La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth

La coppia imperiale Sissi e Francesco Giuseppe

 

Nella splendida Vienna, che al visitatore sembra ferma ai fasti dell’imperatore Francesco Giuseppe e della leggendaria Sissi, è d’obbligo visitare la Cripta dei Cappuccini, che dal 1633 accoglie le tombe della famiglia imperiale.

Nel 1938 venne dato alle stampe il romanzo La Cripta dei Cappuccini, di Joseph Roth a Parigi, dove era arrivato esule dalla Germania nazista cinque anni prima – dopo la conclusione della lunga, quasi decennale, attività di reporter per il Frankfurter Zeitung e la pubblicazione berlinese, nel 1932, de La marcia di Radetzky, romanzo che segnò la sua consacrazione ai vertici della letteratura mitteleuropea – e vi rimase fino al 1939, anno della sua morte.

Il romanzo è un lucido e crudele epicedio e la composizione di questa “orazione funebre” – quasi un’invocazione testamentaria della sua vicenda artistica – rappresenta un capitolo essenziale dell’articolata parabola letteraria dedicata alla finis Austriae – che ha inizio con il romanzo giovanile Hotel Savoy (1924), prosegue ne La marcia di Radetzky e si conclude con La milleduesima notte (1938) – ed è il preludio all’opera che segnerà il definitivo epitaffio della sua arte – la terribile allegoria mistica de La leggenda del santo Bevitore (1939), profetico e divinatorio racconto sul proprio penoso stato di proscrizione esistenziale indotto dall’alcolismo.

La forma del romanzo rispecchia i tratti caratteristici della letteratura mitteleuropea – la solitudine dell’uomo al cospetto della drammatica dimensione del reale, l’intensa carica utopica che ne consegue e la tragica ironia con cui questa viene espressa  e, mentre trova la sua premessa nel simbolismo “aristocratico” di Hugo von Hofmannsthal e nello stile narrativo – inteso a essere strumento di una conturbante analisi psicologica – di Arthur Schnitzler, precorre la prosa icastica e aneddotica di Elias Canetti. Tema centrale de La Cripta dei Cappuccini – metafora letteraria di una tragedia antropologica – è l’annullamento dell’identità culturale austriaca, il crollo della società nella quale essa si produce e la speculare crisi di individualità esistenziale operatasi a seguito del rovinoso epilogo e della drammatica distruzione dell’Impero Austro-Ungarico. Questo era sorto dopo l’annessione dell’Ungheria all’Impero austriaco nel 1867 e si era configurato come confederazione di stati unificata sotto il regno di Francesco Giuseppe. L’articolato sistema di intese europee – come la Triplice Alleanza con Germania e Italia – aveva assicurato all’Impero un lungo periodo di pace, bruscamente spezzato nel 1914 con l’assassinio dell’erede al trono austriaco, l’arciduca Francesco Ferdinando. La conseguente Prima Guerra Mondiale ne aveva decretato il compimento. A causa della pesante sconfitta subita, l’Impero Austro-Ungarico si era frammentato in diversi territori nazionali: in Austria si era instaurato uno Stato corporativo ed autoritario sotto un cancellierato federale, le cui politiche filonaziste avevano portato il 10 aprile del 1938, a seguito dell’avvenuta occupazione tedesca, alla formalizzazione referendaria dell’annessione al Terzo Reich. Le tre fasi dell’apologia storica dell’Impero – ovvero, la nascita nel nome di una pax augustea, il trapasso della guerra, il declino rovinoso e l’annientamento davanti alla follia nazista – corrispondono ad altrettanti stadi del romanzo: è l’anno 1913 e Francesco Ferdinando, giovane erede dell’aristocratica casata dei Trotta, – il cui titolo nobiliare era stato conferito al luogotenente Joseph Trotta, zio del protagonista, perché durante la battaglia di Solferino (1859) aveva salvato la vita all’imperatore Francesco Giuseppe – conduce un’esistenza agiata ma sostanzialmente vuota, tra le facezie e gli ozi del rarefatto e dorato universo aristocratico della Vienna asburgica. Una vita frivola, agiata, capricciosa. Eppure: “Forse negli strati profondi delle nostre anime erano sopite quelle certezze che la gente chiama presentimenti, prima fra tutte che il vecchio imperatore moriva, ogni giorno in più di vita era un altro passo verso la morte, e insieme con lui moriva la monarchia, non tanto la nostra patria, quanto il nostro impero….”

L’occasione per rifuggire il proprio malessere, dovuto alla lucida consapevolezza del declino oramai irreversibile a cui è destinato il mondo al quale appartiene,  gliela offre l’invito di Manes Reisiger – un vetturino galiziano conosciuto attraverso il cugino Joseph Branco – a lasciare Vienna per recarsi suo ospite a Zlotogrod, in Galizia. Partito dunque da Vienna – la cui involuzione culturale e storica della sua decadente cosmogonia si definisce ancor più compiutamente, contrapposta all’energica vitalità e all’animoso fervore dei personaggi che popolano la campagna slovena – si reca a Zlotogrod e vi rimane fino allo scoppio della guerra.

