L’ultimo dono

Nell’estate del 1923 Franz Kafka raggiunse la sorella Elli a Müritz, una piccola stazione balneare sul Baltico; aveva quarant’anni e la tubercolosi lo aveva costretto a trascorrere intere settimane a letto durante l’inverno, così che Elli sperava che in quella residenza sul mare, chiamata «Alla salute», Franz riuscisse a riprendersi. Il Dottore, così lo chiamavano nella casa, aveva una stanza tutta sua, lontano da sanatori e luoghi di cura che gli procuravano ormai soltanto nausea. Riusciva a dormire oltre otto ore e si sedeva un po’ sul balcone ad ascoltare le voci dei bambini che giocavano davanti alla casa vicina, piccoli ebrei dell’Est, di una colonia vivace proveniente da Berlino. Non aveva mai sopportato la presenza vociante dei bambini, i loro rumori; ma questa volta gli piaceva, come tutto ciò che lo circondava e poi era incantato dalla lingua che parlavano, l’yiddish degli ebrei chassidici polacchi, un aspetto dell’ortodossia ebraica a cui da poco lo scrittore si interessava intensamente con studio e colloqui. Una mattina, mentre era intento a osservarli, allegri e colorati attorno a un lungo tavolo, notò per la prima volta Dora Diamant, una giovane di non più di venticinque anni che sussurrava qualcosa ai ragazzi in yiddish. Uno sguardo fugace, che si ripeté quando la rivide nelle cucine della colonia, intenta a pulire il pesce con le sue mani delicate. Nei giorni successivi la incontrò sulla spiaggia, passò del tempo con lei a contemplare il mare, estraniandosi completamente da tutto il resto. In uno stentato ebraico le parlò –mille domande, da dove viene, come vive – guardando la sua bocca e le sussurrò qualcosa sui suoi capelli e sul suo corpo, mentre lei gli diceva che era polacca, figlia di Herschel Dymant, commerciante ebreo ortodosso di una comunità chassidica e che, dopo la morte della mamma, si erano trasferiti a Bedzin. Qui Dora era cresciuta avendo come unico obiettivo lo studio della pedagogia. Nel 1918 era andata a Cracovia per poi diventare insegnante a Berlino dove teneva corsi anche ad adulti. Quell’anno, dopo aver scelto, per il cognome, l’ortografia Diamant, era volontaria in una colonia di Graal-Muritz, sul mar Baltico, dove, tra luglio e agosto era avvenuto il loro incontro. Anche Dora aveva più volte notato quel signore alto, gentilissimo, riservato e ne era stata subito attratta, senza sapere chi fosse. La ragazza era di quindici anni più giovane di lui, ma l’attrazione reciproca si rivelò molto più profonda del previsto, trasformò Kafka, sconvolgendogli la vita quotidiana. La sua esistenza, che si era ridotta a un viaggio nel buio, una costante perdita del baricentro, complice l’assenza dell’ispirazione creativa, ora, con lei accanto, diventava una continua rinascita, certamente non priva di paure ed errori, ma pulsante e avvolgente. Tutto era piacevolmente nuovo, sotto la finestra il movimento smorzato del quartiere, il silenzio del parco quando ci andavano assieme. Ma la maggior parte delle cose appariva nuova e sorprendente: il volto di lei la mattina, il suo odore, il modo in cui sedeva a gambe incrociate sul divano mentre leggeva la Torah. Sì? Vuoi? Sei ancora contenta di essere qui con me? I primi giorni, quando le domande non sono vere domande. Poi a Berlino, con questa giovane donna accanto a sé. Può toccarla in ogni momento, ma spesso si limita a guardare, incantato, un punto preciso, la piega del collo, le anche ondeggianti mentre cammina per la stanza. Tutto questo è per lui, sembra volergli dire, tutto ciò che gli piace di lei e in lei può averlo.

