Una storia che non si fa dimenticare: Beloved

toni

“Non era una storia da tramandare. Così la dimenticarono.

Come si fa con un sogno spiacevole durante un sonno penoso.”

Così la scrittrice afroamericana, Nobel per la Letteratura nel 1993, Toni Morrison, conclude Beloved-Amatissima, il romanzo con cui vinse il premio Pulitzer nel 1988 e che è ritenuto il suo capolavoro. Una storia da dimenticare, troppo crudele, troppo violenta, troppo penosa, e che invece non si lascia dimenticare, impone di essere tramandata, dedicata agli oltre sessanta milioni di schiavi morti durante il Middle Passage, la traversata dell’Atlantico compiuta dalle navi negriere verso l’America.  Sessanta milioni. Ma chi li ha contati?

Allora, “It is not a story to pass on”, non è affatto una storia da tralasciare, una storia da passarci accanto senza guardarla. Le quattrocento pagine richiedono attenzione, partecipazione e coraggio. Libro difficile, difficilissimo. Che addolora e turba profondamente e potrebbe, però, contribuire a sgretolare il cemento di indifferenza di cui così volentieri ci ammantiamo per continuare ad ignorare tanti misfatti e illuderci di essere innocenti.

Amatissima è una storia di schiavitù, orrore e vendetta. E amore, anche se accettare questo grado di amore sconvolge e mette in crisi tutte le nostre certezze. Noi, che cosa avremmo fatto se fossimo stati al posto di Sethe? Spicca indiscutibile l’amore di Sethe, la schiava nera protagonista del romanzo, per i suoi figli, che le sfuggono via, come dalle mani i granelli di sabbia. L’amore è l’inizio, la morte la conclusione, sempre. Il rancore, invece, serpeggia tra le pagine del romanzo dall’inizio alla fine, come lo spirito avvelenato di Beloved . Proprio con il rancore di una bambina, una bambina che non c’è più, si apre il romanzo:

“A questo mondo non c’è la sfortuna, ci sono solo i bianchi“, dice la vecchia Baby Suggs. E’ nata schiava e lo è stata per sessant’anni. Ha avuto otto figli da sei padri diversi. L’ultimo dei suoi figli, Halle, è riuscito a riscattarla, comprandola dal suo padrone bianco. Baby Suggs ha vissuto gli ultimi anni della sua vita al 124, una casa fuori mano che qualcuno le aveva lasciato abitare. “Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini. Per anni ognuno aveva cercato a modo suo di sopportare il rancore di quella casa ma, nel 1873, le uniche vittime rimaste erano Sethe e sua figlia Denver. La nonna, Baby Suggs, era morta e i due ragazzi, Howard e Buglar, erano scappati via a tredici anni…”.

Al numero 124 di Bluestone Road, in una casa infestata, vivono Sethe, moglie di Halle e nuora di Baby Suggs, e la figlia Denver, che formano un circolo chiuso, dall’equilibrio perfetto, non intaccato neanche dalla presenza della bambina-fantasma. L’anima capricciosa e incontrollabile che governa la casa, e con la quale i suoi abitanti sono abituati a fare i conti, appartiene ad una bambina di due anni, che continua a vivere lì dove vive sua madre, Sethe, la schiava fuggita oltre il fiume senza il marito, cercando di mettere in salvo i suoi tre figli. La quarta, Denver, è nata durante la fuga grazie all’aiuto di una ragazza bianca. Poi arriva Paul D, un ex schiavo con il quale Sethe condivide il terribile passato alla Dolce Casa, la proprietà dove entrambi hanno servito come schiavi e che di dolce non ha nulla: lì i negri hanno subito violenze inaudite da parte dei padroni bianchi. Paul D sconvolge l’equilibrio precario del numero 124, il fantasma viene scacciato, ma è sostituito da una ragazzina ancora più inquietante, questa volta in carne ed ossa, che finisce per dominare sul 124 e sui suoi abitanti fino alle estreme conseguenze. Si dà per scontato che sia Beloved, ritornata in una inspiegabile forma di vita corporea, con gli anni che avrebbe avuto se non fosse morta. Amata diventa un’ossessione, corporea e incorporea, capace di spingere alla fuga Paul D, l’unico che era riuscito a dare una sorta di pace mentale a Sethe. Amata è il passato di Sethe che torna con un corpo, che diventa sempre più grande, che occupa sempre più spazio, crescendo contemporaneamente con il suo spirito. La presenza di Amata si fa così ingombrante che Sethe scompare, preda del rimorso e allora conosciamo la verità, orribile: Sethe aveva deciso di fuggire verso la libertà portando con sé i tre figli. Sulla sua schiena fiorisce un ciliegio germogliato dalle percosse e dalle frustate ricevute dai bianchi. Nel suo cuore si addensa in groviglio tutto ciò che ha visto e sofferto. Nella sua mente si sono consolidati la paura e il senso del possesso. I suoi figli sono tutto ciò che le appartiene, in maniera integrale ed incontrovertibile. E’ per questo che, quando scorge il cappello del “maestro”, suo vecchio padrone, venuto a cercarla per riportarla indietro verso la schiavitù, non ha esitazioni e, per quello che ha subito, neppure ha scelta: meglio uccidere i suoi figli piuttosto che lasciarli nelle mani dei bianchi. Per prima taglia la gola alla sua bambina, Beloved. Poiché la schiavitù le ha insegnato che l’unico paradigma di rapporto possibile fra gli esseri umani è il possesso, tenta di ucciderli tutti, ma taglia a morte la gola soltanto alla più piccina, “ancora senza voce e passi”, “che già gattonava”,  scrivendole sul corpo la sua decisione, “cancellandole il volto e la voce”. Sethe spiega a Paul D che “stava cercando di mettere i bambini al sicuro“. E riferendosi alla bambina fantasma, per sempre legata alla sua mamma-carnefice: «Non la lascerò andare mai più. Le spiegherò tutto, anche se non devo. Perché l’ho fatto. Perché se non l’avessi uccisa io sarebbe morta e questo non avrei potuto davvero sopportarlo. Quando glielo spiegherò, lei capirà, perché capisce già tutto. »

