Il ballo di Irène Némirowsky

Traduzione di Margherita Belardetti

Titolo originale: Le bal

© 1930 kditions grasset & fasquelle paris

© 2005 adelphi edizioni s.p.a. milano

Presentazione

Il ballo ha la perfezione esemplare di un piccolo classico, poiché riesce a mescolare, pur nella su brevità, i temi più ardui: la rivalità madre–figlia, l’ipocrisia sociale, le goffe vertigini della ricchezza improvvisata, le vendette smisurate dell’adolescenza – che passano, in questo caso eccezionale, dall’immaginazione alla realtà. Perché è proprio una vendetta, quella della quattordicenne Antoinette nei

confronti della madre: non premeditata, e per questo ancora più terribile. In poche pagine folgoranti, con la sua scrittura scarna ed essenziale, Irène Némirovsky condensa, senza nulla celare della sua bruciante crudeltà, un dramma di amore respinto, di risentimento e di ambizione.

Nel 1929, quando Némirovsky pubblica David Golder, il suo primo romanzo (a cui l’anno dopo seguirà Il ballo), la critica manifesta tutta la sua sbalordita ammirazione di fronte a questa giovane donna elegante e mondana, appartenente a una ricca famiglia di émigré russi di origine ebrea, che si rivela una brillante scrittrice. Per tutti gli anni Trenta Irène Némirovsky continuerà a pubblicare con immutato successo. Nel dopoguerra, tuttavia, sulla sua opera cala il silenzio. Solo a partire dall’autunno del 2004 la critica, ma soprattutto i lettori, hanno cominciato a restituire a Irène Némirovsky il posto che le spetta fra i più grandi, e i più amati, narratori del Novecento.

Il ballo

La signora Kampf entrò nello studio chiudendosi la porta alle spalle così bruscamente che tutte le gocce di cristallo del lampadario, mosse dalla corrente d’aria, tintinnarono d’un suono puro e leggero di sonagli. Ma Antoinette aveva continuato a leggere, china sullo scrittoio tanto da sfiorare la pagina con i capelli. La madre la osservò un istante senza parlare, poi le si piantò davanti a braccia conserte. «Potresti anche scomodarti quando vedi tua madre, bambina mia!» la sgridò. «Non ti pare? Hai il didietro incollato alla sedia? Che modi raffinati… Dov’è Miss Betty?». Nella stanza accanto il rumore di una macchina per cucire ritmava una canzone, un What shall I do, what shall I do when you’ll be gone away… cantato languidamente, con voce incerta e fresca. «Miss,» chiamò la signora Kampf «venga qui». «Yes, Mrs. Kampf».

L’inglesina, guance rosse, occhi spaventati e dolci, uno chignon color del miele arrotolato sulla testolina rotonda, si insinuò attraverso la porta socchiusa. «L’ho assunta» prese a dire con severità la signora Kampf «per sorvegliare e istruire mia figlia, vero? Non perché si cucisse dei vestiti… Antoinette ignora per caso che ci si alza in piedi quando entra la mamma?».

«Oh, Anntoinette, how can you?» disse la Miss con una specie di mesto balbettio. Antoinette ora stava in piedi e si dondolava goffamente su una gamba. Era una ragazzina di quattordici anni, lunga e magra con il volto pallido di quell’età, tanto smunto da apparire agli occhi degli adulti come una macchia rotonda e chiara, priva di lineamenti, le palpebre socchiuse, cerchiate, la boccuccia serrata… Quattordici anni, i seni che premono sotto l’abito stretto da scolara, che feriscono e impacciano il corpo debole, infantile… I piedi grandi e quelle lunghe bacchette con all’estremità due mani arrossate, dalle dita sporche d’inchiostro, che magari un giorno diventeranno le più belle braccia del mondo… Una nuca fragile, capelli corti, incolori, secchi e leggeri… «Antoinette, ragazza mia, che maniere sono queste? È una disperazione! Siediti. Entrerò di nuovo e tu mi farai il piacere di alzarti immediatamente, intesi?». La signora Kampf indietreggiò di qualche passo e aprì la porta per la seconda volta. Antoinette si drizzò con lentezza e con una malagrazia così evidente che la madre, stringendo le labbra in atteggiamento minaccioso, chiese piccata: «Le secca, per caso, signorina?». «No, mamma» disse Antoinette a voce bassa.

«Allora perché fai quella faccia?». Antoinette accennò un sorriso con uno sforzo fiacco e penoso che le deformava dolorosamente il viso. A volte odiava gli adulti al punto che avrebbe voluto ucciderli, sfigurarli, oppure gridare: «Mi hai scocciato!» battendo i piedi; ma fin dalla più tenera infanzia aveva paura dei genitori. Un tempo, quando era più piccola, la madre la prendeva spesso sulle ginocchia e se la stringeva al cuore, coprendola di baci e di carezze. Ma questo Antoinette l’aveva scordato. Mentre nel più profondo di se stessa aveva serbato il suono, lo scoppio di una voce irritata che diceva dall’alto:

«Questa marmocchia mi sta sempre tra i piedi… Mi hai di nuovo macchiato il vestito con le tue scarpe sudicie! Via, in castigo, ti servirà di lezione, mi hai sentito? Stupida!». E un giorno… Per la prima volta, quel giorno, aveva desiderato morire… All’angolo di una strada, durante una scenata, quella frase piena d’ira, gridata così forte che i passanti si erano girati: «Vuoi una sberla? Sì?» e il bruciore di uno schiaffo… In mezzo alla strada… Aveva undici anni, era alta per la sua età… I passanti, gli adulti, pazienza… Ma proprio in quell’istante alcuni ragazzi che uscivano da scuola l’avevano guardata ridendo: «Te la passi male, bellezza…». Oh, quei sorrisetti di scherno che la perseguitavano mentre camminava, a testa bassa, per la strada scura d’autunno… Le luci danzavano attraverso le lacrime.

«Basta piagnucolare… Che brutto carattere!… Se ti punisco è per il tuo bene, ti pare? E attenta a non farmi innervosire un’altra volta, sai…». Brutti schifosi… E adesso, ancora, lo facevano apposta a tormentarla, torturarla, umiliarla, con accanimento, da mane a sera: «Come tieni la forchetta?» (davanti ai domestici, Dio mio) e «Sta’ dritta. Almeno cerca di non sembrare gobba». Aveva quattordici anni, era una giovanetta e, nei suoi sogni, una donna amata e bella… Gli uomini l’accarezzavano, l’ammiravano, come nei libri Andrea Sperelli accarezza Elena e Maria, e Julien de Suberceaux, Maud de Rouvre…

L’amore… Trasalì. La signora Kampf stava concludendo: «… E se credi che ti paghiamo un’istitutrice inglese perché tu abbia modi del genere ti sbagli, mia cara…». Poi, a voce più bassa, mentre rialzava una ciocca di capelli che pendeva sulla fronte della figlia: «Dimentichi sempre che ora siamo ricchi, Antoinette…». E girandosi verso l’inglese: «Miss, avrò molte commissioni per lei, questa settimana… Il 15 do un ballo…». «Un ballo» mormorò Antoinette spalancando gli occhi. «Ma certo,» disse la signora Kampf sorridendo «un ballo…». Guardò Antoinette con un’espressione d’orgoglio, poi inarcò le sopracciglia accennando di nascosto all’inglese.

«Non le hai detto niente, spero». «No, mamma, no» disse Antoinette con foga. Sapeva bene quale fosse la preoccupazione costante della madre. All’inizio – erano passati due anni da allora -, quando avevano lasciato la vecchia rue Favart in seguito al geniale colpo in Borsa che aveva dato loro la ricchezza (dopo aver scommesso sul ribasso del franco, Alfred Kampf aveva poi, nel 1926, speculato su quello della sterlina), Antoinette veniva convocata ogni mattina nella camera dei genitori: la madre, ancora a letto, si limava le unghie, mentre nel bagno attiguo il padre, un piccolo ebreo scarno dagli occhi di fuoco, si radeva, si lavava, si vestiva con quella folle rapidità di tutti i suoi gesti che un tempo aveva spinto i colleghi della Borsa, gli ebrei tedeschi, a soprannominarlo Feuer. Era andato su e giù lungo la scalinata della Borsa per anni e anni… Antoinette sapeva che prima era stato impiegato alla Banca di Parigi, e prima ancora usciere alla porta della banca, in livrea blu… Quando lei stava per nascere aveva sposato la sua amante, la signorina Rosine, dattilografa del capo. Per undici anni avevano  abitato in un piccolo appartamento buio, dietro l’Opéra–Comique. Antoinette si ricordava di quando la sera ricopiava i compiti sul tavolo della sala da pranzo, mentre la domestica, in cucina, lavava rumorosamente i piatti, e la signora Kampf leggeva romanzi china sotto la lampada, un grande globo di vetro smerigliato dove brillava il getto vivido del gas. Qualche volta la madre emetteva un profondo sospiro di irritazione, così forte e brusco che Antoinette sobbalzava sulla sedia. Kampf domandava:

«Che cos’hai ancora?» e Rosine rispondeva: «Mi si stringe il cuore pensando a quanta gente vive bene, è felice, mentre io passo gli anni migliori della mia vita in questo lurido buco a rammendarti i calzini…».

Kampf alzava le spalle senza rispondere. Allora, quasi sempre, Rosine si girava verso Antoinette. «E tu, che cos’hai da ascoltare? Non è affar tuo quel che si dicono gli adulti!» gridava con stizza. Poi concludeva: «Eh già, figlia mia, se aspetti che tuo padre faccia fortuna, come promette da quando siamo sposati, puoi aspettare, ne passerà di acqua sotto i ponti… Crescerai e te ne starai lì, come tua madre, ad aspettare…». E quando diceva questa parola, «aspettare», i suoi lineamenti duri, tesi, imbronciati assumevano un’espressione patetica, intensa, che commuoveva Antoinette suo malgrado, spesso inducendola a protendere d’istinto le labbra verso il viso materno. «Povera piccina» diceva Rosine carezzandole la fronte. Finché una volta era sbottata: «Ma lasciami in pace, m’infastidisci! Come sei noiosa, anche tu…» e mai più Antoinette le aveva dato un bacio, se non quello del mattino e della sera, che genitori e figli possono scambiarsi sovrappensiero, come strette di mano fra sconosciuti.

E poi, un bel giorno, di colpo erano diventati ricchi, non aveva mai capito come. Erano andati ad abitare in un grande appartamento bianco e sua madre si era fatta tingere i capelli di un bell’oro splendente. Antoinette osava appena guardare quella rutilante capigliatura che non riconosceva.