Questo fu l’ultimo grande amore di Kafka, una passione che lo spinse nel settembre del 1923, per la prima volta e finalmente, a rompere con Praga, la famiglia, la solitudine e a stabilirsi a Berlino, anche se vi covava il delirio antisemita, per sognare, lui ebreo assimilato totalmente estraneo a ogni tradizione religiosa, di raggiungere la Palestina in compagnia di una giovane ebrea dell’Est e aprire un ristorante, con intenti comici: lei sarebbe stata cuoca-e non sapeva cucinare e lui cameriere e non aggiungo altro.

Nel Diario del 1921 aveva scritto: “Si può ritenere che la meraviglia della vita sia sempre a disposizione di ognuno in tutta la sua pienezza, anche se essa rimane nascosta, profonda, invisibile, decisamente lontana. Tuttavia c’è, e non è né ostile e né ribelle. Se la si chiama con la parola giusta, con il suo giusto nome, essa arriva. Questa è l’essenza dell’incantesimo, che non crea, bensì chiama”. Questa volta non è un amore vissuto quasi solo con la fantasia, morbosamente in solitudine e più con terrore e pessimismo che con gioia; questa volta il dono è giunto a lui dalla vita avara, ma chiaro e bello e lui, questa volta, sa riconoscere che gli è toccata una delle meraviglie della vita e non la sciupa, non esita, non si lacera come al solito con Praga e con la famiglia: l’inverno del ‘23/24 fu particolarmente crudele, la vita quotidiana era difficoltosa per l’iperinflazione del marco, la tubercolosi non solo non gli dava tregua, ma, nonostante la combattesse accanitamente fianco a fianco con Dora e il dottor Klopstock, diventò una laringite tubercolare, che gli impediva di parlare-restano i suoi ultimi biglietti di conversazione- e alla fine anche di inghiottire. Ma per la prima volta sembrava che Kafka avesse raggiunto la condizione di vita cui aveva sempre aspirato: con entusiasmo e intima soddisfazione scriveva e studiava intensivamente la lingua e la cultura ebraica e Dora, la fedele innamorata e alleata, non lo lasciava da solo mai.

C’è un aneddoto delizioso della biografia di Kafka al tempo in cui viveva a Berlino con Dora. Una mattina, mentre Franz e Dora passeggiavano nei giardini berlinesi di Steglitz park, videro una bambina che singhiozzava disperata. Le chiesero il motivo del suo dolore. Elsi, così pare si chiamasse la bambina, disse loro, tra le lacrime, che aveva perso la sua bambola tanto amata, Brigida. Franz, vedendola così disperata, le disse di non preoccuparsi: Brigida, mentì, si era solo stancata di quella vita così monotona e aveva deciso di viaggiare un po’. A lui, che era il postino delle bambole viaggianti, Brigida aveva detto che avrebbe scritto alla padroncina per spiegarle il motivo di quella separazione.

Racconta Dora che Franz, non appena tornato a casa, entrò nel suo studio e si mise subito a scrivere la lettera alla bambina. Dora non ricordava tutto ciò che la lettera diceva; ricordava solo poche frasi   « …ci sono bambole che non partono mai per nessun viaggio. Hanno paura: Rimangono con le loro bambine, ma non per amore nei loro confronti, tutto il contrario: lo fanno per paura.» Il giorno dopo Franz, come aveva promesso a Elsi, si fece trovare nel punto del parco concordato. Dopo pochi minuti la bimba comparve in lontananza. Non appena lo scorse si mise a correre verso di lui. Franz, il postino delle bambole, le consegna la lettera, ma Elsi non sa leggere ancora. Kafka gliela legge. La bambina sembra rasserenata ma ancora molto triste. «Non essere così triste – le dice il postino – come ha scritto Elsi, questa prima lettera l’ha scritta solo per non farti preoccupare troppo. Ma da domani ogni giorno te ne scriverà una, che io ti porterò qui, sempre alla stessa ora.» Fu così che per quindici giorni consecutivi, Kafka scrisse e consegnò le lettere di Brigida a Elsi. Non sappiamo cosa c’era scritto in quelle lettere perché non sono state mai ritrovate. Sappiamo però che Brigida scriveva dei suoi viaggi intorno al mondo: Tokyo, New York, Bogotà, Messico, L’Avana, Hong Kong. Sappiamo anche che mentre passavano i giorni Elsi era sempre meno triste, e creava nella sua mente l’idea di una possibile libertà. Sappiamo anche che nell’ultima lettera Brigida le scrisse che aveva incontrato un principe azzurro, si sarebbero sposati, e avrebbero viaggiato, e che lei non si sarebbe mai scordata di Elsi, la bambina del Steglitz park, che aveva tanto pianto per lei. Molti anni dopo vennero affissi dei manifesti per cercare di trovare la destinataria di quelle missive, una bambina che doveva essere nata nel 1917, ma fu tutto vano.