Morta per mano della madre, morta “per troppo amore”, il suo fantasma torna  e, come pegno da pagare per la sua vita non vissuta, sconvolge quella di Sethe.  L’infanticidio è un orrore, ancor più se a commetterlo è la madre; ma Sethe è convinta di averlo fatto per amore. Non per “troppo” amore, come prova a dirle Paul D, perché il “troppo”, in amore, non esiste.

«Il tuo amore è troppo grande», disse. «Troppo grande?» disse lei. «L’amore o c’è o non c’è.                

L’amore piccolo non è amore per niente.»                                        

Come sopravvive una donna dopo un’esperienza indicibile come quella di Sethe? Eternamente in guardia, troppo esausta per una pena così grande. “Mettili giù, Sethe. La spada e lo scudo. Giù, giù. Mettili giù tutti e due. Giù in riva al fiume. La spada e lo scudo. Non pensare più alla guerra. Metti giù tutta quella roba. La spada e lo scudo.” E, sotto la pressione delle sue dita, sotto l’influsso di quella voce calma e suadente, seguiva il suo consiglio. Posava a uno a uno i coltelli usati per difendersi dalla sofferenza, dal dispiacere, dalle amarezze e dalle offese, li posava a uno a uno sulla sponda dove, più sotto, scorreva l’acqua limpida.

Il tema dell’infanticidio è il nucleo di questo romanzo sulla schiavitù e sulla maternità, due istituzioni contigue, entrambe attraversate dall’idea di possesso. Lo spunto per il romanzo è stato offerto a Toni Morrison da un fatto di cronaca riportato in un articolo pubblicato nel 1985: Margaret Garner, una schiava fuggitiva del Kentucky, quando si rese conto che stavano per ricatturarla, uccise la figlioletta affinché non venisse fatta schiava.   Tutto ciò che si sviluppa attorno, dipinge in maniera indimenticabile l’orrore dello schiavismo, il distacco profondo fra mondo dei neri e mondo dei bianchi  e l’oscillare perpetuo dei sentimenti umani fra picchi di odio e baratri d’amore. I bianchi credevano che, qualunque fosse la loro educazione, sotto ogni pelle scura si nascondesse una giungla. Ma il colore della pelle, per tutto il romanzo, scompare. I fantasmi non hanno colore. Il passato non ha pelle. Il colore, la pelle, il sangue sono cose da uomini, non da negri e non da bianchi, da uomini e basta. Ci sono negri buoni e negri cattivi, come ci sono bianchi buoni e bianchi cattivi. Bontà e cattiveria non sono nascoste sotto la pelle, ma sono determinate dalle azioni. Ci sono azioni buone e azioni cattive. E ogni cosa può essere giudicata buona o cattiva a seconda del tempo e degli uomini.