«Antoinette,» ordinava la signora Kampf «ripeti un po’: che cosa rispondi quando ti chiedono dove abitavamo l’anno scorso?». «Sciocca,» diceva il marito dalla stanza accanto «chi vuoi che parli con la bambina? Non conosce nessuno». «So quello che dico» rispondeva la signora Kampf alzando la voce. «Non pensi ai domestici, per esempio?». «Se la sento dire ai domestici anche una sola parola, dovrà vedersela con me – vero Antoinette? Ha capito che deve star zitta e imparare le lezioni, punto e basta. Non le chiediamo altro…». E rivolgendosi alla moglie: «Non è mica stupida, sai?». Ma appena lui usciva la signora Kampf ricominciava: «Se ti chiedono qualcosa, Antoinette, rispondi che abitavamo nel Midi tutto l’anno… Non hai bisogno di specificare se a Cannes o a Nizza, di’ soltanto “nel Midi”… Se proprio ti fanno una domanda precisa, allora è meglio dire Cannes, è più distinto… Ma, naturalmente, ha ragione tuo padre: cerca soprattutto di star zitta. Una ragazzina deve parlare il meno possibile con gli adulti». E la congedava con un gesto del suo bel braccio nudo, un po’ appesantito, dove brillava il braccialetto di diamanti che il marito le aveva appena regalato e che si toglieva solo per fare il bagno.

Antoinette ripensava vagamente a tutto ciò, mentre sua madre chiedeva all’inglese: «Antoinette ha una bella scrittura, almeno?».

«Yes, Mrs. Kampf».

«Perché?» chiese timidamente Antoinette.

«Perché così stasera potrai aiutarmi a scrivere le buste…» spiegò la signora Kampf. «Spedisco quasi duecento inviti, capisci? Da sola non finirei più… Miss Betty, autorizzo Antoinette ad andare a letto un’ora più tardi del solito… Sarai contenta, spero» disse, girandosi verso la figlia.

Ma poiché Antoinette taceva, sprofondata nuovamente nei suoi sogni, la signora Kampf alzò le spalle.

«Ha sempre la testa fra le nuvole, questa bambina» commentò a mezza voce. «Un ballo… Non ti riempie di orgoglio pensare che i tuoi genitori danno un ballo? Non sei molto sveglia, temo, povera figlia mia» concluse con un sospiro, andandosene.

Quella sera Antoinette, che di solito l’inglese accompagnava a letto alle nove in punto, restò in salotto con i genitori. Vi entrava così di rado che si soffermò a osservare i rivestimenti delle pareti in legno bianco e i mobili dorati come se fosse in casa di estranei. La madre le indicò un tavolino rotondo dove si trovavano inchiostro, penne e un pacchetto di biglietti e di buste.

«Siediti lì. Ti detterò gli indirizzi. Venite, amico mio?» disse ad alta voce girandosi verso il marito, perché nella stanza accanto c’era il domestico che stava sparecchiando, e in sua presenza, da parecchi mesi, i Kampf si davano del «voi». Quando il signor Kampf si fu avvicinato, Rosine bisbigliò: «Senti, manda via quello là, mi mette in imbarazzo…». Poi, sorprendendo lo sguardo di Antoinette, arrossì e ordinò bruscamente: «Suvvia, Georges, quanto ci vuole? Finisca di riordinare e vada pure…».

Quindi aspettarono in silenzio, tutti e tre, rigidi sulle sedie. Appena il domestico uscì, la signora Kampf tirò un sospiro di sollievo.

«Finalmente! Non so perché, ma questo Georges non lo posso sopportare. Quando serve a tavola e me lo sento dietro le spalle, mi passa l’appetito… Che cos’hai da sorridere come una stupida, Antoinette?

Avanti, lavoriamo. Hai la lista degli invitati, Alfred?».

«Sì,» disse Kampf «ma aspetta che mi tolga la giacca, ho caldo». «Bada di non lasciarla in giro come l’altra volta…» gli raccomandò la moglie. «Dalla faccia di Georges e di Lucie ho capito che trovavano sconveniente il fatto di stare in salotto in maniche di camicia…».

«Me ne infischio dell’opinione dei domestici» borbottò Kampf. «Hai torto marcio, caro mio, sono proprio loro che costruiscono le reputazioni andando da un posto all’altro e chiacchierando… Non avrei mai saputo che la baronessa del terzo…». Abbassò la voce e bisbigliò qualche parola che Antoinette, nonostante i suoi sforzi, non riuscì a cogliere.

«… se Lucie non fosse stata a servizio da lei per tre anni…».

Kampf tirò fuori dalla tasca un foglio di carta coperto di nomi e pieno di cancellature.

«Iniziamo dalle persone che conosco io, d’accordo, Rosine? Scrivi, Antoinette. Il signor e la signora Banyuls. Gli indirizzi non li so, ma hai l’elenco telefonico e puoi cercarli a mano a mano che ti dico i nomi…».

«Sono molto ricchi, vero?» mormorò Rosine con rispetto. «Molto».

«Tu… Credi che vorranno venire? Non conosco la signora Banyuls». «Nemmeno io. Ma sono in rapporti d’affari col marito, e tanto basta… Pare che la moglie sia deliziosa, e tra l’altro non viene invitata di frequente nel suo giro da quando è stata coinvolta in quella faccenda… Sai, le famose partouze del Bois de Boulogne, due anni fa…». «Ma, Alfred, c’è la bambina…». «Cosa vuoi che capisca? Scrivi, Antoinette… A ogni modo è una donna che va benissimo per cominciare…». «Non dimenticare gli Ostier» disse Rosine con foga. «Sembra che diano feste meravigliose…». «Il signor e la signora Ostier d’Arrachon, due “r” Antoinette… Di questi, mia cara, non rispondo. Sono molto spocchiosi, molto… Lei, in passato, era…».

Fece un gesto.

«No…!».

«Ti dico di sì. Conosco qualcuno che l’ha vista spesso, anni or sono, in una casa chiusa, a Marsiglia… Sì, sì, ti assicuro… Ma è passato molto tempo, quasi vent’anni; il matrimonio l’ha ripulita, riceve gente assai distinta ed è estremamente esigente in fatto di frequentazioni… Come regola generale, in capo a dieci anni, tutte le donne che se la sono spassata diventano così…». «Dio mio,» sospirò la signora Kampf «com’è difficile…».

«Ci vuole metodo, mia cara… Per il primo ricevimento, gente a non finire, più sono meglio è…

Soltanto al secondo o al terzo si fa una cernita… Questa volta bisogna invitare a tutto spiano…». «Ma se almeno fossimo sicuri che verranno… Se qualcuno rifiuta, credo che morirò di vergogna…».

Kampf ridacchiò.

«Se qualcuno non viene, lo inviterai di nuovo la prossima volta, e poi ancora la volta dopo… Sai che ti dico? In fondo, per farsi strada bisogna solo seguire alla lettera la morale del Vangelo…». «Cosa?».

«Se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia… Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana».

«Vorrei proprio sapere» disse la signora Kampf un po’ turbata «dove vai a pescare tutte queste scempiaggini, mio caro». Kampf sorrise.

«Avanti, avanti, proseguiamo… Ecco alcuni indirizzi che devi solo ricopiare da questo foglio, Antoinette…». La signora Kampf si chinò sulla spalla della figlia, che scriveva senza alzare gli occhi:

«Ha davvero una bella grafia, molto accurata… Di’ un po’, Alfred, Julien Nassan non è quello che è stato in prigione per via di una truffa?…». «Nassan? Sì, è lui».

«Ah!» mormorò Rosine con un certo stupore. Kampf disse: «Ma in che mondo vivi? È stato riabilitato, viene invitato dappertutto, è un giovanotto affascinante, e soprattutto è un uomo d’affari di primissimo ordine…». «Signor Julien Nassan, avenue Hoche 23 bis» rilesse Antoinette. «Poi?». «Ce ne sono solo venticinque,» gemette la signora Kampf «non arriveremo mai a duecento ospiti, Alfred…». «Ma certo che ci arriviamo, non cominciare a innervosirti. Dov’è la tua lista? Tutte le persone che hai conosciuto l’anno scorso a Nizza, a Deauville, a Chamonix…».

La signora Kampf prese un bloc–notes dal tavolo.

«Il conte Moìssi, il signore, la signora e la signorina Lévy de Brunelleschi e il marchese d’Itcharra: è il gigolò della signora Lévy, vengono invitati sempre insieme…».

«C’è un marito, almeno?» chiese Kampf con aria dubbiosa.

«Sta’ tranquillo, sono persone molto distinte. Ci sono anche altri marchesi, sai, ben cinque… Il marchese di Ligués y Hermosa, il marchese… Di’ un po’, Alfred, bisogna rivolgersi a loro chiamandoli col titolo? Penso che sia meglio, ti pare? Non “signor marchese”, natural mente, come i domestici, ma “caro marchese”, “mia cara contessa”… Se no gli altri non si accorgeranno neanche che riceviamo gente titolata…». «Ti piacerebbe potergli attaccare un’etichetta sulla schiena, vero?». «Oh, le tue battute idiote!… Su, Antoinette, sbrigati a copiare tutto, bambina mia…».

Antoinette scrisse qualche altro nome e poi lesse a voce alta: «Il barone e la baronessa Levinstein–Lévy, il conte e la contessa du Poirier…». «Sono Abraham e Rébecca Birnbaum, il titolo l’hanno comprato; ma che stupidaggine farsi chiamare du Poirier, non trovi?… Al loro posto, io…». Si immerse in una profonda fantasticheria.

«Conte e contessa Kampf, semplicemente» mormorò. «Non suona male». «Non correre» le consigliò Kampf. «Tra una decina d’anni, magari…». Nel frattempo Rosine faceva una cernita fra i biglietti da visita gettati alla rinfusa in una coppa di malachite ornata di draghi cinesi in bronzo dorato. «Mi piacerebbe sapere chi è tutta questa gente» mormorò. «Sono i biglietti che ho ricevuto per l’anno nuovo… Ho conosciuto tanti di quei gigolò a Deauville…».

«Quelli vanno sempre bene, sono decorativi, specie se vestiti come si deve…». «Oh, mio caro, scherzi, sono conti, marchesi, visconti per lo meno… Ma non mi riesce di collegare i nomi ai volti… Si rassomigliano tutti. In fondo, non importa; hai visto come facevano dai Rothwan de Fiesque? Dicevano a tutti esattamente la stessa frase: “Che piacere…” e poi, se si è costretti a presentare due persone, si farfugliano i nomi… Tanto non si sente mai niente… Guarda, Antoinette, bambina mia, è un lavoro facile: gli indirizzi sono segnati sui biglietti…». «Ma mamma,» la interruppe Antoinette «questo è il biglietto da visita del tappezziere…».