La storia di Kafka e della bambola viaggiatrice viene ricordata da Dora Diamant nel libro di Hans-Gerd Koch-Cuando Kafka vino hacia mì…  (Quando Kafka mi venne incontro... ed. Nottetempo) dove sono raccolte numerose interessanti ed eterogenee testimonianze sulla vita del grande scrittore di Praga. Nel breve La mia vita con Franz Kafka, Dora Diamant racconta:  “Quando vivevamo a Berlino, Kafka andava frequentemente al parco di Steglitz. Io qualche volta lo accompagnavo. Un giorno incontrammo una bambina che piangeva con disperazione. Parlammo con lei. Franz le domandò cos’era che la faceva soffrire, e così sapemmo che aveva perso la sua bambola. Subito lui inventa una storia per spiegare quella sparizione. “La tua bambola sta solo facendo un viaggio. Io lo so. Mi ha mandato una lettera”. La bambina, diffidò un po’: “L’hai portata?”. “No, l’ho lasciata a casa, però domani te la porterò”. La bambina, divenuta curiosa, aveva già dimenticato il suo dolore. Franz tornò subito a casa per scrivere la lettera.”

Alla fine di febbraio 1924 le condizioni di Kafka peggiorano al punto che Max Brod lo riaccompagnò a Praga, dove Franz Kafka morì il 3 giugno 1924; erano con lui solo Dora Diamant e il giovane amico e medico Robert Klopstock.

Di certo Franz Kafka scrisse a Dora – amava scrivere lettere, era il modo per lui per esprimersi meglio. Conosciamo le sue lettere al padre, alla sorella Ottla, alle donne da lui amate, Felice, Milena. Dopo la morte di Franz, nel 1924, dal sanatorio di Kierling, Dora portò con sé a Berlino venti quaderni di appunti e trentacinque lettere di Kafka, contro la volontà esplicita dello scrittore che aveva chiesto che i suoi scritti venissero bruciati. Questo materiale fu confiscato dalla Gestapo durante una perquisizione della casa di Dora nel 1933 – ed è stato considerato scomparso, come scomparvero nei campi di Chelmo e Auschwitz Ottla, Elli e Valli, le tre sorelle di Franz, e una delle nipotine.

