I violini di Chagall

Il violino, col suo fascino misterioso e le sue linee sinuose, ha ispirato pittori e scrittori, oltre che più direttamente grandi e piccoli musicisti. I quadri più noti del notissimo Marc Chagall hanno come protagonisti violini e violinisti dai colori improbabili.  Sin dall’infanzia Chagall visse un’autentica passione per la musica, poiché strettamente connessa ai riti della comunità chassidico-ebraica di Vitebsk, di cui la sua famiglia faceva parte. Era enormemente attratto dai canti, dalle danze, dalla musica dei kletzmerim, i musicisti ebrei, che, con soli due strumenti-violino e clarinetto-deliziavano feste o cerimonie religiose. Scrive nella sua autobiografia: “Diventerò cantante, diventerò cantore. Entrerò al Conservatorio”, così il giovanissimo Chagall prese lezioni elementari di canto da un vecchio precettore. Inoltre vicino a casa sua abitava un violinista…   “Durante il giorno faceva il commesso presso un mercante di ferramenta, la sera insegnava il violino. Io strimpellavo qualcosa. Qualsiasi cosa fosse, o comunque suonassi, lui diceva sempre, battendo il tempo con lo stivale: Ammirevole! E io pensavo: Diventerò violinista, entrerò al Conservatorio” Invece divenne pittore: “La pittura mi era necessaria come il pane. Mi sembrava come una finestra da cui avrei potuto fuggire, evadere in un altro mondo”   L’immagine del violinista è sì un frammento del suo vissuto, ma soprattutto una figura-chiave del suo linguaggio figurativo, del suo modo pittorico lirico e visionario, intrisa di densi valori simbolici. Nel 1920 fu incaricato di decorare la nuova sala del Teatro Ebraico a Mosca. Come figura allegorica della musica scelse un violinista, molto simile a quello che avrebbe dipinto tre anni dopo (Il violinista verde). Il violinista sul tetto fonde due personaggi della storia di Chagall: lo zio musicista e il nonno che di tanto in tanto scorgevano “arrampicato sul tetto a sgranocchiar carote”. L’ubicazione eccentrica lo fa diventare un vero e proprio archetipo, il capostipite, l’emblema di tutti i violinisti che compariranno da qui in poi nei suoi dipinti. La posizione in bilico sull’apice del tetto evoca la precarietà economica e sociale dei kletzmerim, molti dei quali erano costretti a condurre una vita grama e difficile e a esercitare altre professioni per sopravvivere. D’altra parte questa stessa precarietà, questo trovarsi sempre “in bilico” si può estendere a tutto il popolo ebraico. In Liberazione (1952, Trittico: Resistenza, Resurrezione, Liberazione) la figura dominante che si erge dal centro rosso è quella del violinista, cui è affidato il compito di esprimere gioia e luce attraverso la musica del suo strumento…“forme sonore come suoni”, scrisse Chagall. La gioia cromatica che inonda il dipinto sembra sprigionarsi dal violino stesso, magico strumento che suona, con i colori, un inno all’amore e all’arte.

Marc Chagall occupa un posto un po’ anomalo nella storia dell’arte moderna. È partecipe del fermento artistico parigino che precede la prima guerra mondiale e in questo senso, fa parte a pieno titolo dell’ambiente artistico d’avanguardia. Nel contempo, però, si tiene ai margini di tutti i movimenti e le tendenze emergenti, Cubismo e Fauvisme, innanzitutto;  per questo, viene spesso affiancato ad Amedeo Modigliani e Chaim Soutine, esponenti della Ecole de Paris. La pittura di Chagall non si propone di risolvere problemi formali, racconta visioni, rappresentazioni di un mondo magico, ispirato dalla cultura popolare russa e dalla religione ebraica. I quadri di Chagall nascono da una combinazione perfetta di sogno e immaginazione, con una pittura fresca, morbida e sinuosa. Tra i soggetti in essi più ricorrenti, figurano il mistero della nascita, le nozze nel villaggio, la vita dei contadini, i rabbini e le feste ebraiche. Nelle mani dell’artista questi temi assumono le sembianze di variopinte visioni, popolate di animali domestici, violinisti, carretti e contadini che volano, spose nel vento. Le prime opere di Marc Chagall sono dedicate alla città natale e trattano temi tipici della pittura di genere e del folclore locale: feste di nozze, sagre, funerali, con colori intensi e cupi, atmosfere inquietanti, vi si avverte l’influenza simbolista del “Mondo dell’Arte”, il movimento russo che si arroga il diritto di modificare la realtà attraverso l’immaginazione. Uno slancio verso il mondo della fantasia, che non avrebbe abbandonato mai Chagall.