«Che stai dicendo? Fa’ vedere. Sì, ha ragione; Dio mio, Dio mio, perdo la testa, Alfred, ti assicuro… A quanti siamo, Antoinette?».

«Centosettantadue, mamma». «Ah, però!».

I Kampf sospirarono all’unisono dalla soddisfazione e si guardarono sorridendo, come due attori sulla scena dopo la terza chiamata, con un’espressione in cui si fondevano stanchezza beata e trionfo.

«Niente male, vero?». Antoinette chiese timidamente: «Ma… Ma… La signorina Isabelle Cosette non sarà per caso la mia signorina Isabelle?». «Be’, certo…». «Oh,» esclamò Antoinette «perché la inviti?». Divenne subito paonazza presentendo il secco «non ti riguarda!» della madre; ma la signora Kampf spiegò con imbarazzo: «È una bravissima persona… Bisogna essere gentili con tutti…». «È cattiva come la peste» protestò Antoinette.

La signorina Isabelle, una cugina dei Kampf, dava lezioni di musica ai rampolli di parecchi ricchi agenti immobiliari ebrei; era una vecchia zitella piatta, dritta e rigida come un bastone di scopa, e ad Antoinette insegnava pianoforte e solfeggio. Benché fosse estremamente miope, non usava mai l’occhialetto perché andava fiera dei suoi occhi molto belli e delle folte sopracciglia, e incollava sugli spartiti il lungo naso car noso, appuntito, a cui la cipria dava riflessi bluastri; quando Antoinette faceva un errore, la picchiava con forza sulle dita con una bacchetta d’ebano, piatta e dura come lei. Era più malevola e ficcanaso di una vecchia gazza. Il giorno precedente a ogni lezione Antoinette mormorava con fervore, durante le preghiere serali (suo padre si era convertito all’epoca del matrimonio e Antoinette era stata allevata nella fede cattolica): «Mio Dio, fa’ che stanotte la signorina Isabelle muoia».

«La bambina ha ragione» osservò Kampf sorpreso. «Come ti salta in mente di invitare quella vecchia pazza? L’hai sempre trovata insopportabile…». La signora Kampf scrollò le spalle con un gesto di collera: «Ah, non capisci niente! Come vuoi che la famiglia ne sia informata altrimenti? Immagina la faccia di zia Loridon, che ce l’aveva con me perché avevo sposato un ebreo, e di Julie Lacombe e dello zio Martial, tutti quei parenti che ci trattavano con condiscendenza perché erano più ricchi di noi – ti ricordi? Insomma, è molto semplice, se non invitiamo Isabelle, se non so che l’indomani creperanno tutti d’invidia, preferisco non dare nessun ballo! Scrivi, Antoinette». «Gli ospiti balleranno in entrambi i saloni?».

«Certo, e anche nella galleria… Lo sai, no, che è molto bella la nostra galleria… Prenderò a nolo cesti di fiori in quantità; vedrai come sarà carino, nella galleria grande, tutte quelle signore in abito da sera, con i loro gioielli, gli uomini in frac… Dai Lévy de Brunelleschi era uno spettacolo da favola… Durante i tanghi veniva spenta l’illuminazione elettrica e restavano accese soltanto due grandi lampade di alabastro negli angoli, con una luce rossa…».

«Oh, non mi piace granché, fa molto dancing».

«Oggi si usa così dappertutto, pare; le signore adorano lasciarsi palpeggiare a ritmo di musica… La cena, naturalmente, servita ai tavolini…». «Che ne diresti di cominciare offrendo un aperitivo?».

«È un’idea… Bisogna riscaldare l’ambiente appena arrivano gli ospiti. Potremmo sistemare la zona bar nella camera di Antoinette. Per una notte lei dormirà in guardaroba o nel piccolo ripostiglio in fondo al corridoio…». Antoinette trasalì violentemente. Era diventata pallidissima; a voce bassa, strozzata, mormorò: «Non potrei restare anche soltanto per un quarto d’ora?».

Un ballo… Mio Dio, mio Dio, era mai possibile che lì, a due passi da lei, ci fosse quella cosa splendida, che lei si immaginava vagamente come un insieme confuso di musica sfrenata, di profumi inebrianti, di abiti spettacolosi… Di parole d’amore bisbigliate in un salottino appartato, oscuro e fresco come un’alcova… E che quella sera venisse messa a letto, come tutte le sere, alle nove, quasi fosse un bebé…

Forse alcuni uomini, sapendo che i Kampf avevano una figlia, avrebbero chiesto di lei; e sua madre avrebbe risposto, con quel suo risolino detestabile: «Suvvia, ma dorme da ore…». Eppure cosa le costava che Antoinette, anche Antoinette, avesse la sua parte di felicità su questa terra?… Oh, Dio mio, ballare una volta, una volta sola, con un bel vestito, come una vera giovane donna, stretta fra le braccia di un uomo… Con una sorta di audacia disperata, chiudendo gli occhi come se si appoggiasse al petto una rivoltella carica, ripetè: «Soltanto un quarto d’ora, eh, mamma?». «Che cosa?» gridò la signora Kampf stupefatta. «Ripeti un po’…». «Andrai al ballo del signor Blanc» disse il padre. La signora Kampf alzò le spalle: «Dev’essere impazzita sul serio, questa bambina…».

Antoinette, con la faccia stravolta, esclamò d’impulso: «Ti supplico, mamma, ti supplico… Ho quattordici anni, non sono più una bambina… So che a quindici anni si debutta in società: io ne dimostro quindici, e l’anno prossimo…». La signora Kampf perse le staffe: «Roba da non crederci!» gridò con voce arrochita dalla collera. «Questa bambinetta, questa mocciosa, venire al ballo, figurarsi… Aspetta un po’, bella mia, ti farò passare io tutte le idee di grandezza… Ah, credi di fare il tuo “debutto in società” l’anno prossimo! Chi ti ha messo questi grilli per il capo? Sappi, mia cara, che io comincio soltanto adesso a vivere, capisci, io, e che non ho intenzione di avere tra i piedi una figlia da marito…

Non so chi mi trattenga dal tirarti le orecchie per toglierti dalla testa simili pretese» proseguì sullo stesso tono, facendo un passo verso Antoinette. Antoinette indietreggiò e impallidì ancor di più; l’espressione smarrita, disperata dei suoi occhi sembrò impietosire Kampf.

«Dai, lasciala stare» disse trattenendo la mano sollevata di Rosine. «La bambina è stanca, tesa, non sa quel che dice… Va’ a dormire, Antoinette». Antoinette non si muoveva; la madre la spinse leggermente per le spalle: «Su, fuori, e senza fiatare! Fila via, o guai a te…».

Antoinette tremava da capo a piedi, ma uscì con lentezza, senza una lacrima. «Un bel tipetto» disse la signora Kampf appena se ne fu andata. «Promette bene… D’altronde io ero tale e quale, alla sua età; ma io non sono come la mia povera mamma, che non ha mai saputo dirmi di no… La domerò, puoi giurarci…». «Vedrai, con un bel sonno le passerà; era stanca, sono già le undici, non è abituata ad andare a letto così tardi; sarà questo che l’ha resa nervosa… Continuiamo la lista, che è meglio» disse Kampf.

Nel cuore della notte Miss Betty fu svegliata da un rumore di singhiozzi nella camera accanto. Accese la luce e stette un momento in ascolto attraverso la parete. Era la prima volta che sentiva piangere la ragazzina: di solito, quando la signora Kampf la rimproverava, Antoinette riusciva a trattenere le lacrime e non diceva niente.

«What’s the matter with you, child? Are you ill?» chiese l’inglese. I singhiozzi cessarono di colpo.

«Suppongo che sua madre l’abbia sgridata… È per il suo bene, Antoinette… Domani lei le chiederà scusa, vi abbraccerete e tutto sarà finito; ma a quest’ora bisogna dormire. Vuole un infuso di tiglio caldo? No? Potrebbe rispondermi, cara» concluse, visto che Antoinette taceva. «Oh, dear, dear, è così brutta una ragazzina che tiene il broncio! In questo modo da un dispiacere al suo angelo custode…».

Antoinette fece una smorfia: «Sporca inglese!» e allungò verso la parete i suoi deboli pugni contratti. Sporchi egoisti, ipocriti, tutti, tutti… Se ne infischiavano che lei soffocasse a forza di piangere, sola, al buio, che si sentisse misera e derelitta come un cane smarrito… Nessuno le voleva bene, nessuno al mondo… Ma non vedevano dunque – ciechi, imbecilli – che lei era mille volte più intelligente, più raffinata, più profonda di tutti loro, di tutta quella gente che osava educarla, istruirla… Arricchiti volgari, ignoranti… Ah, come aveva riso di loro per tutta la sera! E loro, naturalmente, non si erano accorti di nulla… Poteva piangere o ridergli sotto gli occhi, non la degnavano di uno sguardo… Una bambina di quattordici anni, una ragazzetta, è un qualcosa di spregevole e di infimo, come un cane…

Con che diritto la mandavano a dormire, la punivano, la ingiuriavano? «Ah, vorrei che morissero!». Al di là del muro sentiva l’inglese respirare quietamente nel sonno. Antoinette ricominciò a piangere, ma più piano, assaporando le lacrime che le scorrevano agli angoli della bocca e all’interno delle labbra; d’un tratto la invase uno strano piacere: per la prima volta in vita sua piangeva così, senza smorfie né sussulti, in silenzio, come una donna… In seguito avrebbe pianto, per amore, le stesse lacrime… Ascoltò a lungo i singhiozzi risuonarle nel petto come un’ondata profonda e bassa nel mare… La sua bocca bagnata di lacrime aveva un sapore salmastro… Accese la lampada e si guardò con curiosità allo specchio. Aveva le palpebre gonfie, le guance rosse e chiazzate. Come una bambina che sia stata picchiata. Era brutta, brutta… Singhiozzò di nuovo. «Vorrei morire. Dio, fammi morire… Santa Vergine, perché mi hai fatto nascere in mezzo a loro? Puniscili, ti prego… Puniscili, e poi muoio contenta…». A un tratto s’interruppe e disse ad alta voce:

«Probabilmente sono tutte balle, il buon Dio, la Vergine, balle come i buoni genitori dei libri e l’età felice…». Ah, sì, l’età felice, che balla… «Che balla!» ripetè rabbiosamente mordendosi le mani così forte che le sentì sanguinare sotto i denti.

