Mentre morivo di Faulkner

William Faulkner (1897-1962), premio Nobel per la letteratura 1949, per il titolo di questo romanzo si rifà nettamente al libro XI (vv.385-464) dell’Odissea: ad Ulisse, sceso nel mondo senza luce dei morti, Agamennone racconta la sua fine: “As I lay dying, the woman with the dog’s eyes would not close my eyelids for me, as I descended into Hades”. Faulkner ricorda a memoria le parole che in italiano significano: “Mentre io giacevo a terra morendo, la donna dagli occhi di cagna non volle, mentre scendevo nell’Ade, chiudermi le palpebre”. Dunque, il titolo in italiano Mentre morivo, riduttivo rispetto al titolo inglese, poveri di risonanze entrambi rispetto al testo omerico.

La storia è semplice e lineare, senza alcuna complicazione, dall’inizio alla fine; invece complicatissimo è l’intreccio della narrazione, così come viene articolato dall’autore, quasi una sfida ai lettori, alla loro pazienza e voglia di capire.  Fernanda Pivano in un lungo saggio introduttivo a Luce d’Agosto ricorda che Faulkner scrisse Mentre morivo nell’estatedel 1929, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochistaalla centrale elettrica dell’Università diOxford, Mississipi, e vi si dedicava “nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta.” Se queste notizie sono vere, il risultato ha dell’incredibile; vorrebbe dire che Faulkner, anche se su scala molto minore per numero di pagine, ha però usato magistralmente la tecnica narrativa del monologo interiore, come Marcel Proust, che però scriveva a letto, dotato di ogni comfort, perfino con muri completamente insonorizzati; nonché la tecnica del flusso di coscienza, come i suoi colleghi sperimentatori europei.

Invece Faulkner trascorse quasi tutta la sua vita a Oxford, piccolo borgo del Mississippi duramente segnato dalla guerra di Secessione. Malvisto dai suoi concittadini sudisti per via della visione scomoda del Sud emergente dalla sua opera, i suoi romanzi sono di una violenza terribile, tanto fisica che psicologica, o sessuale, scritti in uno stile spesso ermetico.

I fatti vengono raccontati da un ventaglio di voci e il lettore è coinvolto in prima persona per orientarsi e districare la matassa volutamente aggrovigliata di intenzioni e azioni, intrecciate, inconfessabili, violente. Come la vita.

Venerato da una ristretta cerchia di intellettuali, ma condannato ad una povertà eroica durante gran parte della propria vita, il romanziere redasse in condizioni assai difficili e in mezzo a preoccupazioni personali ossessive, una saga nella quale gli stati del Sud tengono il posto principale, con i pregi e i molti difetti; ma che spiega anche i grandi miti di cui si sostanzia la storia dell’umanità (l’incesto, la fecondità della donna/terra, la morte e la rinascita, il bene e il male).

Autore di molte opere complesse, capolavori memorabili appartenenti alla prima fase della sua produzione ( Santuario-L’urlo e il furore- Assalonne! Assalonne!-Luce d’Agosto-Sartoris-etc.) densi di pathos e di grande spessore psicologico, con periodi lunghi e sinuosi e una cura meticolosa nella scelta dello stile e del linguaggio, fu considerato il rivale di Ernest Hemingway, agli antipodi per il suo stile conciso e minimalista.  Ritenuto l’unico vero scrittore modernista statunitense degli anni Trenta, Faulkner si allaccia alla tradizione sperimentale di scrittori europei per l’uso di strumenti espressivi innovativi: monologo interiore, il flusso di coscienza, narrazioni elaborate da punti di vista multipli e salti temporali nella cronologia del racconto (flashback  e flashforward ): è innegabile che proprio questo romanzo, Mentre morivo, sia animato da una volontà di formale sperimentazione che risente, in maniera marcata, della lezione di Joyce e Proust e Virginia Wolf.

