Alexander Lernet-Holenia: l’”anarca”

(Vienna 1897-Vienna 1976)

Nel suo fondamentale e notissimo saggio, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna, Claudio Magris descrive Alexander Lernet-Holenia come  «un autore dalla penna facile e disinvolta», che «cerca di ringiovanire agilmente e di infondere un sapore moderno ai vecchi modi del barocco austriaco». Lo studioso triestino appunta in particolar modo la sua attenzione su Lo stendardo, un romanzo del 1934 (la prima traduzione italiana è del ’44; l’ultima, per i tipi di Adelphi, nel 1989).

Lo stendardo, ha un tono “facile e leggero“: e tuttavia vi si avverte palpabilmente il sentimento della sconfitta, della tragica fatalità che incombe su uomini e cose. Un sentore che la residua grazia del vivere (quella di una “felix Austria” che se ne va con dolente eleganza) alleggerisce: anche se la stanchezza, il senso del vuoto, una malinconia, che non riesce a liberarsi neppure nelle lacrime, sono sintomi di un “male” che sta dilagando.

Crolla una stirpe sotto i colpi della disfatta, finisce un’epoca, si affacciano sul palcoscenico della storia nuove idee e nuovi istituti politici e sociali, ancora in cerca di una “forma”.

 

Testi e contesti. Alexander Lernet-Holenia “si situa” appieno nel Novecento. Parla perché conosce, anche se ci tiene a stabilire le distanze. Da sempre. “Noblesse oblige”. E lui (Vienna, 21 ottobre 1897- Vienna, 3 luglio 1976) è figlio di una baronessa. Sposata in seconde nozze con un ufficiale di marina che probabilmente, però, non è il suo “vero” padre: si sussurra, infatti, che sia un duca della casa di Absburgo: e lo scrittore lascerà che le voci corrano. Di sicuro il suo “sentire” è aristocratico. Come il suo volto, riprodotto sulla copertina di Ero Jack Mortimer. Sguardo raffinatamente enigmatico, quasi leonardesco. Dentro, tutta la “lontananza” di chi appartiene a un tempo e a uno spazio storicamente determinati, ma anche a una sua dimensione  intima più raccolta. Alexander combatte da volontario nella Grande Guerra. Prende parte alle campagne che si svolgono in Polonia, in Slovacchia, in Russia, in Ucraina, in Ungheria. Un bel po’ di esperienze, umane e disumane. Intanto scrive poesie.

E conosce Rainer Maria Rilke che vede in lui una “promessa”. Nel caos che sconvolge la geografia europea del dopoguerra, si stabilisce a Klagenfurt e si impegna nel movimento di resistenza armata che si oppone all’annessione della Carinzia meridionale al neonato Regno di Jugoslavia. Identità e minoranza: il binomio già affascina il nostro giovane poeta che, adottato dalla nobile famiglia materna, gli Holenia, ora ci tiene a fregiarsi del doppio cognome. E con quello si fa conoscere attraverso raccolte di poesie e drammi teatrali. Il pubblico colto lo apprezza. E così gli addetti ai lavori, tra cui ci sono amici come Leo Perutz e Stefan Zweig. Mitteleuropei ed ebrei, ironici e nostalgici. E c’è il grande poeta espressionista e conservatore-rivoluzionario Gottfried Benn. Tutti segnati dall’insopprimibile vocazione al non-conformismo. Al pari di Alexander che tra il 1939 e il 1945 si fa conoscere come romanziere. In particolare, nel 1941, scrive Mars um Widder (Marte in Ariete), quello che molti considerano il suo capolavoro. Il romanzo, che descrive nei dettagli l’invasione tedesca della Polonia, viene bloccato dal ministero della Propaganda del Reich e le copie, già pronte per la distribuzione, vengono ritirate dalle librerie (l’opera uscirà solo nel 1947). Ma non si pensi a un Lernet-Holenia impegnato nella lotta antinazista. Alexander ha addirittura un incarico con tutti i crismi dell’ufficialità crociuncinata, visto che è capo della sezione di drammaturgia dell’ufficio cinematografico militare. Il che gli garantisce anche l’indipendenza economica necessaria per concentrarsi al meglio sulla creazione letteraria. E la politica? Anche qui, vale la “distanza” di un anarca che, all’indomani della fine della guerra, nessuno può accusare di essersi compromesso col regime hitleriano. Anzi, la fama dello scrittore cresce: al punto che, nel 1948, Hans Weigls può affermare senza tema di smentita: «In questo momento la letteratura austriaca è rappresentata sostanzialmente da due soli autori, ovvero da Lernet e da Holenia».