«Felice… Felice… Preferirei essere morta e sotterrata…».

La schiavitù, la prigione, ripetere giorno dopo giorno gli stessi gesti alle stesse ore… Alzarsi, vestirsi, gli abitini scuri, gli stivaletti pesanti, le calze a coste, glieli fanno mettere apposta, come una livrea, perché nessuno in strada segua sia pure per un momento con lo sguardo quella ragazzetta insignificante che passa… Imbecilli, non vedrete mai più quell’incarnato da bocciolo e quelle palpebre lisce, intatte, fresche e ombrate, e quei begli occhi spaventati, sfrontati, che chiamano, ignorano, aspettano… Mai, mai più… Aspettare… E i desideri cattivi… L’invidia vergognosa, disperata, che rode il cuore nel vedere due innamorati passeggiare al crepuscolo, abbracciati, vacillando dolcemente, come ebbri… Un odio da zitella a quattordici anni? Eppure sa che avrà anche lei la sua parte; ma ci vorrà tempo, un tempo infinito, e nell’attesa questa vita meschina, piena di umiliazioni, la scuola, la dura disciplina, la madre che grida… «Quella donna, quella donna che ha osato minacciarmi!». Disse di proposito a voce alta: «Tanto non ce l’ha il coraggio…». Ma si ricordò della mano sollevata.

«Se mi avesse toccato, l’avrei graffiata, morsa, e poi… Si può sempre fuggire… E per sempre… La finestra…» pensò con agitazione febbrile.

E si vide sul marciapiede, distesa, in una pozza di sangue… Niente ballo, il 15. La gente avrebbe commentato: «Quella bambina… Non poteva scegliere un altro giorno per ammazzarsi?». Con che tono sua madre aveva detto: «Voglio vivere, io, io…». Forse, in fondo, era stato proprio questo a farle più male… Mai Antoinette aveva visto negli occhi della madre quello sguardo freddo di donna, di nemica.

«Sporchi egoisti! Sono io che voglio vivere, io, io… Sono giovane, io… Mi derubano, si prendono la mia parte di felicità sulla terra…». Oh, introdursi al ballo per miracolo ed essere la più bella, la più affascinante, avere tutti gli uomini ai suoi piedi! Bisbigliò: «Lei la conosce? È la signorina Kampf. Non è una bellezza canonica, se vogliamo, ma ha un fascino straordinario… Così fine… Eclissa tutte le altre, vero? La madre, poi, sembra una cuoca al confronto…». Appoggiò la testa sul cuscino intriso di lacrime e chiuse gli occhi; una specie di morbida e lenta voluttà distendeva dolcemente le sue membra stanche.

Si toccò il corpo attraverso la camicia, con dita leggere, con tenerezza, rispetto… Un bel corpo, pronto per l’amore… Sussurrò: «Quindici anni, oh Romeo, l’età di Giulietta…». Compiuti i quindici anni, il mondo avrebbe avuto un altro sapore… L’indomani la signora Kampf non parlò ad Antoinette della scena del giorno prima, ma per tutta la durata del pranzo si sforzò di far sentire alla figlia il suo cattivo umore con una serie di quei bruschi rimbrotti in cui eccelleva quando era in collera.

«A che stai pensando con quel labbro a penzoloni? Chiudi la bocca, respira con il naso. È davvero un piacere per dei genitori avere una figlia sempre tra le nuvole… Sta’ attenta, ma come mangi? Hai macchiato la tovaglia, ci scommetto… Non puoi mangiare come si deve, alla tua età? E non tirar su col naso, ti prego, figlia mia… Devi imparare ad ascoltare le osservazioni che ti vengono fatte senza mettere il muso… Non ti degni di rispondere? Hai inghiottito la lingua? Bene, pure le lacrime adesso!» continuò alzandosi e gettando il tovagliolo sulla tavola. «Guarda, preferisco andarmene piuttosto che vedermi questa faccia davanti, piccola stupida». Uscì sbattendo con violenza la porta; Antoinette e l’inglese restarono sole di fronte al posto vuoto. «Su, finisca il dessert, Antoinette,» bisbigliò la Miss «altrimenti farà tardi alla lezione di tedesco».

Con mano tremante, Antoinette si portò alla bocca lo spicchio d’arancia che aveva appena sbucciato. Si sforzava di mangiare lentamente, con calma, perché il domestico, immobile dietro la sua sedia, la credesse indifferente a simili scenate, piena di disprezzo per «quella donna»; ma, suo malgrado, le lacrime le sfuggivano da sotto le palpebre gonfie e colavano, tonde e brillanti, sul vestito. Un po’ più tardi la signora Kampf entrò nello studio con in mano il pacchetto degli inviti pronti: «Dopo la merenda vai a lezione di piano, Antoinette? Consegna a Isabelle la sua busta, e lei, Miss, porti le altre alla posta».

«Yes, Mrs. Kampf».

L’ufficio postale era pieno di gente; Miss Betty guardò l’ora: «Oh… Non abbiamo tempo, è tardi, ripasserò durante la sua lezione, cara» disse distogliendo lo sguardo, le guance più rosse del solito. «Fa…Fa lo stesso, vero, cara?».

«Sì» mormorò Antoinette. Non aggiunse altro; ma quando Miss Betty, raccomandandole di sbrigarsi, la lasciò di fronte allo stabile dove abitava la signorina Isabelle, aspettò un momento, nascosta nel vano del portone, e scorse l’inglese che si affrettava verso un taxi fermo all’angolo della strada. L’auto passò vicinissima ad Antoinette, che si alzò sulle punte dei piedi e guardò all’interno con curiosità e timore.

Ma non vide niente. Per un attimo rimase immobile, seguendo con gli occhi il taxi che si allontanava.

«Me l’immaginavo che aveva un innamorato… Probabilmente adesso si stanno baciando, come nei libri… Magari lui le dice: “Ti amo”… E lei? È la sua… amante?» si chiese poi con una specie di vergogna, di violento disgusto, misto a un’oscura sofferenza. «Libera, sola con un uomo… Beata lei! Staranno andando al Bois… Vorrei che la mamma li vedesse… Ah, come vorrei!» mormorò serrando i pugni. «Ma no, gli innamorati hanno tutte le fortune… Sono felici, sono insieme, si baciano… Il mondo è pieno di uomini e donne che si amano… Perché io no?».

La cartella da scolara le dondolava a lato, sospesa all’estremità del braccio. La guardò con odio, poi emise un sospiro, girò lentamente i tacchi e attraversò il cortile. Era in ritardo. La signorina Isabelle avrebbe detto: «Non ti hanno insegnato che la puntualità è il primo dovere di una ragazza beneducata nei riguardi dei suoi insegnanti, Antoinette?». «È stupida, è vecchia, è brutta…» pensò esasperata.

E a voce alta snocciolò: «Buongiorno, signorina, è stata la mamma a trattenermi, non è colpa mia; mi ha detto di consegnarle questo…». Nel tenderle la busta, aggiunse con un’improvvisa ispirazione: «Le chiede anche di lasciarmi andar via cinque minuti prima del solito…». Così forse avrebbe visto la Miss tornare in compagnia di qualcuno. Ma la signorina Isabelle non ascoltava. Stava leggendo l’invito della signora Kampf. Antoinette vide arrossire d’un tratto le sue guance flosce dalla pelle scura e avvizzita.

«Come? Un ballo? Tua madre dà un ballo?».

Girava e rigirava il biglietto fra le dita, poi lo passò di soppiatto sul dorso della mano. Le lettere erano incise o soltanto stampate? C’era una differenza di almeno quaranta franchi… Al tatto riconobbe subito l’incisione… Alzò le spalle con stizza. I Kampf erano sempre stati di una vanità e di una prodigalità folli… Un tempo, quando Rosine lavorava alla Banca di Parigi (e, Dio mio, non era poi così tanto tempo fa!), spendeva tutto il suo stipendio in vestiti… Portava biancheria di seta… Guanti nuovi ogni settimana… Ma probabilmente frequentava le case d’appuntamento… Soltanto quelle erano le donne che se la passavano bene… Le altre… Mormorò con amarezza: Tua madre ha sempre avuto fortuna…».

– Si rode dalla rabbia» pensò Antoinette, e con una piccola smorfia maliziosa chiese: «Verrà senz’altro, no?». Guarda, farò l’impossibile, perché ho proprio un gran desiderio di vedere tua madre» disse la signorina Isabelle. «Ma, a dire il vero, non so ancora se potrò… Alcuni amici, i genitori di una mia allieva – i Gros, Aristide Gros, l’ex capo di gabinetto, tuo padre ne ha di certo sentito parlare, io lo conosco da anni -, mi hanno invitata a teatro, e ho già preso un impegno con loro, capisci?… Insomma, tenterò di sistemare la faccenda» concluse senza ulteriori precisazioni. «In ogni caso, di’ a tua madre che stare un po’ con lei sarebbe per me un grande piacere, una gioia immensa…». «Sì, signorina».

«Adesso lavoriamo; avanti, siediti…». Antoinette fece ruotare lentamente lo sgabello foderato di felpa che stava dinanzi al piano. Avrebbe potuto disegnare a memoria le macchie, i buchi della stoffa. Attaccò le scale. Fissava con cupa attenzione un vaso sul camino, dipinto di giallo, annerito dalla polvere all’interno… Mai un fiore… E quelle orrende scatolette ricoperte di conchiglie sugli scaffali… Com’era brutto, squallido e cupo quel piccolo appartamento buio dove da anni la costringevano a passare il suo tempo… Mentre la signorina Isabelle disponeva gli spartiti, girò furtivamente la testa verso la finestra…

(Doveva essere bellissimo il Bois al crepuscolo, con quegli alberi spogli, delicati, invernali e il cielo bianco di perla…). Tre volte alla settimana, tutte le settimane, da sei anni… Sarebbe andata avanti così fino alla morte? «Antoinette, Antoinette, come tieni le mani? Ricomincia da capo, per favore… Ci sarà molta gente da tua madre?». «Credo che la mamma abbia invitato duecento persone».

«Ah! Pensa di avere abbastanza spazio? Non ha paura che faccia troppo caldo, che si stia troppo accalcati? Suona più forte, Antoinette, un po’ di energia! La tua mano sinistra è molle, bambina mia…Per la prossima volta questa scala e l’esercizio n. 18 del terzo volume di Czerny…».

