Ognuno muore solo-Hans Fallada *** Alone in Berlin-film di Vincent Perez

Quando le diverse arti, come le nove Muse della mitologia greca, si prendono per mano e l’una aiuta l’altra ad entrare o restare nel ricordo dei posteri, il risultato a volte è magnifico. Sto parlando di cinema e romanzo che talvolta si rispecchiano totalmente, si rispettano in un mix magistrale e si potenziano. E’ accaduto, per esempio, col film recentissimo Testament of Youth, tratto da Gioventù perduta, romanzo autobiografico del 1933 della scrittrice britannica Vera Brittain, che ai suoi tempo ebbe una buona diffusione, ma da diversi decenni giaceva nel mucchio dei libri non conosciuti. Non ho dubbi che la visione del film indurrà molti lettori a riesumare l’opera e i suoi terribili contenuti sulla Grande Guerra, con la straordinariamente bella gioventù, finita a marcire nelle trincee e sbrindellata dagli obici e avvelenata dall’yprite.

E’ quello che accade, con eccellenti risultati, per il film uscito nelle sale esattamente un anno fa, Alone in Berlin, del regista/attore Vincent Perez, ispirato al romanzo di Hans Fallada, Ognuno muore solo,  dal 2010 nel catalogo della Sellerio, in ogni caso presente sempre in Italia, dalla pubblicazione del romanzo subito dopo il 1947, presso varie case editrici italiane.

E’ il miglior libro che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo”, disse Primo Levi, maggior testimone dei campi di sterminio. Levi poteva averlo letto in tedesco, nel 1947, appena “Jeder stirbt für sich allein”, di Hans Fallada, fu pubblicato nella Germania dell’Est comunista, che allora nasceva nel settore sovietico di Berlino, oppure in italiano, nel 1949, quando il romanzo uscì da Einaudi, tradotto da Clara Coïsson, col titolo “Ognuno muore solo”. Il giudizio dell’autore di “Se questo è un uomo”, in ogni caso, bastò a lasciare il libro in evidenza nel catalogo Einaudi, se fu ristampato nel 1981, poi nel 1992, con l’introduzione di Italo Alighiero Chiusano, e ancora nel 1995, e nel 2010 dalla Sellerio.

Invece nel mondo anglosassone, pur così attento alle vicende del nazismo, il romanzo di Fallada non fu mai tradotto, fino al 2009/10: accolto con grande successo in Gran Bretagna, “Alone in Berlin”, tradotto da Michael Hofmann, sfonda ora in America, con il titolo “Every Man Dies Alone”. Citato nelle selezioni dei grandi giornali, è stato paragonato da Roger Cohen, alla “Suite Française”, di Irène Némirovsky, rivelato dopo sei decenni di sepoltura in una valigia. Il paragone è calzante, perché, quanto la scrittrice francese ebbe un rapporto ambiguo sia con la comunità israelitica che con l’antisemitismo francese, tanto Hans Fallada fu controllato dai nazisti e, con blandizie o minacce, divenne quasi uno scrittore di regime, prima di diventarne accusatore incontestabile. Ma la letteratura sopravanza i casi della vita, e ora l’uscita di “Alone in Berlin” consacra pure in America la sua straordinaria potenza di narratore e mostra com’era, davvero, la vita sotto la tirannia di Adolf Hitler.

