Anche a Kafka toccò “la meraviglia della vita”

“Si può ritenere che la meraviglia della vita sia sempre a disposizione di ognuno in tutta la sua pienezza, anche se essa rimane nascosta, profonda, invisibile, decisamente lontana. Tuttavia c’è, e non è né ostile e né ribelle. Se la si chiama con la parola giusta, con il suo giusto nome, essa arriva. Questa è l’essenza dell’incantesimo, che non crea, bensì chiama.”                F. Kafka, Diari-1921

 

L’assenza di vie d’uscita, l’intrico dell’esistenza degli uomini d’oggi, l’accettazione dei fedeli senza Dio, degli uomini sdivinizzati, guardati senza pregiudizi; ciò che l’epoca dei campi di sterminio ha poi portato alla nostra coscienza, Kafka l’ha descritto prima. La meschinità umana per lui era normale, solo alcuni scrittori russi, e fino a Kafka, nessuno della letteratura tedesca, seppero raffigurare senza commiserazione e senza disprezzo un’umanità bisognosa e povera, osservare e dire senza sentimentalismi l’apatia degli umiliati e la spietatezza dei crudeli. Descrivere il nulla dell’esistenza media umana diventò compito del poeta, non per confrontare né per ornare il racconto, che fa la spola, leggerissimo, su una grigia e sfilacciata trama.

Franz Kafka, già in vita, era una leggenda: la leggenda di un uomo sofferente che odiava se stesso, che odiava a tal punto il padre da rimanerne travolto; ha aperto un processo contro il padre, contro tutti i padri, contro il mondo dei padri. Ma la leggenda, prima di odiare infinitamente il padre, lo aveva infinitamente amato; poi, tutta la vita per eseguire comunque l’ordine paterno; solo esteriormente ribelle, il figlio soggiaceva interiormente al padre patriarca. Quello che i moderni hanno chiamato “il complesso di Edipo”, fu vissuto fino in fondo, senza che mai avesse per sé assoluzione o indulgenza o solo sopportazione.

I racconti, i Diari, i romanzi, gli Aforismi, le Lettere, le biografie e tutto ciò che è stato scritto su di lui in novant’ anni dalla sua morte, hanno tutti questa nuance grigio topo, angosciosa, ansiogena, fino a che, per caso e per fortuna il lettore, affascinato ma sfinito, s’imbatte nell’anno color fucsia di Franz Kafka, l’ultimo della sua vita e neppure un intero anno: ma poi sarebbe pretendere troppo, vero, dottor Kafka?

Dall’estate 1923, luglio/agosto, fino al 3 giugno 1924 toccò anche a lui “la meraviglia della vita”, un amore fulminante, ricambiato, finalmente vissuto; il distacco dalla sua famiglia, da Praga, la convivenza a Berlino, nonostante l’atmosfera già antisemita e i rigori di un inverno rigidissimo. Dora Diamant, una giovane insegnante polacca ebrea chassidica riuscì a far fare allo scrittore- per amore, solo per amore-una capriola assolutamente anomala, impensabile, gli fece vivere un’altra vita, viva, intensa, gustata fino all’ultima sia pure dolorosissima goccia. Galeotta era stata la stazione termale di Munitz sul Baltico, nell’estate del 1923: lo scrittore aveva accettato di raggiungere la sorella Elli e i nipotini per riprendersi dal lungo inverno trascorso quasi tutto a letto. Basta coi sanatori, coi medici e con le cure interminabili per la sua tubercolosi; lì stava godendo una parentesi di tranquilla serenità, lunghe passeggiate sulla spiaggia, ore e ore sul balcone baciato dal sole a guardare svagato dei bambini polacchi che non si stancavano mai di correre e ridere allegramente. Responsabile di questa colonia, una venticinquenne originaria della Polonia e insegnante a Berlino, Dora Diamant; lei aveva già notato quel signore alto elegante e solitario, ma il vero incontro avvenne nella cucina della pensione, dove Kafka casualmente s’affacciò e scorse Dora che stava pulendo del pesce per la cena, con le mani delicate sporche di sangue. Kafka gentilmente rimproverò alla giovane di rovinare ingiustamente le sue mani e fu l’inizio di un caldo sentimento reciproco, stroncato meno di un anno dopo dalla tubercolosi che aveva aggredito alla gola Kafka, fino a impedirgli alla fine di mangiare e parlare. Il ritorno a Praga imposto dall’amico di sempre, Max Brod, poi con l’amico dottor Klopstock e con Dora ad affrontare fianco a fianco, fino all’ultimo respiro, l’ultima battaglia. Mai stato così sereno, attivo, produttivo: Kafka studiava con Dora la lingua dei padri, l’yiddish, la Torah e le opere fondamentali della sua religione. Programmavano convinti il trasferimento in Palestina a Tel Aviv, dove avrebbero aperto un ristorante; Dora avrebbe cucinato, lei che non sapeva farlo, e Franz avrebbe fatto il cameriere. Incredibile anche solo a dirlo. Dora comunque non mollò un istante, cedette alla disperazione abbandonandosi a grida strazianti quando nella fossa del cimitero ebraico di Praga i convenuti cominciarono a lanciare pugni di terra sulla bara calata sul fondo. La sua vita naturalmente continuò e anche Dora scrisse una breve opera, “La mia vita con Kafka”, in cui-unica fonte e senza alcun riscontro-racconta un episodio delizioso, che getta sullo scrittore un fascio di luce assolutamente nuova di tenerezza.