Le scale, gli esercizi… Per mesi e mesi La mort d’Ase, le Chansons sansparoles di Mendelssohn, la barcarola dei Contes d’Hoffmann… E sotto le sue dita rigide di scolara tutto ciò si fondeva in una specie di strepito informe e assordante… La signorina Isabelle scandiva vigorosamente il tempo con in mano un quaderno di musica arrotolato.

«Perché appoggi così le dita sui tasti? Staccato, staccato… Credi che non veda come tieni l’anulare e il mignolo? Duecento persone, dici? Le conosci tutte?». «No». «Tua madre indosserà il suo nuovo abito rosa di Premet?». «…». «E tu? Suppongo che assisterai al ballo… Sei grande abbastanza!». «Non so» mormorò Antoinette con una stretta al cuore.

«Più veloce, più veloce… Ecco in che tempo dev’essere suonato questo pezzo… Uno, due, uno, due, uno, due… Forza! Ma che fai, dormi, Antoinette? Il pezzo seguente, figliola…». Il pezzo seguente…

Quel passaggio irto di diesis dove si inciampa di continuo… Nell’appartamento accanto c’è un bambino che piange… La signorina Isabelle ha acceso la lampada… Fuori il cielo si è incupito, cancellato… La pendola suona quattro volte… Ancora un’ora perduta, sprofondata nel nulla, che è scorsa fra le dita come acqua e che non tornerà mai più… «Vorrei andarmene lontanissimo, oppure morire…». «Sei stanca, Antoinette? Di già? Alla tua età io suonavo sei ore al giorno… Aspetta un po’, non correre così, quanta fretta… A che ora devo venire il 15?». «C’è scritto sul biglietto. Alle dieci».

«Benissimo. Ma noi ci vedremo prima». «Sì, signorina…».

Davanti al portone non c’era nessuno. Antoinette si addossò al muro e attese. Dopo un attimo riconobbe il passo di Miss Betty che si avvicinava rapida al braccio di un uomo. Si slanciò in avanti, inciampando nelle gambe della coppia. L’inglese gettò un debole grido. «Oh, Miss, l’aspetto da più di un quarto d’ora…».

Scorse di sfuggita il viso della Miss, così diverso dal solito che si bloccò, quasi dubitando che fosse lei.

Ma non si soffermò sulla piccola bocca patetica, aperta, pesta come un fiore schiacciato; guardava avidamente «l’uomo». Era molto giovane. Uno studente. Un liceale forse, con le labbra morbide, infiammate dai primi colpi di rasoio… Begli occhi sfrontati… Fumava. Mentre la Miss balbettava una scusa, disse con voce sonora e tranquilla: «Mi presenti, cugina». «My cousin, Ann–toinette» mormorò Miss Betty.

Antoinette tese la mano. Il ragazzo fece una risatina e tacque; poi parve riflettere e infine propose: «Vi accompagno, d’accordo?». S’incamminarono tutti e tre in silenzio lungo la stradina buia e deserta. Sul viso di Antoinette arrivavano folate d’aria fresca, bagnata di pioggia, come imbevuta di lacrime. Rallentò il passo, guardò gli innamorati che camminavano davanti a lei senza parlare, stretti l’uno all’altro. Come andavano veloci… Si fermò. I due non si girarono neanche. «Se mi investisse una macchina, forse non sentirebbero nemmeno il rumore…» pensò con una strana amarezza. Un uomo la urtò al passaggio; lei indietreggiò spaventata. Ma era soltanto il lampionaio; vide come toccava i fanali a uno a uno con la sua lunga pertica, e come di colpo questi si infiammavano nella notte. Tutte quelle luci che lampeggiavano e vacillavano simili a candele al vento… A un tratto ebbe paura. Si mise a correre a perdifiato. Raggiunse gli innamorati davanti al ponte Alexandreni. Quelli parlavano fitto fitto, a voce bassissima, i volti accostati.

Scorgendo Antoinette, il ragazzo ebbe un moto di insofferenza. Miss Betty si turbò un momento, poi, colta da un’improvvisa ispirazione, aprì la borsa e tirò fuori il pacchetto di buste. «Tenga, cara, sono gli inviti di sua madre, che non ho ancora spedito… Faccia una corsa dal tabaccaio, là, nella stradina a sinistra… Vede la luce? Li metta nella buca delle lettere. Noi l’aspettiamo qui…».

Le cacciò il pacchetto in mano e si allontanò precipitosamente. Antoinette la vide fermarsi in mezzo al ponte e aspettare il ragazzo a testa china. Si appoggiarono contro il parapetto. Antoinette non si era mossa. Per via dell’oscurità scorgeva soltanto due ombre confuse, e tutt’intorno la Senna nera e piena di riflessi. Anche quando si baciarono, intuì più che vedere i due visi avvicinarsi e quasi ricadere mollemente l’uno contro l’altro; si torse con violenza le mani, come una donna gelosa… Nel fare quel gesto, le scivolò a terra una busta. Ebbe paura e si affrettò a raccoglierla, ma nello stesso istante si vergognò della sua paura: che sciocca, sempre a tremare come una bambina! Non era degna di essere una donna. E quei due là che continuavano a baciarsi… Non avevano ancora staccato le labbra… Una specie di vertigine si impossessò di lei, un bisogno selvaggio di commettere una bravata, di fare del male. Serrando i denti, prese le buste, le accartocciò fra le mani, le lacerò e le buttò tutte insieme nella Senna. Per un lungo istante, trattenendo il respiro, le guardò svolazzare contro l’arcata del ponte. Alla fine il vento le trascinò nell’acqua.

Erano quasi le sei e Antoinette tornava dalla passeggiata insieme alla Miss. Visto che nessuno rispondeva alla scampanellata, Miss Betty bussò. Da dietro la porta giunse un rumore di mobili spostati.

«Staranno sistemando il guardaroba» disse l’inglese. «Stasera c’è il ballo, me lo dimentico sempre… Anche lei, cara?».

Sorrise ad Antoinette con un’aria di complicità timorosa e tenera. Non aveva più rivisto il giovane amante in presenza della ragazzina, ma dopo quell’ultimo incontro Antoinette era diventata così taciturna da preoccupare la Miss con il suo silenzio, i suoi sguardi… Il domestico aprì la porta.

La signora Kampf, che sorvegliava l’elettricista in sala da pranzo, si precipitò: «Non potevate passare dalla scala di servizio, vero?» gridò furibonda. «Non lo vedete che stiamo preparando un guardaroba in anticamera? Adesso è tutto da rifare, non finiremo mai» continuò, afferrando un tavolo per aiutare il portinaio e Georges che risistemavano la stanza. Nella sala da pranzo e nella lunga galleria attigua sei camerieri in giacca di tela bianca stavano apparecchiando i tavoli per la cena. Al centro era allestito il buffet, ornato di fiori sgargianti. Antoinette fece per entrare nella sua camera, ma la signora Kampf gridò di nuovo: «Non lì dentro, non entrare lì… C’è il bar, in camera tua; e anche da lei, Miss, è occupato. Per questa notte dormirà nel guardaroba, e tu, Antoinette, nel ripostiglio… È in fondo all’appartamento, ti addormenterai tranquillamente, non sentirai neanche la musica… Che sta facendo, lei?» chiese all’elettricista che lavorava senza fretta, canticchiando. «Non vede che questa lampadina non funziona?». «Eh, mi dia il tempo, cara la mia signora».

Rosine alzò le spalle con irritazione: «Il tempo, il tempo… È lì da un’ora» brontolò sottovoce.

Parlando, si torceva con violenza le mani – un gesto così identico a quello della figlia quand’era in collera che Antoinette, immobile sulla soglia, trasalì come chi si ritrova inaspettatamente dinanzi a uno specchio. La signora Kampf era in vestaglia e aveva i piedi nudi nelle pantofole; i capelli sciolti le si attorcigliavano come serpenti intorno al viso in fiamme. Scorse il fioraio che, con le braccia cariche di rose, si sforzava di passare davanti ad Antoinette, addossata al muro: «Mi scusi, signorina». «Insomma, scostati!» gridò così bruscamente che Antoinette, indietreggiando, urtò l’uomo con il gomito e fece cadere tutti i petali di una rosa. «Ma sei insopportabile!» continuò la madre con voce tanto acuta che la cristalleria sulla tavola tintinnò. «Che ci stai a fare qui, a ficcarti tra i piedi della gente, a dar fastidio a tutti? Vattene, va’ in camera tua! No, non in camera tua, in guardaroba, dove ti pare, ma non farti vedere né sentire!».

Scomparsa Antoinette, la signora Kampf attraversò di corsa la sala da pranzo, la dispensa ingombra di secchielli pieni di ghiaccio per tenere in fresco lo champagne, e raggiunse lo studio del marito. Kampf era al telefono. Attese a malapena che riattaccasse la cornetta e subito esclamò: «Ma che cosa fai, non ti sei rasato?». «Alle sei? Tu sei pazza!». «Prima di tutto sono le sei e mezzo, e poi ci possono essere ancora commissioni da sbrigare all’ultimo momento; è meglio essere pronti».

«Sei pazza» ripete Kampf con impazienza. «Per le commissioni ci sono apposta i domestici…».

«Mi piaci quando fai l’aristocratico e il signore!» disse lei alzando le spalle. «“Ci sono i domestici…”.

Riserva i tuoi bei modi per gli invitati…». «Senti, non cominciare a innervosirti, eh!» ribattè lui sferzante. «Ma come vuoi, come vuoi che non mi innervosisca!» gridò Rosine, con voce lacrimosa.

«Non funziona niente! Quei bastardi dei domestici non saranno mai pronti! Devo essere dappertutto, devo sorvegliare tutto, e non dormo da tre giorni! Sono allo stremo, mi sento impazzire…».

Afferrò un piccolo portacenere d’argento e lo scagliò a terra; ma il gesto violento parve calmarla.

Sorrise, un po’ vergognosa.

«Non è colpa mia, Alfred…». Kampf scosse la testa, ma non aprì bocca. Mentre Rosine stava per andarsene, la richiamò: «Senti, volevo chiederti… Continui a non aver ricevuto niente, neanche una risposta dagli invitati?». «No, perché?».

«Non lo so, mi pare strano… Mi ero ripromesso di domandare a Barthélemy se aveva ricevuto il biglietto, ma, neanche a farlo apposta, è una settimana che non lo vedo alla Borsa… E se gli telefonassi?». «Adesso? Sarebbe sciocco». «Comunque è strano» disse Kampf. Sua moglie l’interruppe:

«Be’, si vede che non si usa rispondere, ecco tutto! Si viene o non si viene… E, se vuoi saperlo, mi fa persino piacere… Significa che nessuno ha pensato in anticipo di farci un bidone… Si sarebbero almeno scusati, non credi?». Visto che il marito taceva, insistette con impazienza: «Non è vero, Alfred?