Hans Fallada

Fallada, scrive Hofmann sul “Times Literary Supplement”, è uno scrittore “maledetto”, da affiancare ad Arthur Rimbaud, Walter Scott, Christopher Marlowe. Figlio di un giudice, nato nel 1893 con il nome di Rudolf Ditzen nella città baltica di Greifswald, crebbe infelice tra malattie, incidenti, infelicità adolescenziali. A 18 anni, in un apparente patto suicida, inscenò un falso duello con un amico, l’uccise e rimase gravemente ferito. Trovava pace solo quando aveva un libro in mano, e leggeva “come un folle”. Respinto alla leva, cominciò a scrivere romanzi di scarso successo. Per proteggere il nome della famiglia, su richiesta del padre, li pubblicò sotto lo pseudonimo di Hans Fallada, ispirandosi a personaggi delle favole dei fratelli Grimm (Falada, con una elle, è il cavallo che continua a dire verità anche da morto). Nel 1928, a 35 anni, era ormai, nelle parole di un biografo, “un fallito completo”: morfinomane, coinvolto in storie di armi e di prostituzione, spesso in galera per furto, comprò di seconda mano una macchina per scrivere e, per alcune società di Amburgo, si mise a compilare buste postali, 1000 indirizzi per quattro marchi, “cinque se erano in spagnolo”. Un uomo su cui non si sarebbe scommesso un pfennig svalutato di Weimar.   Invece, per merito e per fortuna, Ditzen-Fallada ha ancora risorse. Incontra casualmente l’editore Ernst Rowohlt, che gli offre un lavoro nell’ufficio stampa e, soprattutto, gli dà tempo di scrivere. Non che Fallada ne avesse tanto bisogno, di tempo, se sapeva produrre un libro in pochi mesi, o settimane. Quest’uomo così inquieto si trasformava al tavolo di lavoro in una macchina da romanzo: “Ho una regola: mai scrivere oggi una pagina meno di ieri”, diceva. Così presto pubblica un nuovo titolo, “Bauern, Bonzen und Bomben”, seppur senza gloria. Ma intanto s’è sposato, ha un figlio, Ulrich, e la parabola umana (la miseria, la disoccupazione, poi la rinascita, la famiglia, la paternità, stipendio garantito, vita normale) gl’ispira un romanzo che è una meraviglia, “Kleiner Mann – was nun?”, una storia amara e dolce che, pubblicata nel 1932, diventa un best-seller in tutto il mondo, anche in Italia col titolo “E adesso, pover’uomo?”. Tradotto in venti lingue, portato due volte sullo schermo, salvezza dei bilanci dell’editore Rowohlt, potrebbe essere il “lieto fine” anche nella vita di Fallada. Invece no: il successo provoca un nuovo deragliamento, ma finalmente Fallada trova un precario equilibrio quando compra una fattoria nel Meclemburgo, dove si ritira con moglie e figlio, mentre i nazisti s’impadroniscono della Germania. Sono anni in cui Fallada assume un’aura contadina e tolstojana, quella del profeta della classe sottomessa, anti-nazista per quanto è possibile (e aiuta anche il rapporto con Bertold Brecht). Nulla di più falso: tenuto sott’occhio dal regime che non si fida di lui, ma blandito come uno dei rari scrittori che i nazisti possano vantare, viene prima indicato come “autore indesiderato” (1935), poi riabilitato per “Wolf unter Wölfen”, altra storia di un pover’uomo travolto nel crollo di Weimar, che Goebbels elogia come “un libro super” (1937), quindi premiato con un viaggio nella Parigi occupata dai tedeschi, infine rinchiuso in manicomio dopo un violento alterco con  la moglie, che divorzia, sotto l’effetto di droga e alcool, quindi liberato quando il regime comincia a crollare. Jenny Williams, biografa di Fallada, dà questo giudizio: “E’ stato uno dei punti di forza di Ditzen come scrittore la capacità di ritrarre con accuratezza sociale e psicologica le pressioni della guerra, dell’inflazione, della disoccupazione e dell’autoritarismo sui suoi contemporanei. Fu una delle sue debolezze come essere umano l’incapacità di resistere egli stesso a tali pressioni”.
Ed è qui che Fallada, scrittore camaleonte, quasi inconsapevole della materia che tratta, si rivela per l’ultima volta. Finita la guerra, rimasto (con la seconda moglie) nella Berlino liberata dai sovietici, preso sotto l’ala del poeta Johannes R. Becher, che poi diventerà ministro della Cultura nella Germania Orientale, viene incaricato di trarre una storia da un dossier della Gestapo su due sconosciuti resistenti al nazismo, Otto ed Elise Hampel, giustiziati nel 1942 per avere diffuso materiale anti-nazista. Dapprima lo scrittore resiste, poi nello scrivere questa epopea antifascista scopre che non si può più fermare: in 24 giorni, alla frusta, scrive una storia che non si può dimenticare: quella del capofficina Otto Quangel e di sua moglie Anna, che ricevono la lettera ciclostilata che annuncia la morte in guerra del loro unico figlio e, spinti da un imperativo morale, diventano oppositori: cominciano a lasciare negli angoli più impensati della città foglietti che esortano alla resistenza contro il nazismo. Il regime è allarmato, crede di avere di fronte una fantomatica organizzazione, poi finalmente li scopre e, come un elefante, schiaccia i due moscerini.