La storia di Kafka e della bambola viaggiatrice viene ricordata da Dora Diamant nel libro di Hans-Gerd Koch-Cuando Kafka vino hacia mì…  (Quando Kafka mi venne incontro... ed. Nottetempo) dove sono raccolte numerose interessanti ed eterogenee testimonianze sulla vita del grande scrittore di Praga.

Quando vivevamo a Berlino, Kafka andava frequentemente al parco di Steglitz. Io qualche volta lo accompagnavo. Un giorno incontrammo una bambina che piangeva con disperazione. Parlammo con lei. Franz le domandò cos’era che la faceva soffrire, e così sapemmo che Elsi aveva perso la sua bambola Brigida. Subito lui inventa una storia per spiegare quella sparizione. “Ah, ma Brigida non si è persa. Sai, le bambole sono creature curiose, aveva voglia di vedere il mondo ed ora sta compiendo un viaggio.  La bambina era molto diffidente, ma la spiegazione la affascina e vuole un indizio per credere alle parole dell’uomo: ‘E tu come lo sai? ‘, chiede impettita, con espressione indagatrice, mentre si asciuga gli occhi ancora umidi.  “ Io lo so. Mi ha mandato una lettera”. La bambina, diffidò un po’: “L’hai portata?”. “No, l’ho lasciata a casa, però domani te la porterò. Io sono il postino delle bambole..”, i modi dell’uomo sono gentili, il sorriso è sincero, Dora lo guarda con ammirazione mentre si arrampica sugli specchi per ridare serenità ad un piccolo cuore. ‘Non ci credo, fammi vedere la lettera. ‘, il musetto è ancora imbronciato, ma la voce tradisce curiosità, ‘Ti stavo cercando, non sapevo dove fossi, non ce l’ho qui con me, ma domani, se vuoi, te la porto.‘, Elsi non è ancora del tutto convinta, ma la voglia di credere è più forte della ragione e dà loro appuntamento per l’indomani, sempre al parco. Lo scrittore costringe Dora ad un veloce rientro a casa e con febbrile attività scrive e riscrive la lettera che ha promesso alla piccola. Ci vuole un po’ prima che sia soddisfatto del risultato, una missiva che sembri davvero spedita da una bambola, scritta con un linguaggio che risulti facile da capire e sincero abbastanza da non lasciarle dubbi. Il giorno dopo si precipita al parco, Elsi lo sta già aspettando, ormai la diffidenza ha lasciato il posto alla curiosità, ma, dato che non sa ancora leggere, sarà il postino delle bambole a leggerle la lettera: la bambola si scusa per esser andata via così all’improvviso, ma già da un po’ desiderava vedere posti nuovi e conoscere altre persone. Vuole bene ad Elsi, che l’ha accudita come una figlia, non si dimenticherà mai di lei ed ovunque andrà la porterà nel suo cuore. La piccola è rapita dalla lettura, Brigida ora è in viaggio, ma non appena sarà arrivata le scriverà ancora, e ancora, ogni giorno, per raccontarle tutte le emozionanti novità della sua incredibile avventura.

I giorni seguenti sono dedicati interamente alle lettere da recapitare alla piccola; inventa luoghi, persone e situazioni, velate da un pizzico di magia infantile, per lenire il dolore della piccola che, a poco a poco, si è abituata all’idea. Il postino delle bambole sa che prima o poi dovrà dirle che Brigida non tornerà, ma non vuole che tutta la magia scompaia in un attimo, sostituita dalla delusione; allora inventa un finale grandioso, geniale. La corrispondenza va avanti per quasi venti giorni, ogni giorno una nuova lettera. Una settimana circa prima dell’addio finale, Brigida scrive entusiasta ad Elsi di aver cominciato a frequentare la scuola, le descrive un edificio bellissimo ed i compagni di classe, quasi tutti simpatici e gentili. Lentamente il racconto si focalizza su un ragazzo, un amico che le piace in modo particolare. La bambola lo descrive fisicamente e caratterialmente, racconta di un’amicizia che lentamente diventa un tenero amore; la loro festa di fidanzamento suscita la curiosità sognante della piccola, che ormai vuole solo sapere come andrà a finire. E così arriva il giorno in cui Elsi dirà addio alla sua amica. Quella mattina la piccola è più eccitata del solito, vuole sapere tutto nei dettagli, vuole un motivo per separarsi dalla sua bambola, e questo motivo è che lei ora è felice, come non sarebbe mai stata se non avesse cominciato a viaggiare. La lettera di Brigida non la delude, lo scrittore la legge con più enfasi del solito, descrivendo un amore romantico, un matrimonio da favola e la bellissima casa in campagna in cui abitano ora. Si congedano dalla bimba che ha lo sguardo sognante per la felicità di Brigida.

L’editore tedesco Klaus Wagenbach, appassionato delle opere di Kafka ed autore di diversi saggi su di lui, ha cercato per anni una testimonianza dell’aneddoto in tutta Berlino, ma né la bambina, né le lettere hanno mai confermato questa storia, da cui è stato tratto un libro, ‘Kafka y la muñeca viajera ‘, di Jordi Sierra I Fabra.

 

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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