Non ho ragione? Eh, che ne dici?». Kampf allargò le braccia. «Non lo so… Cosa vuoi che dica? Ne so quanto te…».

Si guardarono un momento in silenzio. Rosine sospirò chinando la testa. «Oh, mio Dio, ci si sente un po’ disorientati, vero?». «Passerà» fece Kampf. «Lo so, ma intanto… Oh, sapessi che paura ho! Vorrei che fosse già tutto finito…».

«Non t’innervosire» ripetè debolmente Kampf.

Lui stesso però continuava a rigirare il tagliacarte fra le mani con espressione assente. Raccomandò: «Soprattutto, parla il meno possibile… Solo frasi fatte… “Sono lieta di vederla… Prenda qualcosa… Fa caldo, fa freddo…”».

«La cosa più terribile» disse Rosine in tono preoccupato «saranno le presentazioni… Pensa un po’, tutte quelle persone che ho visto una sola volta in vita mia, è già tanto se ne distinguo le facce… E che non si conoscono, che non hanno niente in comune tra di loro…». «Eh, Dio mio, farfuglierai qualcosa. In fin dei conti, tutti si son trovati nella nostra situazione, tutti hanno cominciato un giorno». «Ti ricordi» domandò a un tratto Rosine «il nostro appartamento in rue Favart? E quanto ci abbiamo messo prima di deciderci a cambiare il vecchio divano della sala da pranzo, che era tutto sfondato? Sono passati quattro anni da allora, e guarda qua…» aggiunse, indicando i mobili sovraccarichi di bronzo che li attorniavano.

«Vuoi dire» domandò lui «che fra quattro anni riceveremo ambasciatori, e allora ci rammenteremo di come eravamo qui, stasera, a tremare aspettando un centinaio di magnaccia e di vecchie sgualdrine?Eh?».

Lei gli mise ridendo la mano sulla bocca. «Via, sta’ zitto!».

Uscendo si scontrò con il maggiordomo che veniva ad avvertirla: i fattorini non erano arrivati con lo champagne e il barman riteneva che non ci fosse abbastanza gin per i cocktail. Rosine si prese la testa fra le mani. «Bene, ci mancava anche questa!» cominciò a gridare. «Non poteva dirmelo prima? Dove vuole che lo trovi, il gin, a quest’ora? È tutto chiuso… E i fattorini…».

«Potresti mandare l’autista, cara» suggerì Kampf.

«L’autista è andato a mangiare» disse Georges.

«Figurarsi,» strillò Rosine fuori di sé «figurarsi, se ne frega altamente…». Si corresse: «Non si prende la briga di sapere se c’è bisogno di lui… Il signore se la fila, il signore va a cena! E questo è un altro che domattina sbatto fuori!» aggiunse, rivolgendosi a Georges con un tono così furibondo che il domestico, subito piccato, contrasse le lunghe labbra sottili.

«Se la signora si riferisce a me…» cominciò.

«Ma no, amico mio, ma no, lei è matto… Mi è scappato, lo vede che sono esausta…» disse Rosine alzando le spalle. «Prenda un taxi e vada subito da Nicolas… Dagli i soldi, Alfred…». Si precipitò nella sua camera, e passando trovò il modo di raddrizzare i fiori e di rimbrottare i camerieri: «Quel piatto di pasticcini è fuori posto, lì… Sistemate meglio la coda del fagiano. Dove sono le tartine di caviale fresco? Non le mettete troppo in vista, altrimenti finiscono subito. E i crostini di foie gras? Dove sono i crostini di foie gras? Scommetto che li hanno dimenticati! Ah, se non andassi a ficcare io stessa il naso dappertutto!…». «Ma li stiamo spacchettando proprio adesso, signora» disse il maggiordomo. La guardava con malcelata ironia. «Devo essere ridicola» pensò a un tratto Rosine scorgendo nella specchiera il suo viso paonazzo, gli occhi sconvolti, le labbra tremanti.

Ma, come una bambina troppo eccitata, sentiva di non riuscire a dominarsi, nonostante gli sforzi; era sfinita, sul punto di scoppiare in lacrime. Entrò in camera sua. La cameriera stava disponendo sul letto il vestito da sera, in lamé d’argento, ornato di fitte frange di perle, le scarpe che brillavano come gioielli, le calze di mussola di seta.

«La signora mangia subito? Immagino che la cena dovrà essere servita qui, per non mettere sottosopra i tavoli…». «Non ho fame» disse Rosine con stizza. «Come la signora desidera; io, invece, posso finalmente andare a mangiare?» disse Lucie stringendo le labbra, perché la signora Kampf le aveva fatto ricucire per quattro ore le perle del suo abito che si sfilavano dalle frange. «Faccio notare alla signora che sono quasi le otto e che le persone non sono bestie». «Ma vada, figliola, vada, non la trattengo!» esclamò la signora Kampf. Quando rimase sola, si gettò sul canapè e chiuse gli occhi, ma la camera era gelata, come una cantina: fin dal mattino avevano spento i caloriferi in tutto l’appartamento. Si rialzò, si avvicinò alla toletta.

«Faccio spavento…». Prese a truccarsi minuziosamente il viso: dapprima uno spesso strato di crema che spalmò a due mani, poi il belletto sulle guance, il nero sulle ciglia, una linea sottile lungo le palpebre per allungarle verso le tempie, la cipria… Si truccava con estrema lentezza, e di tanto in tanto si fermava, prendeva lo specchio e scrutava la propria immagine con un’attenzione appassionata, ansiosa, e uno sguardo duro, diffidente e smaliziato a un tempo. All’improvviso afferrò, stringendolo fra le dita, un capello bianco sulla tempia e lo strappò violentemente con una smorfia. Ah, la vita era proprio fatta male!… Il suo viso dei vent’anni… Le guance in fiore… E le calze rattoppate, la biancheria coi rammendi… Adesso i gioielli, gli abiti, e le prime rughe… E queste andavano insieme a quelli…

Bisognava affrettarsi a vivere, mio Dio, a piacere agli uomini, ad amare. I soldi, i bei vestiti e le belle auto, a che servivano se non c’era un uomo, un amante bello e giovane?… Quanto l’aveva atteso, quest’amante!… Aveva ascoltato e seguito uomini che le parlavano d’amore quando era ancora una ragazza povera, perché erano ben vestiti, e avevano belle mani curate. Che villani, tutti quanti… Ma lei non aveva smesso di attendere. E ora, era l’ultima possibilità, gli ultimi anni prima della vecchiaia, quella vera, senza rimedi, irreparabile… Chiuse gli occhi, immaginò una bocca dalle labbra giovani, uno sguardo voglioso e tenero, carico di desiderio… In gran fretta, come se corresse a un appuntamento amoroso, gettò il pettine e prese a vestirsi: indossò le calze, le scarpe, l’abito con quell’agilità particolare di chi, per tutta la vita, ha fatto a meno delle cameriere. I gioielli… Ne aveva uno scrigno pieno…

Kampf diceva che erano l’investimento più sicuro. Mise la lunga collana di perle a doppio filo, tutti i suoi anelli, i bracciali con diamanti enormi che le imprigionavano le braccia dai polsi fino ai gomiti; poi appuntò al corpetto un grande pendente ornato di zaffiri, rubini e smeraldi. Rutilava, scintillava come un reliquiario.

Indietreggiò di qualche passo, si guardò con un sorriso gioioso… La vita cominciava, finalmente!

Quella sera stessa, chissà?…

Antoinette e la Miss stavano finendo di cenare su un’asse da stiro appoggiata di traverso sopra due sedie nel guardaroba. Da dietro la porta giungevano i rumori dei domestici che correvano nella dispensa e l’acciottolio delle stoviglie. Antoinette stava immobile, con le mani strette fra le ginocchia. Alle nove la Miss guardò l’orologio.

«Bisogna andare subito a letto, cara… Nello stanzino non sentirà la musica, dormirà bene».

E poiché Antoinette non rispondeva, battè le mani ridendo. «Su, sveglia, Antoinette! Che cos’ha?». La condusse fino a un piccolo ripostiglio semibuio, che era stato arredato alla meglio con un letto di ferro e due sedie. Di fronte, dall’altro lato del cortile, si scorgevano le finestre sfavillanti del salone e della sala da pranzo. «Potrà assistere al ballo da qui, non ci sono imposte» celiò Miss Betty.

Quando l’inglese uscì, Antoinette, avida e impaurita, andò a incollare la fronte ai vetri: un ampio scorcio di muro era illuminato dal chiarore dorato, ardente, delle finestre. Alcune ombre passavano di corsa dietro le tende di tulle. I domestici. Qualcuno socchiuse la vetrata; Antoinette percepì distintamente il brusio degli strumenti che venivano accordati in fondo al salone. I musicisti erano già arrivati… Mio Dio, erano le nove passate… Per tutta la settimana aveva confusamente aspettato una catastrofe che inghiottisse il mondo in tempo perché non venisse scoperto niente; ma la sera stava trascorrendo come ogni altra sera. In un appartamento vicino un orologio suonò la mezza. Ancora trenta minuti, tre quarti d’ora e poi… Nulla, probabilmente, non sarebbe successo nulla, perché la settimana prima, quando erano rientrate dal loro giro, la signora Kampf si era slanciata sulla Miss con quella sua particolare impetuosità che faceva perdere la testa alle persone nervose e le aveva chiesto: «Allora, ha portato gli inviti alla posta? Non ha perso niente, smarrito niente, ne è sicura?» e la Miss aveva detto: «Sì, signora Kampf». La responsabilità era sua, senza alcun dubbio, solo sua… E se la licenziavano, poco male, le stava bene, le sarebbe servito di lezione. «Me ne infischio, me ne infischio» balbettò, e in un moto d’ira si morse le mani che, sotto i giovani denti aguzzi, sanguinarono.

«E quell’altra può farmi quello che vuole, io non ho paura, me ne infischio!». Guardò il cortile buio e profondo sotto la finestra.

