Per Anna e Amedeo due sole stagioni, ma in paradiso: Parigi, primavera 1910 – estate 1911

annaDa questa storia, negata e tenuta testardamente segreta, sgorgarono ritratti e versi; lo racconta Boris Nossik in un volume appena pubblicato, ‘Anna e Amedeo’ (Odoya Library,  14 euro).

Poco più che ventenne l’Achmàtova, nella primavera del 1910, approdò nella Parigi brulicante di artisti noti o prossimi a diventare miti del Novecento. Lei, che su suggerimento del severo padre, onde non contaminasse con le sue “pazzie” il nome della famiglia, aveva assunto lo pseudonimo dalla bisnonna, che la leggenda diceva discendente da Gengis Khan, era già nota in Russia come “poeta” e aveva sposato da un mese il suo appassionato spasimante, il poeta famoso Nikolaj Gumilëv, che l’assediava da tre anni, sicché era in luna di miele. Alta, magra, con lunghe gambe, lunghe braccia sottili, un viso illuminato da occhi sensibili e acuti, un naso aquilino che affascinò i suoi ritrattisti, era l’immagine della femminilità, affascinante, dominante, misteriosa, una donna eccezionale,  un poeta russo, oggi noto in tutto il mondo. Poeta, al maschile, perché non amava essere chiamata poetessa: le sembrava che limitasse il campo dei sensi e del sapere che la ispiravano.

Nel favoloso atelier a cielo aperto che fu Monmartre prima delle due guerre mondiali, dipingeva, si ubriacava, si drogava, sempre con molto clamore teatrale, il giovane artista squattrinato, di origine livornese, Amedeo Modigliani: 26 anni, capelli scuri, occhi dorati, una bellezza «non uguale a nessun’altra», era l’artista maudit che non vendeva le sue opere, l’italiano cui non sfuggiva alcuna ragazza carina di Montparnasse,  nemmeno se era ubriaco fradicio e che, quando aveva quattro soldi in tasca, li regalava a chi aveva ancor meno. Modì che lavorava di notte, che s’innamorò dell’arte africana, che dipingeva le donne con il collo lungo e inventò una pittura capace di regalargli l’immortalità. Ora siamo nella primavera del 1910. Anna è a Parigi con il novello sposo che decide di portarla nel locale del momento:  La Rotonde , un piccolo caffè di Montparnasse dove erano clienti fissi e spiantati Picasso, Rivera, Trockij, e artisti che si arrabattavano alla ricerca del loro posto nel mondo. È un attimo: Anna – profilo inconfondibile, naso irregolare, frangetta squadrata di capelli corvini, figura snella e regale – e Amedeo lo sciupafemmine, s’incrociano con lo sguardo. Bastano poche battute per scambiarsi la promessa di rivedersi. Comincia così la storia d’amore che il giornalista russo Boris Nossik rivela nel suo romanzo documentario; Anna e il marito tornarono alla loro vita alto-borghese, alle passeggiate sul Mar Nero, ai circoli di lettura, ma lei aveva intrapreso una intensa corrispondenza epistolare con Modigliani e traduceva la sua irrequietezza sentimentale in versi, che furono i suoi primi successi letterari. Quando il marito partì per l’ennesimo viaggio in Africa, Anna non esitò e fece le valigie per Parigi. Era l’estate del 1911: furono tre mesi di vagabondaggi amorosi nei giardini del Lussemburgo,  con Modì su  panchine, lui sdraiato sul ventre di lei, lui ospite fisso e spesso atteso invano nella borghesissima casa di Rue Bonaparte che lei aveva affittato. Furono mesi di notti insonni mentre Modì era in studio – forse – a lavorare, di giornate passate in atelier per lui, nella posa della donna-serpente che lei, agile e snodata, riproduceva con abilità. Fu una felicità incredibile, bruciante e luminosa come una stella cadente, ma circoscritta e in nuce già destinata a non durare. Finita l’estate, Anna doveva tornare in patria, di fatto era ancora una donna sposata, ma la vera ragione era che Modì aveva per la testa solo l’arte, aveva cominciato ad accusare vari malanni, e intanto cercava nelle bottiglie di assenzio ispirazione e sollievo. L’addio in stazione – finito poi ne Il canto dell’ultimo incontro, una delle più celebri poesie di lei – fu drammatico, con Anna che prima imperiosamente pretendeva, infine supplicava qualche promessa dall’evasivo Amedeo e poi scacciò via l’amante. Non si videro più, non si scrissero neppure più, ma ognuno per suo conto rielaborò  questa passione bruciante, sublimandola in versi e pennellate magistrali.

 Il canto dell’ultimo incontro

 Così smar­rito gelava il petto,

ma andavo con passi leggeri.

Infi­lai nella mano destra

il guanto della sinistra.

 Pare­vano tanti i gradini,

pure sapevo: erano solo tre!

Un fiato d’autunno fra gli aceri

invo­cava: “Muori con me!

 Sono ingan­nato da un destino

tri­ste, infido, crudele”.

Gli risposi: “ Caro, caro,

anch’io morirò. Morirò con te…”

 Que­sto è il canto dell’ultimo incontro.

Get­tai uno sguardo alla casa buia.

Solo in una stanza da letto le candele

arde­vano di un lume indif­fe­rente e giallo.