Toni Morrison ha conservato, nonostante il divorzio,  il nome del marito Harold, architetto giamaicano, da cui ha avuto due figli; il suo cognome è  Wofford  ed è nata nel 1931 in Ohio, da una famiglia operaia; ottima studentessa, amante della lettura, forse anche grazie alla passione per le storie popolari assorbita dai genitori; studia alla Howard University di Washington e si specializza in letteratura inglese alla Cornell University, con una tesi su William Faulkner e Virginia Woolf.  Insegna in varie università fino ad avere la sua cattedra di scrittura creativa nella prestigiosa Princeton University. Esordisce in letteratura a quasi quarant’anni scrivendo il romanzo che “avrebbe sempre desiderato leggere”, The Bluest Eye (1970), l’inquietante parabola di una brutta bambina nera di undici anni che impazzisce convinta di avere ottenuto, con un rito macabro, gli occhi azzurri per cui ha pregato Dio tutte le sere. L’infanzia e l’adolescenza nel mondo afroamericano, in particolare della donna, sono due momenti cui la scrittrice dedica profonda attenzione nell’indagare l’esperienza umana. Ha ingaggiato una battaglia per combattere gli stereotipi imperanti sui neri negli Stati Uniti –modelli che, come sottolinea inflessibile, i neri stessi hanno assimilato e fatto propri. Cancellare quegli stereotipi richiede un linguaggio, con cui creare un convincente universo immaginario che emerga con forza dalla cosmologia afroamericana, e inoltre una rigorosa consapevolezza della tecnica narrativa. Toni Morrison è scrittrice raffinata e coltissima e, proprio per questo, discreta e riservata a proposito del suo ricco retroterra culturale, che non ostenta mai nel testo. Tuttavia, nei suoi scritti attinge liberamente ai suoi modelli: è studiosa di filosofia e di cultura africana nelle quali riconosce la propria origine, è conoscitrice del patrimonio occidentale, dalla mitologia greca a Shakespeare, Flaubert, Dostoevskji, Faulkner  e attenta osservatrice del patrimonio fiabesco e folklorico sia europeo sia africano e afroamericano.   Nelle opere di Toni Morrison ritornano con insistenza alcuni temi fondamentali: il valore della memoria, l’importanza della comunità, la forza femminile; dai suoi testi emerge chiaramente la volontà di esprimere la sua concezione del mondo dal suo punto di vista di afroamericana e di donna, in opposizione tanto alla cultura dominante bianca quanto al potere maschile, anche all’interno della comunità nera. Attraverso la scrittura, ha aperto un’altra prospettiva sulla società e sulla storia degli afroamericani e offerto una cornice di dignità alle tormentate vicende della sua gente, in particolare alle donne, grandi protagoniste dei suoi romanzi, alle prese con la duplice oppressione, del razzismo e del maschilismo; la scrittrice indaga il loro ruolo nella società afroamericana, l’amicizia tra donne, la sorellanza, il rapporto uomo-donna, la maternità, la crescita e l’autonomia personale.

Se i temi sono pressoché costanti, lo stile dei suoi romanzi è invece molto variegato. Negli anni, Toni Morrison ha sperimentato molte soluzioni linguistiche e narrative: forme particolari di realismo magico, di matrice africana; o la riproduzione in parole dell’andamento musicale di un brano di jazz; o una polifonia di voci femminili che narrano ciascuna un frammento della vicenda. Anche nella scelta della lingua si esprimono la stessa ricerca e ricchezza: è evocativa, ricca di immagini, impiega l’inglese parlato dagli afroamericani sia in dialoghi informali sia in passi indiscutibilmente poetici, azzarda scelte inconsuete: la lettura è impegnativa, ma si viene ripagati con immagini folgoranti e memorabili. In linea con l’insegnamento di James Baldwin, che essere innocenti oggi significa essere drammaticamente colpevoli di innocenza, la Morrison sottolinea le incongruenze e le falsità implicite nel mito dell’Innocenza americana, costruito per colmare il vuoto della presunta assenza di un passato e per avere un alibi che offuschi la colpa per le atrocità commesse nel Nuovo Mondo, lo sterminio dei nativi e l’importazione di schiavi nella terra della libertà.