Fallada è straordinario nell’entrare nelle pieghe psicologiche dei nazisti, il cui credo assassino divide le stesse famiglie, e nel compassionevole universo degli oppressi, che non hanno nemmeno la forza d’immaginare una rivolta, ma è soprattutto gelido nel descrivere la mentalità amorfa della maggioranza che tutto accetta e mai s’oppone. A far nascere una dittatura basta che le persone normali lascino fare. Finché viene l’ora in cui due poveri coniugi, orfani del figlio, devono diventare eroi: quando Anna gli obbietta che lasciare in giro cartoline di contestazione al regime non è poi gran cosa, Otto le risponde con la verità: “Grande o piccola che sia, Anna, se lo vengono a sapere ci costerà la vita”. Così sarà, e con la loro vita due anonimi coniugi di Jablonski Strasse riscatteranno noi tutti, anche i posteri che oggi leggono questo romanzo. Rudolf Ditzen morirà per overdose di morfina a Berlino nel febbraio del 1947, a 54 anni, risparmiandosi un’altra capriola verso la dittatura comunista: lascia in eredità “Solo a Berlino”, firmato Hans Fallada.

Il romanzo di Hans Fallada uscì postumo nel 1947, si intitolava  “Ognuno muore solo”

Dal romanzo:

Poi prese la penna in mano e disse piano, ma con energia: “La prima frase della nostra prima cartolina sarà: ‘Madre! Il Fuhrer mi ha assassinato mio figlio!”. […] In un lampo capì che con quella prima frase egli dichiarava la guerra per oggi e per sempre, e sentì anche oscuramente che cosa volesse significare: guerra fra loro due da una parte, poveri, piccoli insignificanti operai che per una parola potevano essere annientati per sempre, e dall’altra parte il Fuhrer, il partito, quell’immenso apparato con tutta la sua potenza e tutto il suo splendore, e dietro di esso tre quarti, no quattro quinti del popolo tedesco”.

Ragazzi che giocano in strada, postine in bicicletta che suonano il campanello per passare e consegnano le lettere come ogni mattina. Si gioca, si chiacchiera, si fa colazione. La Berlino del 1940 è in guerra, il Führer è assetato di conquiste e il suo popolo gli crede, tanto da sostituire il classico ‘buongiorno’ con ‘Heil, Hitler’, ma nei quartieri proletari la vita scorre cercando la normalità. La cosa più importante è rimanere fuori dai guai, farsi i fatti propri, provare a non far entrare la guerra nelle proprie case. Ci provano Otto e Anna Quangel, che ogni giorno fanno il proprio dovere lavorando e appuntando le spille del partito alle loro giacche, finché la postina arriva con una lettera che non può più essere ignorata e la guerra entra, nella loro casa, con la morte del loro unico figlio.