 

L’epopea di Lernet-Holenia, a suo modo nostalgica, non ha però i fremiti, i clamori, le angosce, le tragiche e mitiche suggestioni che colorano l’epos: ci sono, piuttosto, indulgenza sentimentale e profumo di fatalità, insieme a un disincanto “di rango” che si integra mirabilmente con questa “lievità”: ed evoca l’aura dell'”anarca“. Qui bisogna aprire una vasta parentesi, per spiegare la valenza di questo termine, inventato e spiegato nel  testo fondamentale dell’intera filosofia di Ernst Jünger, Eumeswil, uscito nel 1972. E’ stupefacente per le sconcertanti premonizioni che contiene: sulla tecnologia, l’avanzamento della decadenza, il destino di globalizzazione e le forme di resistenza. Alcuni passi sono così reali e “attuali” che viene naturale domandarsi se appartengano al recente passato o all’immediato futuro. Oltre quarant’anni fa Jünger descriveva con minuzia macchinari e tecnologie che poi sarebbero divenuti ordinari, come i personal computer, internet e i telefoni cellulari. Da questo mondo decadente e crepuscolare emerge la figura dell’Anarca, l’”uomo differenziato” di questi nostri tempi, colui che attraversati i deserti del nichilismo e oltrepassati i facili rifugi delle consolazioni ideologiche, approda infine alle “terre immobili”. L’elenco che segue è in sintesi il suo manifesto, un vademecum di pensieri e comportamenti:

  1. L’Anarca agisce in totale assenza di spirito di appartenenza a una bandiera o ideologia. Ritiene che totalitarismo e democrazia di massa siano in realtà due esperienze che obbediscono al medesimo principio dei contrari: quanto più si radicalizza un estremo, tanto più affiora quello opposto.
  2. L’Anarca non si sottomette alle leggi della società, ma è alla continua ricerca di una legge naturale o cosmica. Crede che uno dei mali fondamentali dell’uomo contemporaneo sia la sua perdita di radici, il suo spaesamento, la mancanza di patria, il disorientamento che subentra quando si dissolvono il legame con la propria natura e la propria origine.
  3. L’Anarca riconosce lo studio della storia come fondamentale perché permette di storicizzare ogni attualità considerandola in maniera neutra. Grazie all’analisi storica impara come sono governati gli uomini, così accetta la società, ben sapendo che la sua libertà non dipende da essa.
  4. L’Anarca vive sereno sotto qualunque regime politico, anche il più tirannico, poiché reca l’autonomia indelebilmente impressa in sé, e l’afferma in ogni azione che compie.
  5. L’Anarca ha una morale che non è un codice rigido, né un legame esterno, ma è strettamente autonoma e codificata.

7-L’Anarca è una persona che ha deciso di «passare al bosco». Il “bosco” è da intendersi come metafora di un territorio vergine in cui ritirarsi dalla civiltà ormai segnata dal nichilismo e in cui potersi sottrarre agli imperativi delle chiese e alle grinfie del Leviatano globale che impera.

