ancora caldo nelle reti

del mondo distrutto che parla

picchiando alle nostre pareti.

 

BIGLIETTO PER TORINO

 Torino larga di cuore

sei una fanciulla, mi prendi la mano.

Io mi ero messo in cammino:

mi hanno mandato lontano.

qui, gente che ti sogna come me

nel vento delle Fiat.

Mi hanno coccolato sulle ginocchia

i duri miei padri saraceni,

ridacchiavano alle mie stornellate;

mi facevano saltare come un pupo

le belle donne nere.

 

Un giorno li vidi piangere,

c’erano dei tuoni scuri nell’aria

e non sapevano piangere

con quelle facce dure.

E io sulla ginocchia cantai un’altra canzone.

Allora mi tennero a terra, dissero:

         Va là, sai camminare da solo.

Con quanta lena me ne sono venuto

a toccare l’azzurro delle tute:

voglio dirlo a quegli altri, ai saraceni.

(1949)

 

Se chiediamo ai pescatori, agli infermieri, agli impiegati, ai commercianti, agli edicolanti, ai militari, ai professionisti, e infine ai professori e agli allievi dei licei e delle scuole medie delle regioni ancora povere meridionali, se qualcuno conosce Rocco Scotellaro, il risultato è incredibilmente sconfortante. Non lo conosce quasi nessuno. Eppure è forse l’ultimo vero autentico poeta meridionale, un poeta impegnato nel civile, che rappresenta un modello culturale che va al di là di ogni retorica o di ogni forma di discussione accademica, di natura anche storica. C’è infatti in lui un intreccio di significati che non sono soltanto etici e letterari, quali la visione antropologica, la Lucania, il folklore, gli usi, costumi e tradizioni, il Mediterraneo immenso patrimonio di tutti gli Scotellaro meridionali. C’è la storia che diventa tempo e il sentimento del tempo che cuce la memoria dei giorni … E c’è, naturalmente, il dramma dei cafoni, materia prima, combustibile ideologico e politico fatto di fatiche sudori attese e speranze, che Rocco riesce a trasformare, trasfigurare, in una nuova epica del lavoro e delle tribolazioni dei poveri, e lo fa con strumenti essenzialmente poveri, immagini naturalistiche efficaci e dirette, rime facili e lessico contadino….

In una lettera di Rocco alla sorella di Levi si legge testualmente: «Carlo e i contadini sono i soli che mi vogliono a Tricarico » Questo la dice lunga su quella persecuzione, fondata su lettere anonime e indizi inconsistenti, che poi lo fecero ingiustamente finire in carcere. Era la prova inequivocabile che politici e giudici erano d’accordo, con chi allora deteneva il potere esecutivo, di “farlo fuori”. In lui avevano individuato il pericoloso leader dei contadini, da anni in lotta per la terra (ricordiamoci che quelli erano i tempi delle occupazioni delle terre, ondata che attraversò tutto il Mezzogiorno). Rocco era un pericoloso avversario da bloccare ad ogni costo. E il carcere ci riuscì, lo segnò, lo marchiò in maniera indelebile e fatale.

” M’avevate ridotto un tabernacolo/ Le battaglie si facevano più dure e il capitano era sempre più solo…/Ora basta, è tutto finito”

La voce di Rocco Scotellaro è una delle ultime illusioni di poesia funzionale, civile e consolatoria. Certo, rimane a tutt’oggi poeta ”emarginato” dai circoli culturali ufficiali e quasi sconosciuto dalle grandi editorie del nord, tirato via come un neorealista dell’ultima ora. Ma anche Levi che l’amava e tentò di farne un mito, un trascinatore di folle contadine, un messia, non riuscì, in vita, a fargli pubblicare nulla. All’Einaudi aveva contro un Pavese anti-terroni e la Ginzburg che, pur non avendo certi pregiudizi, non credette in Rocco.

La poesia in funzione di lotta, ovvero quella poesia che sarebbe stata inventata, e osannata, specie in America, negli anni sessanta, Rocco l’aveva fatta lui, con il suo cervello e il suo povero disperato cuore, qui nella sperduta retrograda provincia meridionale. Ha scritto un poeta dei nostri tempi, Dario Bellezza: “Rocco Scotellaro è un rimprovero vivente per la poesia italiana, così vuota di senso ormai, avendo imboccato una strada ruffiana e formalista, svuotata di ogni energia e significato, dove la vita è fuggita urlando”. Lo stesso Nenni disse che sullo sfondo cupo della miseria, la poesia di Rocco acquistava un senso amaro, ma non esente dalla speranza. La speranza è nella lotta. E Scotellaro lottatore lo fu davvero, fin dalla sua nascita.

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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