“Mi ricordavo di mio padre che diceva sempre che la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti tanto tempo.”(Addie)

Mississipi, anni Venti. I Bundren, una famiglia di contadini poveri e legati alla terra, sono presentati mentre vegliano insieme ad alcuni vicini mamma Addie mentre muore. Siamo nella contea di Yoknapatawpha, (l’immaginaria regione del Mississippi, qui nominata fuggevolmente solo una volta, già introdotta da Faulkner in Sartoris e ne L’urlo e il furore, entrambi del 1929) ed è estate, un luglio insieme torrido e piovoso e si avvicina una tempesta di tale veemenza che «è come se su tutta la terra la pioggia, maledetta, volesse proprio questa, di casa, per pioverci sopra», che sconvolge il territorio con un’inondazione mai vista da quelle parti a memoria d’uomo.

Il romanzo si apre in medias res, con Cash, il primogenito, che asse dopo asse, chiodo dopo chiodo, costruisce pazientemente la bara in cui riposerà il corpo della madre, proprio sotto gli occhi di lei, secondo il suo volere. Il rumore della sua sega fa da lugubre bordone in  tutta la prima parte del racconto. La preoccupazione per la pioggia torrenziale, la fretta nel costruire la bara sono motivate dalla volontà ultima della moribonda: il suo cadavere deve essere sepolto nel cimitero di Jefferson County, la cittadina dov’è nata, parecchio distante.

Morta Addie, il marito Anse e i cinque figli (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman) la sistemano nella bara di semplici assi connesse, caricano il feretro su un carro malconcio e partono per la lontana Jefferson, in un viaggio che via via si carica di simboli archetipici e allegorie bibliche (il pesce, il cavallo, il diluvio, la discesa agli inferi, il rogo purificatore, il capro espiatorio) e, a causa dell’inondazione che trascina via i ponti del fiume, dura più di una settimana tra varie e tragicomiche peripezie, sì da occupare gran parte della narrazione. Le difficoltà del viaggio fanno emergere e detonare i rancori che covano tra i membri della famiglia, ciascuno dei quali è protagonista del proprio dramma privato e nasconde segreti e desideri quasi mai esplicabili.

Devono fare in fretta, gli avvoltoi in larghi giri cominciano a planare verso la bara da cui ormai emanano chiari i miasmi della putrefazione. Perché alla povera Addie non bastava essere morta, ma doveva finire pure in acqua quando col carro traballante la famiglia osa guadare il fiume turbolento in piena, col ponte sbriciolato, che pure era lì saldo da tempo immemorabile. E mentre la bara con dentro la morta naviga pericolosamente tra rocce e tronchi, per recuperarla si adopera coraggiosamente Cash, che riesce ad afferrarla, ma prima rischia di annegare e alla fine si rompe malamente la gamba sinistra. Steccata alla meno peggio la gamba dal dottor Peabody, che per un tratto accompagna il feretro, è chiaro che la ferita aperta va disinfettata e curata, ma per ora si soprassiede, anzi, a qualcuno viene la splendida idea di immobilizzare la gamba col…cemento: e giù una bella colata di cemento direttamente sull’arto, sì che, quando lo scalpelleranno via, strapperanno insieme pezzi di cemento e pelle e carne e la gamba, terribilmente infettata con un inizio di gangrena, dovrà essere amputata poco sotto al ginocchio, al bravo falegname Cash. Il piccolino di casa Vardaman è terrorizzato dagli avvoltoi per quello che potrebbero fare al corpo della mamma ed è sempre in guardia, spesso mette la testa sul legno per “sentire se la mamma c’è ancora e che cosa dice.”  Nel naufragio del carro, muoiono i cavalli; per prenderne una nuova pariglia il padre non ci pensa due volte a barattare, tra soldi e oggetti, anche il cavallo selvaggio di Jewel, che per comprarlo aveva lavorato duramente di notte i campi di altri. Ancora un’altra vicissitudine: di notte si sistemano dentro fienili di fortuna, lasciando fuori carro e bara. Nell’ultima sosta però temono per la bara e la trasportano dentro con tutta la famiglia. Sicché esplode la pazzia di Darl, che dà fuoco al fienile con l’evidente intento di farne la pira per la madre che non lo aveva mai amato; ma Jewel si carica sulle spalle la cassa mezzo incendiata e, pur ustionato, la mette al sicuro.