«Mi ucciderò, e prima di morire dirò che l’ho fatto per colpa sua, tutto qui» mormorò. «Non ho paura di niente, mi sono vendicata in anticipo…». Riprese a spiare; il vetro si appannava sotto le sue labbra, e ogni volta lo sfregava con violenza e tornava a incollarvi il viso. Alla fine, spazientita, spalancò gli infissi. La notte era pura e fredda. Adesso vedeva distintamente, con i suoi occhi acuti di quindicenne, le sedie allineate contro il muro, i musicisti intorno al piano. Restò immobile per così tanto tempo da non sentirsi più le guance e le braccia nude. In quello stato quasi di allucinazione, per un attimo arrivò a pensare che non era successo niente, che aveva visto in sogno il ponte, l’acqua nera della Senna, i biglietti strappati trascinati dal vento, e che gli invitati sarebbero arrivati per miracolo e la festa avrebbe avuto inizio. Sentì suonare i tre quarti, poi dieci rintocchi… I dieci rintocchi… Allora trasalì e scivolò fuori dalla stanza. Si diresse verso il salone, come un assassino inesperto attratto dal luogo del delitto.

Percorse il corridoio, dove due camerieri, con la testa rovesciata all’indietro, tracannavano bottiglie di champagne. Raggiunse la sala da pranzo. Era deserta, con tutto già predisposto: il grande tavolo piazzato al centro, carico di selvaggina, di pesce in gelatina, di ostriche su vassoi d’argento, e adorno di pizzi veneziani, con i fiori tra un piatto e l’altro, e la frutta in due piramidi uguali. Tutt’intorno i tavolini rotondi a quattro e sei posti scintillavano di cristalli, di porcellane pregiate, di argenti e di stoviglie dorate. In seguito Antoinette non riuscì mai a spiegarsi come avesse osato attraversare così, in tutta la sua lunghezza, quella grande stanza rutilante di luci. Sulla soglia del salone esitò un istante, poi scorse,nel salottino attiguo, il grande canapè di seta; si mise carponi e si insinuò tra lo schienale e i tendaggi.

C’era appena il posto per potersi rannicchiare con le braccia e le ginocchia strette contro il corpo; da lì, sporgendo la testa, vedeva il salone come se fosse la scena di un teatro. Tremava lievemente, ancora tutta gelata per essere rimasta tanto a lungo davanti alla finestra aperta. Adesso l’appartamento sembrava assopito, calmo, silenzioso. I musicisti parlavano sottovoce. Vedeva un negro dai denti brillanti, una signora in abito di seta, i cimbali, simili a una grancassa in un parco di divertimenti, e un enorme violoncello ritto in un angolo. Il negro sospirò sfiorando con l’unghia una specie di chitarra che vibrò ed emise un gemito sordo. «Si comincia e si finisce sempre più tardi, oggigiorno».

Il pianista disse qualche parola che Antoinette non intese e che fece ridere gli altri. Poi, all’improvviso, entrarono il signor e la signora Kampf. Quando Antoinette li scorse fece un movimento come se volesse sprofondarsi sottoterra, si schiacciò contro il muro, la bocca nascosta nel cavo del gomito ripiegato, ma sentiva i loro passi avvicinarsi. Erano a pochi metri da lei. Kampf si sedette in una poltrona di fronte ad Antoinette. Rosine gironzolò un momento per la stanza; accese, poi spense le lampade sul camino. Scintillava di diamanti. «Siediti,» disse Kampf sottovoce «è stupido agitarsi così…».

Rosine si girò e Antoinette, che aveva aperto gli occhi e sporto la testa fino a toccare con la guancia il legno del canapè, la vide in piedi dinanzi a lei, e fu colpita da un’espressione che non aveva mai visto su quel volto imperioso: una specie di umiltà, di zelo, di terrore… «Alfred, credi che andrà tutto bene?» domandò con una voce candida e tremante da bambina.

Il marito non ebbe il tempo di rispondere, perché una brusca scampanellata echeggiò nell’appartamento. Rosine giunse le mani. «Oh, mio Dio, ci siamo!» sussurrò, come se parlasse di una scossa di terremoto. Tutti e due si slanciarono verso la porta spalancata del salotto. Un istante dopo Antoinette li vide ritornare al fianco della signorina Isabelle che chiacchierava animatamente, anche lei con una voce diversa dal solito, alta e stridula, inframmezzata da piccoli scoppi di risa che impennacchiavano le sue frasi.

«Questa, poi, me l’ero proprio scordata» pensò Antoinette con spavento. La signora Kampf, ora radiosa, parlava senza sosta; aveva ripreso la sua espressione arrogante e soddisfatta; lanciava occhiatine maliziose al marito, indicandogli furtivamente l’abito della cugina, di tulle giallo, ornato, tutt’intorno al lungo collo secco, di un boa di piume che la signorina Isabelle tormentava con entrambe le mani, come il ventaglio di Celimene; un occhialetto d’argento pendeva all’estremità di un nastro di velluto arancione legato al polso. «Non era mai entrata in questa stanza, Isabelle?».

«No, è molto carina, chi ve l’ha arredata? Oh, incantevoli quei vasi! Vedo che lei, Rosine, apprezza ancora lo stile giapponese… Io lo difendo sempre; ne parlavo proprio l’altro giorno con i Bloch–Levy, i Salomon – li conosce? -, che lo definivano paccottiglia e “roba da arricchiti”, per usare la loro espressione. Gli ho risposto: “Dite quello che volete, ma è allegro, è vivace, e poi il fatto che sia meno costoso, per esempio, del Luigi XV non è un difetto, anzi…”». «Ma si sbaglia di grosso, Isabelle» protestò Rosine risentita. «Il cinese antico, il giapponese, raggiungono prezzi folli… Pensi che questo vaso con uccelli…». «Di epoca un po’ tarda…». «Mio marito l’ha pagato diecimila franchi all’Hotel Drouot…Che dico diecimila… Dodicimila franchi, non è vero, Alfred? Oh, se l’ho rimproverato! Ma non per molto; io stessa adoro curiosare, comprare ninnoli: è la mia passione». Kampf suonò il campanello:

«Gradite un bicchiere di porto, care signore?». E rivolgendosi a Georges, subito sopraggiunto: «Per favore, tre bicchieri di Sandeman e tartine, tartine al caviale».

Poiché la signorina Isabelle si era allontanata per esaminare attraverso l’occhialetto un Buddha dorato su un cuscino di velluto, la signora Kampf sussurrò rapidamente: «Tartine, ma tu sei pazzo! Non vorrai mettermi sossopra tutta la tavola per lei! Georges, porti dei salatini sul piatto di porcellana di Sassonia; sul piatto di porcellana di Sassonia, mi ha capito bene?». «Sì, signora».

Tornò dopo un istante con il vassoio e la caraffa di baccarat. I tre bevvero in silen zio. Poi la signora Kampf e la signorina Isabelle si sedettero sul canapè dietro il quale era nascosta Antoinette. Tendendo una mano avrebbe potuto toccare le scarpe d’argento di sua madre e quelle di satin giallo della sua insegnante. Kampf andava su e giù per la stanza lanciando sguardi furtivi alla pendola. «E ditemi un po’, chi ci sarà stasera?» chiese la signorina Isabelle. «Oh,» fece Rosine «qualche persona simpatica, e anche qualche vecchio barbogio, come l’anziana marchesa di San Palacio, a cui dovevo ricambiare l’invito; le piace così tanto venire qui… L’ho vista ieri, doveva partire; mi ha detto: “Mia cara, ho rimandato di una settimana la villeggiatura nel Midi per la sua festa: da lei ci si diverte talmente…”».

«Ah, avete già dato altri balli?» chiese la signorina Isabelle stringendo le labbra. «No, no,» si affrettò a dire la signora Kampf «soltanto qualche té; non l’ho invitata perché so che lei è così occupata durante il giorno…». «Sì, in effetti; d’altronde mi sono quasi decisa a dare dei concerti l’anno prossimo…».

«Davvero? Ma è un’ottima idea!».

Tacquero. La signorina Isabelle esaminò ancora una volta le pareti della stanza. «Bello, proprio bello, un gusto…». Di nuovo calò il silenzio. Le due donne tossicchiarono. Rosine si ravviò i capelli. La signorina Isabelle si accomodò minuziosamente la gonna. «Che bel tempo abbiamo avuto in questi giorni, non è vero?». Kampf fu pronto a intervenire: «Suvvia, non resteremo così con le mani in mano! Come arriva tardi la gente, però! Avete scritto “alle dieci” sugli inviti, vero, Rosine?».

«Mi accorgo di essere arrivata molto in anticipo».

«Ma no, mia cara, che cosa dice? È un’abitudine terribile quella di arrivare così in ritardo, un comportamento deplorevole…».

«Propongo di fare un giro di ballo» disse Kampf battendo le mani con brio. «Ma certo, è una granbuona idea! Potete cominciare a suonare» gridò la signora Kampf rivolta all’orchestra. «Un charleston!».

«Lei balla il charleston, Isabelle?». «Be’ sì, un po’, come tutti…». «Allora non le mancheranno i cavalieri. Il marchese di Itcharra, per esempio, un nipote dell’ambasciatore di Spagna, vince tutti i premi a Deauville, vero, Rosine? Nell’attesa, apriamo le danze». Si allontanarono, e l’orchestra mugghiò nel salone deserto. Antoinette vide la madre alzarsi, correre alla finestra e premere il viso – anche lei, pensò Antoinette – contro il vetro gelido. La pendola suonò le dieci e mezzo. «Mio Dio, mio Dio, ma che cosa fanno?» sussurrò la signora Kampf agitata. «Che il diavolo si porti questa vecchia pazza!» aggiunse quasi ad alta voce, e subito dopo applaudì e gridò ridendo: «Ah, brava, bravissima! Non sapevo che ballasse così bene, Isabelle». «Balla come Joséphine Baker» rispose Kampf dall’altro capo del salone. Terminato il charleston, Kampf esclamò: «Rosine, accompagno Isabelle al bar, non siate gelosa».

«Ma lei, lei non viene, mia cara?». «Mi scusi solo un istante, il tempo di dare le ultime istruzioni ai domestici e vi raggiungo…».