Lo sfacelo, forse subodorato, è imminente. Il 31 luglio 1914,  viene diffuso il proclama “Ai miei popoli” dell’Imperatore: pochi giorni prima era stato assassinato l’erede al trono austriaco, l’arciduca Francesco Ferdinando. Scoppia la Prima Guerra Mondiale.
Arruolatosi come “alfiere della riserva”e ottenuta la recluta nel reggimento dei compagni di vita, Reisiger e Branco – “volevo morire insieme a loro, e non con dei ballerini di valzer” sentenzia il giovane Trotta, riferendosi ai suoi vecchi commilitoni – parte alla volta del fronte orientale, dove viene catturato, insieme ai suoi due amici, dall’esercito russo. Come recluso in un campo di detenzione in Siberia e ospite del mercante di pellicce Jan Baranovitsc – un polacco a cui vengono affidate le cure dei tre soldati – l’alfiere Trotta passa gli anni di prigionia. Attorno all’eremo della casa di Jan Baranovitsc – la cui figura si definisce nel perimetro di una profonda integrità morale che illumina il fosco contesto di barbarie della guerra – la società europea, sprofondata nell’abisso della distruzione e dell’annientamento, rigenera e trasforma la sua identità civile. Tornato a Vienna la vigilia di Natale del 1918, trova ad accoglierlo una aristocrazia che, privata dell’identità sociale che le era propria all’interno dell’assetto imperiale – “ora io cosa sono? Sono anch’io una capitalista?” chiede smarrita la madre del protagonista a Xaver, “uno dei pochi vetturini rimasti” – tenta di ricomporsi un ruolo nel contesto del nuovo ordinamento repubblicano. Lo sgomento antropologico di Francesco Trotta si concretizza davanti alle sedie color “giallo limone” e alle tende arancioni dell’atelier di “arti applicate” della moglie Elisabeth – la donna con cui si era sposato frettolosamente e avventatamente prima di partire per la guerra -, primitivi codici ed idiomi dell’avanguardia culturale. L’insuccesso della ditta del suocero, alla quale si è associato, ratifica il fallimento del suo tentativo di costruirsi una solida esistenza borghese. Elisabeth, influenzata dalla professoressa Jolanth Szatmary – attraverso la cui descrizione caricaturale Roth ridicolizza l’inedita realtà post-bellica – lo abbandona per inseguire il sogno di fare l’attrice, nuova chimera della modernità.

“Cominciavamo addirittura ad amare la nostra disperazione come si amano dei nemici sinceri. Anzi ci sprofondavamo dentro. Le eravamo grati perché inghiottiva i nostro piccoli affanni personali, lei, la loro sorella maggiore, la grande disperazione, che invero non cedeva a nessuno conforto, ma nemmeno a nessuna delle nostre preoccupazioni quotidiane.” Con la morte della madre, Trotta resta solo e inizia a non curarsi più del mondo. Passa attraverso le notti di Vienna “ piene di rughe e avvizzite. Sere frettolose e quasi intimorite, bisognava cercare di afferrarle prima che si accingessero a scomparire.” Trotta osserva la sua città e la gente che la abita con lo sguardo spassionato di uno che non riconosce nessuna appartenenza, indifferente alla storia, alla politica, alle novità nazionali, totalmente assuefatto e convinto della propria rinuncia. “ Io ero escluso; escluso ero. Escluso in mezzo ai vivi significa qualcosa come: extraterritoriale. Ero appunto un extraterritoriale in mezzo ai vivi”.

Un “vivo per errore”, uno dei tanti. Ed è così che inizia la presa d’atto più difficile ed incredibile: l’Impero non esiste più. E con esso sono decaduti le nobili e le aristocratiche sicurezze di un tempo. Tutto è mutato o sta mutando, ma Trotta, pur assistendo a tale rivoluzione, non sa come adattarvisi. Tenta di riavvicinarsi ad Elisabeth, ma lei è succube di una sedicente artista che la proietta in una dimensione avanguardista e quindi troppo “moderna” per Francesco Ferdinando. Lui non riesce a capire la nuova Austria, la osserva impietrito ed inetto. Dovrebbe imparare a lavorare perché è l’unico modo che può garantirgli un reddito e quindi, su insistenza di un avvocato che cura le proprietà di famiglia, decide di trasformare la casa paterna in una pensione, una sorta di nosocomio spirituale, in cui prendono alloggio dei nobili “sfollati” come lui, i suoi amici e compagni di un tempo oramai ridotti al disfacimento, incapaci di trovare un ordine nel nuovo ordine delle cose. La morte della madre – ultimo residuato di una generazione passata – e l’avvento del nazionalsocialismo trasformano definitivamente la sua rassegnazione afasica in vera e propria alienazione esistenziale. Impotente di fronte al proprio tracollo, Francesco Trotta visita la Cripta dei Cappuccini – il luogo dove sono sepolti gli imperatori austriaci, il simbolo della scomparsa monarchia – e confessa la sua sconfitta.

Il crollo dell’Impero, dunque, è davvero definitivo. Le uniche tracce sono ormai solo quelle conservate presso la Cripta dei Cappuccini, “dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofaghi di pietra”. Il romanzo rappresenta l’affresco struggente ed amaro della fine di un’epoca, il racconto nostalgico di una ciclopica sconfitta, dell’impossibilità di adattamento, del rifiuto accorato della modernità. La Prima Guerra, scrive Roth, è Mondiale non perché abbia coinvolto il mondo intero, ma perché ha causato il crollo di un mondo, quello rappresentato dalla monarchia austro-ungarica.

 

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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