Se per Kafka Dora fu l’ultimo “dono” (nomen/omen-come l’etimologia dal greco), per la donna la vita dovette comunque continuare: aveva studiato teatro al Dumont Drama Academy di Dusseldorf, quindi lavorò come attrice di teatro, soprattutto in spettacoli per ragazzi, in qualche modo in favore del sionismo e il comunismo di cui era seguace. Più tardi scrisse anche qualche articolo di critica teatrale, sulla rivista “Loshn un Lebn” (yiddish per “Linguaggio e vita”). Negli anni 1930 aderì al Partito Comunista e sposò Lutz Lask, redattore del giornale “Die Rote Fahne” (Bandiera rossa), quotidiano e organo del partito comunista tedesco. I due ebbero una figlia, Franziska Marianne Lask 1934-1982). Dora fuggì con la figlia dalla Germania nel 1936 e raggiunse il marito in URSS, dove però l’attività e le idee politiche della coppia portarono nuovi problemi, culminati con l’arresto di lui, spedito in Siberia dal regime stalinista. Dora dovette abbandonare il paese, riuscendo a rifugiarsi in Inghilterra, appena prima che Hitler invadesse la Polonia nel 1939. Durante la guerra, fu internata con la figlia, in quanto straniere, nel “Port Erin Women’s Detention Camp” dell’Isola di Man. Successivamente rilasciate, tornarono a Londra, dove Dora insegnò e fece l’interprete di yiddish, prodigandosi affinché la lingua dei suoi genitori non venisse dimenticata. Nel 1950 riuscì finalmente a visitare Israele, come aveva sempre sognato. Due anni dopo morì e fu sepolta nell’United Synagogue Cemetery di Marlowe Road in East Ham, dapprima in forma anonima e dal 1999, per interesse di parenti e amici, in una tomba a suo nome. Solo nel 1973 Lutz Lask poté lasciare la Repubblica Democratica Tedesca, dove si era ritrovato a vivere senza più riuscire a sapere niente del destino di Dora, e finalmente incontrare la figlia e morire nello stesso anno.

L’interesse verso Dora Diamant tornò attuale a seguito di una biografia che ha dimostrato, al di là di tutte le avventure successive, che il suo amore nei confronti di Kafka, ma soprattutto quello di lui verso di lei, per quanto breve, ha assunto un’intensità che lo scrittore non aveva provato nei confronti delle sue precedenti “fidanzate” Felice Bauer,  Milena Jesenskà e Julie Wohrizec, anche considerando gli interessi che Dora e Franz seppero condividere verso la Torah, il Talmud e la letteratura.

Sono passati novant’anni dalla scomparsa di Franz Kafka, che in punto di morte chiese all’amico Max Brod di bruciare tutti i suoi inediti. Sino a quel momento Kafka aveva pubblicato solo parte dei racconti, fra cui il capolavoro La metamorfosi, 1915, quindi, se l’amico l’avesse ascoltato, avremmo perso i tre romanzi (Il processo, Il castello, America), gli ampi epistolari, gli aforismi, i Diari e tutte le altre novelle. Per fortuna Brod gli disubbidì e il 3 giugno 1924, morto l’uomo Franz, si aprì uno spazio immenso per lo scrittore Kafka, uno dei più grandi scrittori dell’angoscia, dello smarrimento, dell’alienazione e degli incubi, le tristi prerogative del Novecento. L’enorme successo postumo contrasta con i tormenti di un’esistenza avara di gioie, e con la morte dopo una dolorosissima agonia. Atroce anche il destino delle sue tre sorelle (Gabriele, Valerie e Otylia) e di due delle donne da lui amate in precedenza, Julie Wohryzek e la giornalista Milena Jesenská: tutte morte nei campi di sterminio nazisti. Splende, quasi unica meraviglia della sua vita, l’incontro con Dora, breve e intensissimo, inesorabilmente troncato dalla tubercolosi. Anche per questo, ogni inedito di Kafka salvato all’oblio è inteso come un atto di cultura e insieme di giustizia, ecco perché la caccia ai suoi leggendari taccuini scomparsi è divenuta una questione di principio. Soprattutto se la chiave per ritrovarli si trova davvero in Israele nascosta in un frigorifero, come sostiene la direttrice del Kafka Project di San Diego. Ma questa, appunto, è un’altra storia; intanto, ogni inedito è conteso e pagato profumatamente, anche solo qualche lettera, com’è accaduto recentemente ad Oxford-UK per alcune lettere di Franz a Robert Klopstock e tre all’ultimo dono, Dora Diamant., la giovane insegnante polacca ebrea ortodossa chassidica che riuscì a far fare allo scrittore-per amore, solo per amore, una capriola assolutamente anomala, impensabile, un’altra vita viva, intensa, gustata fino all’ultima sia pure dolorosissima goccia, grata perché proprio sull’orlo era comparsa la meraviglia della vita, anche per lui, stavolta reale e solo sua.

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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