Così la Morrison riscrive l’eredità della storia e della cultura afroamericana e aggiunge credibilità alla tradizione della stessa letteratura statunitense; la sua scrittura dà corpo, in modo inquietante, quasi spietato, sia alla visione di Richard Wright, secondo cui il nero è la metafora dell’America, sia a ciò che W.E.B. DuBois per primo trattò con lucida autorevolezza: la coscienza che i neri sono tra i principali artefici della genesi di una cultura propriamente americana. Ma questa cultura, nata nella violenza, ha generato ferite così laceranti che raramente si rimarginano, che lasciano segni indelebili della colpa dei carnefici sui corpi e nelle menti delle vittime; ombre così pesanti da rischiare di restarne schiacciati; fantasmi così tormentati e insoddisfatti da stare sempre in agguato. Naturalmente bisogna mettere in conto l’asperità, la durezza, in certi casi la crudele inesorabilità di alcune scelte di questa scrittrice, tanto che leggerla dà dolore, perché rovescia le cose trasformandole in verità, per l’uso delle sue allegorie raccapriccianti e la serietà delle sue intenzioni artistiche. Sono ancora una volta le parole di Amy, un personaggio secondario, ma indimenticabile, a chiarirci queste intenzioni: “Più fa male, meglio è. Se non fa male, non può guarire.” Cos’altro, se non la memoria può provocare il dolore più forte, profondo, vero, che possa guarire le ferite? La scrittura della Morrison tende a farsi memoria; e la scrittrice, pur ricusando una posizione autoritaria nei confronti del lettore, sa che il frutto del suo lavoro è, paradossalmente, il dispiegamento di una autorità totale del testo sul lettore, che non può salvarsi, che deve vedere, ricordare, capire ciò che gli viene proposto, anche e spesso suo malgrado. “Ho creato un mondo, creato un mondo. Ho creato un passato e l’ho ricordato. E non se ne andrà mai più, perché ho imparato a farlo ricordare anche agli altri.”

Le trame sono raramente lineari, frammentate infinite volte, senza  conclusioni semplicistiche, consolatorie, risolutive. In questo senso, il discorso narrativo della Morrison è una provocazione  grottesca per le storie che racconta, con un linguaggio altrettanto grottesco: un’altra ragione per cui fa uso di metafore, eufemismi, simboli, antinomie, antitesi, antifonia, parodia, paradosso, ironia, inversione, esagerazione, eccesso. A questa tensione tragicomica si aggiunge la tentazione melodrammatica, verso cui il discorso narrativo sembra essere irresistibilmente attratto, spinto dal rigore creativo della scrittrice che vuole rimanere fedele alle verità più semplici e immediate del vivere umano – non per questo più facili, né da vivere né da comprendere. La fede della Morrison nella forma letteraria  del romanzo, che non è morto e non morirà, riconosciuta e premiata con il Nobel, ha riportato la letteratura degli Stati Uniti a livelli espressivi altissimi, evidenziandone il potenziale insito nella sua ricchezza di culture. La scrittura della Morrison ha infranto l’aridità di episodi come il minimalismo, o l’eccessivo compiacimento autoreferenziale e intra-accademico di certa scrittura post-moderna. E ci consente di riscoprire la narrazione come frutto della scrittura/invenzione di sé e degli altri.

Oggi Toni Morrison, a 87 anni, regale e leonina, ha pubblicato l’ultima opera, Home, (casa editrice per tutte le sue opere è la Frassinelli), incentrata su un reduce della guerra di Corea e gli esperimenti segreti di eugenetica condotti segretamente in USA su migliaia di ignare cavie; non rinnega nulla di quanto ha espresso liberamente nelle  interviste, nell’insegnamento, nei romanzi; nota però che il panorama degli scrittori contemporanei è fortemente impoverito dal ripiegamento dei più in chiave egoistica e narcisista. “Un tempo la gente scriveva per superare l’io ed esplorare la cultura, l’anima e Dio.”  Lei intanto è una sorta di monumento vivente della cultura americana, che per merito suo, ha dovuto imparare a fare i conti con uno dei maggiori fantasmi che fa ombra sugli Stati Uniti: la storia dei neri e, quindi, del paese stesso; così come, grazie al suo impulso, la storiografia ha imparato a riconoscere appieno l’esistenza e il valore dell’interazione  tra le culture dei molteplici gruppi etnici. «Pochi si rendono conto di quanto dura sia la scorza degli afro-americani e quanto grande la loro capacità di amare: nonostante i linciaggi e le persecuzioni non ci siamo mai arresi. Anche per questo l’America moderna è figlia del nostro sangue. E non parlo solo di musica, stile e linguaggio, ma soprattutto dell’ethos così americano che impone alla nazione di non capitolare mai». Così la Morrison in una delle ultime interviste.

Ovviamente molto cara ai neri afroamericani, quando fu premiata col Nobel toccò con mano l’efficacia del suo impegno e la grande popolarità: molte botteghe in vetrina esponevano il suo viso con la scritta “Our Beloved”, la “Nostra Amatissima.”

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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