 8-L’anarca è agnostico: ritiene cioè di non sapere e, conseguentemente, di non avere delle verità da porgere. Si limita a ricercare sempre, utilizzando gli strumenti di cui dispone, nella convinzione che una ricerca che intenda definirsi vera prende origine dal dubbio, dalla domanda, e percorre la via delle varie possibilità rimanendo aperta a ogni ipotetico sviluppo, anche il più inatteso.

10-L’Anarca pratica lo sképtomai non come esercizio del dubbio fine a se stesso (scetticismo distruttivo), ma come atteggiamento costruttivo che tende a non farsi coinvolgere in potenziali illusioni rese accettabili dalla loro apparente capacità di fornire risposte a questioni fondamentali.

11-L’Anarca ritiene che solo in luoghi inaccessibili alla massa si è autenticamente sovrani ed è possibile realizzare almeno alcune delle proprie molteplici possibilità.

 

Lernet-Holenia sa “sorridere”. Vive nel presente. Investe sul futuro. Guarda oltre e, al tempo stesso, custodisce memorie. Come ogni buon giocatore, ama l’azzardo. E sa che il gioco è terribilmente serio. Questo racconta, in fondo Alexander Lernet- Holenia in Ero Jack Mortimer, un romanzo apparso per la prima volta nel 1933 e proposto adesso da Adelphi che, dall’uscita del Barone Bagge, ha pubblicato undici libri dello scrittore austriaco (il lettore dovrebbe  partire, ovviamente, da Lo stendardo. A seguire, Marte in Ariete, Un sogno in rosso e Il 20 luglio). Ero Jack Mortimer si svolge all’insegna dell’imprevedibilità. Prima di tutto: chi è Jack Mortimer? Un americano. Un gangster che arriva a Vienna e prende un taxi per andare in un albergo dove qualcuno lo aspetta. Ma tutto questo lo sappiamo “dopo”. Dopo che Ferdinand Sponer, il giovane autista che al Westbahnhof di Vienna ha fatto salire quel cliente dall’identità sconosciuta, a un certo punto, voltandosi verso di lui, si accorge che qualcuno lo ha ammazzato. Per essere esatti, gli hanno sparato. Il povero Sponer già deve vedersela con un sacco di problemi – da quello quotidiano di una decente sopravvivenza a quello, esploso all’improvviso, di un travolgente innamoramento per una fanciulla troppo bella, troppo aristocratica e troppo ricca per lui – ed ecco che gli capita sul capo questa bella tegola. Chi gli crederà? La polizia? Ma figuriamoci! Quando andrà a raccontare di quel tizio che gli è capitato in macchina e che è stato fatto fuori senza che lui si sia accorto di nulla, penseranno subito che racconta delle balle e che magari è lui l’assassino… Che fare, allora?

Il misterioso cliente – ora il suo nome lo sa, piano piano, in una girandola di peripezie e rivelazioni, verrà a sapere anche quale “attività” svolge -, al momento di salire sull’auto, aveva dato un’indicazione: «Hotel Bristol». E più e più volte, lungo la strada, Sponer aveva chiesto «Vecchio o nuovo Bristol?», senza ottenere risposta. Poi, si era voltato e… Disfarsene, dunque, è d’obbligo. Ma al Bristol – quale? il vecchio o il nuovo? – la camera è stata prenotata. E se “lui” non arriva? Per ora basta così, lasciando al lettore il piacere di svolgere  l’incontenibile trama di questo romanzo. Perché capita davvero raramente che un romanzo sia “animato da un tale strepitoso ritmo”, da tante scoppiettanti sorprese. Chiaramente “testo” e “pretesto” si intrecciano. E Lernet-Holenia segnala la sua presenza con osservazioni, divagazioni e interrogativi di vario genere. Leggiamo, ad esempio: «Chi può sospettare come l’orrore si annidi nella quotidianità, così vicino da poterlo toccare, invece che nei suburbi, nelle discariche, sotto i ponti, dove viene esiliato per una sorta di idea romantica e dove, in qualche misura, gli viene concesso il diritto di esistere?».

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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