Nel 1910,  il momento d’oro del Cubismo, Chagall si reca a Parigi; attratto dalle idee di Picasso e Braque, frequenta l’ambiente dei pittori cubisti, ma ne resta sostanzialmente estraneo. La sua anima lirica e fantasiosa è troppo lontana dal rigore compositivo e dalla stilizzazione cubista. Per Chagall, l’arte è uno stato d’animo, che si manifesta attraverso simboli soggettivi, non convenzionali. Perciò l’arte prende spunto da motivi che appartengono alla formazione culturale e religiosa. In particolare, riecheggiano sempre quelli che si riferiscono ai tempi trascorsi nella nativa Vitebsk: la capanna, la lampada, il toro, il violinista, gli innamorati e così le opere realizzate nel primo soggiorno parigino non si distaccano sensibilmente dalle precedenti, restano legate a un mondo fantastico, dove vige la logica delle favole. Cambia solo il modo di utilizzare il colore, decisamente influenzato dal Fauvisme e da Delaunay:  le tinte sono più vivaci e contrastanti, anche se trattate con una certa morbidezza.

Nel 1914 Chagall torna in Russia e la sua pittura subisce una svolta quasi radicale: abbandonate le immagini fiabesche, realizza quadri caratterizzati da un severo realismo. Non deve immaginarseli più i suoi soggetti, deve semplicemente copiarli. E lo fa col linguaggio di Giotto e Masaccio, che ha potuto ammirare a Berlino. Allo scoppio della rivoluzione, anche Chagall cambia registro. Nonostante la polemica con Malevich, subisce una momentanea influenza del “suprematismo“. La composizione diventa più essenziale, più secca. Ciononostante, la pittura di Chagall rimane comunque figurativa, un genere in cui non vengono meno i riferimenti simbolici e narrativi. Nel 1920 si trasferisce a Mosca, dove realizza decorazioni murali e scenografie per il Teatro Ebraico. Inoltre, esegue litografie che servono a illustrare alcuni libri.

Nel 1923 Chagall torna a Parigi. Le nuove opere perdono gradatamente l’asprezza di linee e di toni delle precedenti. Acquistano morbidezza, una qualità che gli deriva dalle opere di Monet e Bonnard. La stessa morbidezza si può ritrovare nelle grandi incisioni dell’epoca. Eccezionali sono quelle eseguite per Le anime morte di Gogol e le Favole di La Fontaine. Numerosi sono anche i disegni e gli acquerelli dedicati al mondo del circo, un tema che si concilia molto bene con la sua indole fantasiosa. Altre fonti di ispirazione sono Il sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare e il Flauto magico di Mozart, che gli permettono di sfoggiare tutto l’estro di un’immaginazione ricchissima. L’ascesa del nazismo e le persecuzioni ebraiche gli danno la forza per realizzare quadri di grandi dimensioni. Nel 1937 pone mano a La Rivoluzione, dove trovano posto sia sentimenti intimi e personali, sia drammi collettivi. Nel 1938 realizza la Crocifissione bianca, dove mette in mostra il terrore e il martirio. In tutte queste opere Chagall si pone esplicitamente dalla parte dei connazionali ebrei perseguitati. Nel 1940, sconvolto dalle notizie della guerra, abbandona Parigi e si trasferisce negli Stati Uniti. Qui nascono dipinti di grande effetto drammatico, come Il bue scuoiato del 1947.

Bue scuoiato                                                                            Il bue scuoiato

Realizza anche scenografie per il Ballet Theatre di New York (Uccello di fuoco di Stravinskij) e i quadri dedicati alle nozze ebraiche. Si tratta di lavori più inquieti e melanconici rispetto a quelli del passato. In essi il colore acquista maggior impatto emotivo. In America porta a termine anche La caduta dell’angelo (1947), un quadro che aveva iniziato nel 1923 e che aveva più volte ripreso. Nell’opera presenta un evidente carattere mitologico. Vi si affollano immagini ispirate al dolore e alla speranza.

Nel 1947 Chagall torna in Europa e nel 1949 si stabilisce in Provenza. Sono anni molto intensi in cui riscopre l’energia vitale del colore, libero e vibrante. I quadri raffigurano temi ispirati all’amore e alla gioia della vita. Una vena lirica permea tutta la composizione, in cui le figure sono disegnate da linee curve e sinuose. Nello stesso periodo Chagall comincia a dedicarsi a tecniche a lui nuove: la scultura, la ceramica, il mosaico, la vetrata, l’arte della tappezzeria. Gli anni ’60 e ’70 vedono Chagall famoso e in gran parte impegnato nella realizzazione di grandi opere destinate a spazi pubblici.

L’opera di Chagall, così legata alle vicende della vita, alla sua anima russa ed ebraica al tempo stesso, difficilmente può essere fatta rientrare in qualcuno dei grandi movimenti d’avanguardia. Produce però spunti interessanti, che vengono raccolti dal surrealismo e in parte dal secondo espressionismo tedesco.

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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