«Vi avverto, Rosine, farò la corte a Isabelle per tutta la sera». La signora Kampf trovò la forza di ridere e di minacciarlo con un dito, ma non pronunciò una parola, e non appena i due furono usciti si slanciò di nuovo verso la finestra. Giungeva il rumore delle auto che risalivano il viale: quando una rallentava davanti alla casa la signora Kampf si sporgeva e divorava con gli occhi la strada buia d’inverno, ma le auto si allontanavano, il ronzio del motore si indeboliva, poi si perdeva nell’ombra. Del resto, a mano a mano che l’ora si faceva più tarda, le auto diventavano più rare, e per lunghi minuti dal viale deserto non arrivava alcun suono, come in provincia; soltanto lo sferragliare del tram nella strada vicina, e colpi di clacson lontani, attutiti, smorzati dalla distanza… Rosine batteva i denti come in preda alla febbre. Le undici meno un quarto. Le undici meno dieci. Nel salone vuoto una piccola pendola suonò a brevi rintocchi concitati, dal timbro argentino, vivace e limpido; quella della sala da pranzo rispose, insistente,e dall’altro lato della strada un grande orologio, sul frontone di una chiesa, battè le ore con lentezza e gravità, ma via via sempre più forte. «… nove, dieci, undici!» gridò disperata la signora Kampf alzando al cielo le braccia coperte di diamanti. «Ma che c’è? Che è successo, Gesù mio?». Alfred rientrò con Isabelle; si guardarono tutti e tre senza parlare. La signora Kampf rise nervosamente: «È un po’ strano, vero? Speriamo non sia accaduto nulla…». «Oh, mia cara, a meno di un terremoto…» disse la signorina Isabelle in tono trionfante.

Ma la signora Kampf non si arrendeva ancora. Giocherellando con le perle, ma con voce arrochita dall’angoscia, replicò: «Oh, non significa niente! Si figuri che l’altro giorno – ero dalla mia amica, la contessa de Brunelleschi – i primi invitati hanno cominciato ad arrivare a mezzanotte meno un quarto.

Come vede…». «Certo, è davvero fastidioso per la padrona di casa, molto snervante» mormorò melliflua la signorina Isabelle. «Oh, è solo… È solo questione di farci l’abitudine».

In quell’istante echeggiò una scampanellata. Alfred e Rosine si precipitarono alla porta.

«Suonate!» gridò la signora Kampf ai musicisti. L’orchestra attaccò con vigore un blues.

Non compariva nessuno. Rosine non resistette più. Chiamò: «Georges, Georges, hanno bussato, non ha sentito?».

«Hanno portato i gelati di Rey». La signora Kampf perse il controllo: «Vi dico che è successo qualcosa,un incidente, un malinteso, un errore di data, di orario, che ne so! Le undici e dieci, sono le undici edieci» ripetè disperata. «Già le undici e dieci?» esclamò la signorina Isabelle. «Sì, ha ragione, il tempo vola da voi, complimenti… Addirittura le undici e un quarto, credo; sentite i rintocchi?».

«Ebbene, ormai non tarderanno ad arrivare!» disse Kampf in tono reciso. Si sedettero di nuovo tutti e tre, ma non parlavano più. Si sentivano gli scoppi di risa dei domestici nella dispensa. «Va’ a dirgli distare zitti, Alfred» sibilò infine Rosine con voce tremante di furore. «Va’!».

Alle undici e mezzo si avvicinò il pianista.

«Dobbiamo attendere oltre, signora?». «No, andatevene, andatevene tutti!» scattò Rosine, che sembravasull’orlo di una crisi di nervi. «Sarete pagati, ma ora andatevene! Non ci sarà nessun ballo, non ci sarà niente; è un affronto, un insulto, un tiro giocato dai nostri nemici per ridicolizzarci, per farmi morire! Se viene qualcuno adesso, non voglio vederlo, capito?» continuò con veemenza crescente. «Dite che sono partita, che c’è un malato in famiglia, un morto, quello che volete!». La signorina Isabelle si affrettò a mostrarsi premurosa: «Suvvia, Rosine, non tutte le speranze sono perdute. Non si tormenti così, si ammalerà… Certo, capisco quel che deve provare, mia cara, mia povera amica; ma il mondo è tanto cattivo, ahimè!… Dovrebbe dirle qualcosa, Alfred, calmarla, consolarla…».

«Che commedia!» sibilò Kampf a denti stretti, il viso illividito. «Vuole star zitta, sì o no?».

«Ma insomma, Alfred, non gridi, la coccoli un po’ invece…». «Eh, se le piace rendersi ridicola!». Girò bruscamente sui tacchi e si rivolse ai musicisti: «Che cosa ci fate ancora lì, voi? Ditemi quanto vi devo e filate all’istante, in nome di Dio…».

La signorina Isabelle raccolse con lentezza il boa di piume, l’occhialetto, la borsa. «Forse è meglio che io tolga il disturbo, Alfred, a meno di non poter esserle utile in qualcosa, mio povero amico…». Poiché Kampf non rispondeva, si chinò, baciò la fronte di Rosine, che rimaneva immobile senza nemmeno piangere, con gli occhi fissi e asciutti: «Arrivederci, cara. Non sa quanto mi dispiace, le sono vicina» sussurrò meccanicamente, come al cimitero. «No, no, non mi accompagni,Alfred, me ne vado, anzi me ne sono già andata. Pianga pure in libertà, mia povera amica, dà sollievo»aggiunse con enfasi in mezzo al salone deserto.

Alfred e Rosine la sentirono dire ai domestici, mentre attraversava la sala da pranzo: «Mi raccomando, non fate rumore; la signora è molto scossa, molto provata». E, infine, il ronzio dell’ascensore e il tonfo secco del portone che veniva aperto e poi richiuso.

«Vecchia carogna» mormorò Kampf. «Se almeno…». Non concluse la frase. Rosine, con il volto solcato di lacrime, si alzò di scatto e gli mostrò il pugno, gridando: «Imbecille, è tutta colpa tua, della tua lurida vanità, del tuo orgoglio da pavone! Sì, è colpa tua… Il signore vuole dare balli! Ricevere! C’è proprio da morir dal ridere! Credi forse che la gente non sappia chi sei, da dove vieni? Arricchito! Se ne sono fregati di te, i tuoi amici, eh! I tuoi begli amici… Ladri, imbroglioni!». «E i tuoi, allora? I tuoi conti, i tuoi marchesi, i tuoi magnaccia!». Continuarono a gridare tutti e due, un fiotto di parole rabbiose,violente, che scorrevano come un torrente. Poi Kampf, a denti stretti, disse in tono più basso: «Quando ti ho raccattata non eri certo alle prime armi! Pensi che non lo sapessi, che non me ne fossi accorto? Mi sono detto: è carina, intelligente, se diventerò ricco non mi farà sfigurare… Sono capitato bene, come no, davvero un buon affare: una pescivendola, una vecchia con modi da cuoca…». «Ad altri andavo bene così…». «Non ne dubito. Ma non scendere in dettagli, domani potresti pentirtene…». «Domani? E credi che resterò ancora un’ora con te, dopo tutto quello che mi hai detto? Villano!». «Ma vattene! Va’ aldiavolo!». E uscì sbattendo la porta. Rosine chiamò: «Alfred, torna qui!». E attese, ansimante, con la testa girata verso il salone, ma lui era già lontano… Stava scendendo le scale. In strada la sua voce furibonda gridò più volte: «Taxi, taxi…», poi si allontanò, spegnendosi all’angolo della via.

I domestici erano saliti nelle loro stanze, lasciando dappertutto le luci accese, le porte che sbattevano…

Rosine restava immobile, nel suo abito luccicante, coperta di perle, accasciata nell’incavo di una poltrona.

A un tratto ebbe un moto d’ira, così brusco e improvviso che Antoinette trasalì e, indietreggiando, urtò contro il muro. Si rannicchiò ancor di più, tremante; ma la madre non aveva sentito niente. Si strappava i gioielli uno dopo l’altro e li gettava a terra. Un bracciale, bello e pesante, ornato di diamanti enormi, rotolò sotto il canapè, ai piedi di Antoinette – che, inchiodata al suo posto, guardava. Vide il viso della madre inondato di lacrime, che scioglievano il trucco mescolandosi ad esso; un viso grinzoso, contratto, paonazzo, infantile, comico… Commovente… Ma Antoinette non era commossa, provava soltanto una specie di disprezzo, di indifferenza sdegnosa. In seguito avrebbe detto a un uomo: «Oh, ero una ragazzina terribile, sai? Figurati che una volta…». All’improvviso si sentì ricca di tutto il suo avvenire, di tutte le sue giovani forze intatte, e pensò: «Come si può piangere così, per un motivo del genere… E l’amore? E la morte? Un giorno morirà… L’ha dimenticato?».

Anche gli adulti, dunque, soffrivano per cose futili e passeggere? E lei, Antoinette, li aveva temuti, aveva tremato davanti a loro, alle loro grida, alla loro collera, alle loro vane e assurde minacce. Si sporse con cautela dal suo nascondiglio. Ancora per pochi istanti, dissimulata nell’ombra, guardò la madre, che non singhiozzava ma rimaneva tutta raggomitolata su se stessa, lasciando che le lacrime le scorressero fino alla bocca senza asciugarle. Poi si mise in piedi e le si avvicinò: «Mamma». La signora Kampf sussultò.

«Che cosa vuoi, che ci fai qui?» esclamò irritata. «Vattene, vattene immediatamente! Lasciami in pace!Non posso più stare un minuto tranquilla in casa mia?». Antoinette, un po’ pallida, non si muoveva, e restava lì a capo chino. Alle sue orecchie quegli scoppi di voce suonavano ormai flebili e svuotati di ogni forza, come un tuono in teatro. Un giorno, di lì a poco, avrebbe detto a un uomo: «La mamma griderà,pazienza!…». Stese lentamente la mano, la posò sui capelli della madre, li accarezzò con dita leggere, un po’ tremanti. «Povera mamma…». Sulle prime Rosine si ritrasse d’impulso, la respinse, scosse il viso stravolto: «Lasciami, vattene… Smettila, ti dico…». Poi un’espressione fragile, vinta, patetica passò sui suoi lineamenti: «Ah, povera figlia mia, povera piccola Antoinette, tu sì che sei felice! Ancora non sai com’è ingiusto, cattivo, subdolo il mondo… Tutte quelle persone che mi sorridevano, che mi invitavano, dopo ridevano di me alle mie spalle, mi disprezzavano, perché io non appartenevo al loro ambiente… Un mucchio di carogne, di… Ma tu non puoi capire, povera  ffiglia mia! E tuo padre… Ah, mi resti solo tu!» concluse bruscamente. «Non ho altri che te, bambina mia…».

La strinse fra le braccia, e poiché premeva il piccolo viso muto di Antoinette contro la sua collana di perle, non la vide sorridere.

«Sei una brava figliola, Antoinette…» mormorò.

Era l’attimo, l’istante impercettibile in cui si incrociavano «sul cammino della vita», e l’una stava per spiccare il volo, mentre l’altra si avviava a sprofondare nell’ombra. Ma non lo sapevano. Eppure Antoinette dolcemente ripetè: «Povera mamma…».

Parigi, 1928

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.