Ci sono sconcerto e incredulità nelle persone che la famiglia incontra durante il suo viaggio. Non riescono a credere che stiano facendo tutta quella strada per seppellire una persona. In una scena verso la fine, mentre il carro è fermo in un paesino, c’è tutta la triste realtà del gesto che il padre di famiglia e i suoi figli stanno compiendo. Eppure non c’è pietà: le donne passano a distanza dal carro con un fazzoletto sul naso, una guardia si ferma e dice a Anse di sloggiare. Qualche monologo prima, un uomo aveva pensato questo: “«Ora che è morta, sarà superiore a certe stupidaggini» dico io. Perché io ai morti porto lo stesso rispetto che gli portano tutti, ma i morti vanno rispettati, e una donna che è morta da quattro giorni il modo migliore di portarle rispetto è di metterla sottoterra il prima possibile. Ma loro, niente”.

Giunti a Jefferson, i Bundren si liberano dei miasmi tragici che li opprimono: seppelliscono sbrigativamente il cadavere in putrefazione di Addie (sono passati nove giorni dalla morte, il che richiama alla mente la “Teogonia” di Esiodo, quando si legge che nove giorni e nove notti sono la misura del tempo che separa il cielo dalla terra e questa dall’inferno) e Jewel e la sorella-di cui Darl conosceva i segreti-fanno arrestare Darl, poi rinchiuso nel manicomio di Jackson, per l’incendio appiccato al fienile. La diciassettenne Dewey Dell, segretamente incinta, vorrebbe segretamente abortire con l’uso di qualche farmaco, ma la sua ingenuità campagnola viene cinicamente sfruttata da un droghiere che ne abusa, dandole poi da bere un intruglio puzzolente e forse del tutto innocuo. Così purificata, la famiglia si ricompone all’istante e realizza finalmente i piccoli sogni dei poveri, come le banane comprate da Dewey Dell per il piccolo Vardaman, il grammofono per Cash che era partito forte e sano e torna con una gamba in meno  e i denti nuovi per lo sdentato Anse, che a Jefferson trova pure una nuova moglie.

Come si vede, se il canovaccio è semplice, il meccanismo dell’intreccio stesso è più complicato di quanto si possa immaginare. In sole 231 pagine si mischiano molte voci e i loro tormenti. Dalla voce più innocente (Vardaman, “Il pianto fa un sacco di rumore. Vorrei che non facesse tanto rumore”), a quella più tragica e presente (Darl, che domina su tutti con ben 19 capitoli su 59), passando per l’essere donna troppo presto di Dewey Dell (“Sento il mio corpo, le ossa e la carne che cominciano a dividersi e a aprirsi sull’esser sola, e il processo di diventare non-sola è terribile”). Tra l’altro, nella frase appena riportata è descritta la gravidanza facendo uso di pochissime parole.

Dei 59 monologhi,  se ben 19 sono assegnati al ‘folle’ Darl e 10 al piccolo Vardaman (uno dei quali, il 19, costituito da una sola frase: “Mia madre è un pesce”), uno solo, e non particolarmente significativo, è assegnato a Jewel, che pure ha una notevolissima presenza ‘scenica’ nei monologhi degli altri; fondamentale, invece, è l’unico monologo assegnato a Addie, che sembra addirittura parlare post mortem. Ma conosciamo più da vicino qualche monologante, della famiglia e no.

Ingobbito e senza denti, inetto e cocciuto come un mulo, Anse  il capofamiglia metterà a rischio l’incolumità di tutta la famiglia pur di tenere fede alla promessa di seppellire la moglie nel suo paese natio. Una promessa che è più un ingombrante fardello di cui liberarsi a ogni costo, che un doloroso pegno d’amore.