 Amedeo le inviò in Russia sedici disegni di lei fatti a memoria, e Anna ne conservò solo uno, casto e a lei carissimo. Non sappiamo che fine abbiano fatto gli altri, ma hanno attraversato con il loro soggetto anni terribili nella Russia della rivoluzione e della seconda guerra mondiale.  L’inconfondibile profilo irregolare di Anna, i capelli corti e neri, il suo corpo affusolato appaiono in moltissime opere di Modì, dal Nudo con gatto alla Donna in nero e poi in tanti schizzi, anche negli anni seguenti. L’irrefrenabile passione della seconda stagione della loro relazione venne “sublimata” da Modigliani in alcuni dei suoi più audaci e meno noti schizzi a matita, che ritraggono l’Achmatova nella posa della Maja Vestida e della Maja Desnuda del Goya.

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Ah, tu pensavi che anch’io fossi

una che si possa dimenticare

e che si butti, pregando e piangendo,

sotto gli zoccoli di un baio.

O prenda a chiedere alle maghe

radichette nell’acqua incantata,

e ti invii il regalo terribile

di un fazzoletto odoroso e fatale.

Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti

o sguardi l’anima dannata,

ma ti giuro sul paradiso,

sull’icona miracolosa

e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:

mai più tornerò da te.        1921

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Ultimo brindisi

 Bevo a una casa distrutta,

alla mia vita sciagurata,

a solitudini vissute in due

e bevo anche a te:

all’inganno di labbra che tradirono,

al morto gelo dei tuoi occhi,

ad un mondo crudele e rozzo,

ad un Dio che non ci ha salvato.          1934

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La vita per le due leggende del XX secolo continuò, intensa e crudelmente breve per Modì, povero in canna fino alla fine e poi uno dei beniamini di Sotheby’s, la raffinata casa d’aste che ha piazzato le sue tele, i suoi disegni a cifre iperboliche, inimmaginarie con l’artista vivente; un Calvario interminabile, doloroso  per Anna sulla quale passò stritolandola tutta la drammatica storia della madrepatria Russia, dalla Grande Guerra alla Rivoluzione Bolscevica al regime staliniano, fino alla farisaica normalizzazione degli anni post-staliniani. Privazioni, lutti, persecuzione strisciante scaricata perfidamente non direttamente su di lei, troppo famosa in Europa, ma sull’incolpevole figlio Lev, imprigionato, deportato, mandato al fronte, reinprigionato per anni e anni. La donna altera, che rispondeva “Non faccio altro che leggere Dante” a chi le chiedeva quanto pesasse Dante sul nitore classico della sua scrittura, sotto i colpi di quel  tempo maledetto perse la sua bellezza, i bei capelli neri ingrigirono velocemente e per anni, ogni volta che faceva la fila alla prigione in cui era detenuto Lev, si ridusse a tremar per ogni vena: aveva imparato dalle altre povere mamme e mogli che, se il pacco era accettato, il detenuto “forse” era vivo; se era rifiutato, il detenuto era “certamente” morto. Tuttavia  Anna tenne duro e continuò a scrivere nella miseria, nella solitudine anonima, nell’esilio, con il bavaglio stretto del regime comunista che le impediva di pubblicare; soltanto undici anni dopo la sua morte, i suoi connazionali poterono leggere i suoi ultimi scritti,  Requiem e Poema senza eroe in una rivista sovietica. Argomento del primo era la rovina immane di centinaia di milioni di connazionali e la distruzione completa di una civiltà magnifica seppellita nell’orrore dei gulag, nel silenzio immobile del gelo siberiano, nei processi – farsa, nelle delazioni, negli eccidi di massa. Il poema era dedicato alla memoria di coloro che per primi avevano ascoltato la sua voce, gli amici e i concittadini morti a Leningrado durante il terribile assedio. Nel ‘66 i disturbi che l’avevano sempre un po’ tormentata divennero più gravi. Fu ricoverata nell’ospedale Botkin di Mosca. Si spense a Domodedovo, presso Mosca, il 5 marzo 1966.

Quanto al nostro Amedeo, continuò a seguire la musa della scultura e poi quasi solo quella della pittura, tra gran bevute di assenzio e uso di droghe, in povertà e precarietà assolute, come quasi tutti gli artisti del tempo, ma questo di certo non alleviò né curò la tubercolosi da cui era affetto fin da ragazzo. Nel 1917 conobbe- e fu passione fulminea- la donna della sua vita, la pittrice esordiente Jeanne Hébuterne; con lei si spostò in Provenza, da lei l’anno dopo ebbe la figlia Jeanne e ancora l’anno successivo fecero ritorno a Parigi. Aveva ritratto la donna amata su molte tele e in varie pose, e in tutti i quadri spiccano gli occhi color zaffiro di Jeanne e la sua dolcezza. Ma la fine era molto prossima e Amedeo aveva solo 35 anni. Una mattina del gennaio 1920 l’inquilino del piano sottostante trovò Modigliani delirante nel letto, attorniato da numerose scatolette di sardine aperte e bottiglie vuote, aggrappato a Jeanne, che era quasi al nono mese della seconda gravidanza. Modigliani era in preda a una meningite tubercolotica. Ricoverato all’Hôpital de la Charité, in preda al delirio, circondato dagli amici più stretti e dalla straziata Jeanne, morì all’alba del 24 gennaio del 1920. Ci fu un grande funerale, cui parteciparono tutti i membri delle comunità artistiche di Montmartre e Montparnasse.  Jeanne Hébuterne con la piccola Jeanne di 20 mesi, era stata portata nella casa dei suoi genitori ed era incinta del secondo figlio; all’indomani della morte di Amedeo si gettò da una finestra al quinto piano. Modigliani venne sepolto nel cimitero di Pére Lachais nel primo pomeriggio del 27 gennaio, Jeanne Hébuterne fu tumulata il giorno dopo al cimitero di Bagneux, vicino a Parigi e  solo nel 1930 le sue spoglie furono messe a riposare accanto a quelle di Modigliani.

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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