Quasi da sola nasce nel padre la progressiva consapevolezza di dover provare, nel loro piccolo, a fare qualcosa per cambiare la percezione del regime. Otto scrive le sue cartoline una dopo l’altra con metodo ed attenzione, lasciandole in punti strategici della città nel disperato tentativo di passare al popolo un semplice messaggio: il nazismo non è la cosa giusta per la Germania. I messaggi sono molteplici e contengono tutte le nefandezze del Reich, e più si accumulano più sembrano convincere anche lo stesso Otto, che ritrova nella sua missione un motivo per vivere e vendicare il figlio. Nel film la freddezza iniziale dei genitori lascia spazio lentamente al sentimento, che esplode nelle ultime sequenze, grazie soprattutto ad una straordinaria Emma Thompson. Dall’altra parte, a tenere testa ci pensa Daniel Brühl nei panni dell’ispettore che fa nascere la caccia all’uomo con la violenza di un esaltato, ma alla fine cade sotto i colpi di una verità troppo evidente per essere ignorata: dopo che i due colpevoli sono ghigliottinati, l’ispettore raccoglie tutte le cartoline e le getta dalla finestra. Tutte erano state consegnate alla polizia, tranne 18, forse perdute, forse strappate, forse….E l’ispettore si spara un colpo alla testa.

Come diceva Hannah Arendt: “In condizioni di terrore, la maggior parte delle persone tenderà a conformarsi, ma altre no… Umanamente parlando, nient’altro è necessario, e nient’altro può essere chiesto perché questo pianeta rimanga un posto adatto per l’esistenza dell’uomo”. Fallada ha creato un simbolo immortale di tutte quelle persone che lottano contro il male e in questo modo ci ha redenti.

L’ampio affresco dipinto da Hans Fallada porta fino a noi l’immagine vivida di un girone infernale che mantiene soltanto l’apparenza di una struttura civile, una maschera che non convince più nessuno. A quel punto ogni tedesco dovrebbe aver compreso che non basta salire sul carro dei potenti, come non serve allontanarsene: non c’è scampo per l’individuo isolato, solo l’unione potrebbe forse fare una differenza, eppure tutti hanno troppa paura anche solo per leggere fino alla fine le cartoline di Otto Quangel. La paura ha creato un popolo di disillusi e di delatori. La valanga non ci sarà, la piccola palla di neve continuerà a rotolare solitaria fino a precipitare nel burrone, accompagnata da ben pochi sguardi benevoli.

Eppure. Se oggi possiamo leggere e comprendere la Germania nazista attraverso un romanzo della potenza di Ognuno muore solo, è grazie al fatto che un giorno due individui non particolarmente brillanti né carismatici, un certo Otto Hampel e la moglie Elise, hanno deciso di usare la penna contro il regime; forse non del tutto consapevoli che le cartoline imbastite faticosamente sul tavolo della cucina avrebbero firmato la loro condanna a morte, forse mossi soltanto dal pensiero che qualcosa si doveva pur fare. Può darsi, si domanda Fallada nella postfazione, che la loro lotta non fosse del tutto senza speranza? Può darsi che non sia successo del tutto inutilmente? Ma non ci sarà nessuna rivoluzione, nemmeno una vera rivolta. La resistenza tedesca, nella Storia, come nel romanzo di Fallada, è destinata a un sostanziale fallimento. Le piccole cellule comuniste, così come i resistenti solitari alla stregua dei Quangel, come anche la più colta comunità di intellettuali ostili al regime, si troveranno isolati e inefficaci come piantine di grano in un campo invaso dal loglio. Ciò che impedisce alla buona semente di germinare è l’essenza stessa del nazismo: il veleno della paura.

Una paura endemica, totale, solida come una pietra che ogni tedesco si porta appesa al collo. Nessuno può sentirsi davvero al sicuro, nessuno può considerarsi immune, e nessuno si salverà, tutti verranno raggiunti e ghermiti.

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Romanzo Ognuno muore solo, Hans Fallada, Sellerio, 2010

Film: Alone in Berlin, con Emma Thompson, Brendan Gleeson, Daniel Brühl,  regia di Vincent Perez – 2015

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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