Un solo capitolo è dedicato a Addie, la moglie/madre morente. Così mi presi Anse. E quando mi resi conto di avere Cash, mi resi conto che vivere era terribile e che quella era la risposta. Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire. Quando nacque mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c’era una parola o no. Mi resi conto che paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto…  Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l’orgoglio o per la paura”. In lei e nel suo odio per le parole, prima fra tutte la parola “Amore” che il marito utilizza per descrivere l’atto sessuale, troviamo tutto l’odio di un essere umano per i suoi cari, a partire dal marito, per finire con Darl, il figlio mai voluto.

Emblematico il capitolo in cui Vardaman, il figlio più piccolo, recita solamente la frase “mia madre è un pesce”, perché nato dal mero gesto meccanico della riproduzione. Più avanti si trova invece la frase secondo cui la madre di Jewel (terzo figlio, nato dall’adulterio) è un cavallo, poiché nato da una passione focosa. In questo gioco di simboli, Darl, il secondo figlio, non ha madre poiché non è mai stato amato da sua madre, in quanto arrivato senza essere desiderato. Dice il signor Tull -il vicino di casa insieme alla moglie Cora- riguardo a Darl:“Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. È come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui”.

Sempre su Darl il fratello Cash fa una riflessione che colpisce come un pugno per la sua franchezza: “Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell’altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. [..] Ma non sono poi così tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo o che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore”.

Si parla molto di Darl, ma monologa moltissimo proprio Darl, il figlio soldato non amato, pazzo e muto sui segreti del fratello e della sorella: Jewel, che durante le giornate di estate sembra stanchissimo perché di notte se ne va a lavorare il campo di un altro uomo per guadagnare dei soldi e comprarsi un cavallo selvaggio. Sempre Jewel, nato dall’amore della madre per un altro uomo, l’unico figlio che la madre abbia veramente amato, anche se lui l’amava e l’odiava insieme. Darl che la vedeva così: “Quella sera trovai la mamma seduta accanto al letto dove lui dormiva, nel buio. Piangeva con violenza, forse perché doveva piangere così, in silenzio; forse perché per lei le lacrime erano come l’inganno, odiandosi perché lo faceva, odiando lui perché era costretta a farlo. E allora capii che avevo capito. Lo capii chiaro e tondo, quel giorno, come quel giorno capii di Dewey Dell”. Darl, il reduce di guerra, è l’unico a essere uscito dalla contea di Yoknapatawpha. Darl è istruito, Darl è diverso. A lui Faulkner affida lo spazio più ampio e le riflessioni più lucide. Ma è una lucidità che, consapevole della totale assurdità della situazione, sfocia prima in un tragicomico distacco e poi nella follia, reale o presunta. Perché “nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno del tutto normale finché il resto della gente lo convince ad andare in un senso o nell’altro. E’ come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa.”  “Ci vogliono due persone per farti, e una per morire. È così che il mondo finirà.”

Ognuno di loro ci racconta una storia che diviene tante storie: la storia di un dolore condiviso e le storie di singoli segreti meschini ed egoistici. Ognuno di loro calpesta una terra spietata che non offre riparo né consolazione a chi nasce sconfitto. Ognuno di loro è a suo modo testimone e narratore di un’odissea in cui il tragico si fonde col comico, l’assurdo col grottesco. E poi c’è la scrittura di Faulkner, mimetica e viscerale. Una scrittura densa, ad ampie pennellate, a tinte forti, accese, che dipingono sulla pagina immagini di rara potenza drammatica ed evocativa. Quest’opera è un libro sul «desiderio di nascondere quell’abietta nudità che ci portiamo dietro, qui, e ce la portiamo dietro ancora una volta, testardamente, furiosamente, sottoterra». Così chiosa il dottor Peabody, il personaggio più razionale del romanzo.

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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