Isaac B. Singer Ombre sull’Hudson

Adesso, nel soggiorno, Boris citò un altro degli aforismi in rima di questo rebbe:

‘Per man dei gentili comunque moriamo, /

quindi il nostro nome ebraico conserviamo.’

Anche se ci assassinano in quanto individui,

perché dovremmo decidere di morire come popolo?

Rimaniamo almeno ebrei, e non assimiliamoci“.

da Ombre sull’Hudson di Isaac B. Singer

«La morte è il Messia. Ecco la verità.» Così risponde per tutti Hertz Yanovar nell’ultima riga di La famiglia Moskat; su Varsavia in fiamme sta per abbattersi la distruzione nazista. La morte. Quella morte che, in condizioni simili, non può essere altro che il Messia. Una morte vista come momento di catarsi definitiva, come conquista della pace per una folla di anime che su questa terra, tra noi mortali, la pace sembrano destinate a non trovarla mai.

Quanti saranno mai i mondi? si chiede ansiosamente, sfogliando proibitissimi libri di ”scienza“, prima della Grande Guerra, il piccolo figlio del rabbino di Via Krochmalna, a Varsavia — capelli rossi, occhi azzurri, gabbanello da chassid — che compare in decine di storie del Nostro. In ciascuno di questi mondi I. B. Singer ha sicuramente cercato o cercherà nel tempo il proprio posto. Qui nel nostro rimarrà a osservare con il suo sguardo carico di ironia — un po’ velato dall’inguaribile febbre da fieno — lo stralunarsi degli ismi, lo scavalcarsi e svanire delle mode che hanno sempre teso a trascurarlo, a chiuderlo in un angolo, a non lasciargli spazio. Persino a calunniarlo. Uno scrittore all’antica, prevedibile, capace al più di scrivere qualche romanzo tradizionale, qualche racconto folcloristico. Anche un po’ osceno, non di rado. Così veniva generalmente considerato. In Italia, nel 1978, scoperto da quasi un quindicennio, non si trovava nemmeno più chi volesse tradurlo. Non demordeva, tra mille angustie e difficoltà Mario Biondi, costretto a tradurre non sul libro definitivo ma su bozze ”uncorrected“, piene di refusi fuorvianti. E poi, all’assegnazione del Premio Nobel nel novembre di quell’anno — evento del tutto imprevedibile —, la corsa a mettere comunque in vetrina Isaac Singer ebbe ritmi di isteria.

Persino davanti all’assegnazione del Nobel, comunque, dal coro dei presunti sapienti si levarono voci a discettare, a dubitare, sull’arte di Singer in sé e sul suo probabile non esser degno del premio. E lui, semplicità fatta monumento alla scrittura, replicò con disarmante modestia, spiegando che si trattava di un Premio Nobel assegnato non già alla sua umile arte di raccontatore di storie, ma a una comunità tristemente destinata a perdere la propria identità, la voce, la lingua. La comunità di lingua yiddish, dispersa come cenere. Nel villaggio di Radzymin, in Polonia, da una ”casta figlia di ebrei“ di nome Betsabea e da un rabbino chassidico, nacque il 14 luglio 1904, Isaac Bashevis Singer, fratello minore di Israel Joshua, anch’egli grande scrittore, sempre guardato dal cadetto come insuperabile maestro. Abbeverato al pozzo senza fondo di storie popolari raccontate da indimenticabili narratori orali di ”cucina“, di ”cortile“ o di ”casa di studio“ — zia Yentl, Levi Yitzchock, Zalman il vetraio, Meyer l’eunuco —, depositari dell’immenso accumulo di invenzioni del folclore ebraico e yiddish, già a sedici anni il ragazzo Isaac, proclamatosi ”libero pensatore“, affronta l’arte dello scrivere nella lingua formale degli eruditi, l’ebraico. Ma la voce del suo popolo gli è irresistibile. Nel suo sangue canta il retaggio di un lungo albero genealogico di rabbini chassidici. Deve indagare il loro mondo mitico e meraviglioso, raccontare storie popolari. Dunque deve usare la lingua del popolo, il ”giudeo“, lo yiddish.

I rabbini sono i sacerdoti della religione ebraica, ma a essi spettano anche compiti che potremmo definire da “giudice conciliatore”: a loro, infatti, ricorrono gli ebrei in caso di controversie, oltre che per avere chiarimenti circa il modo di comportarsi per non infrangere la Legge ebraica (la Torah). Il chassidismo, in particolare, è un movimento mistico popolare sorto tra gli ebrei dell’Europa orientale nel corso del 1700: un movimento che tendeva a riportare la religione ebraica alle sue origini semplici e spirituali, in contrapposizione al formalismo e all’ipocrisia delle gerarchie. I rabbini chassidici, quindi, erano capi spirituali ai quali facevano riferimento i credenti più semplici e fervidi, che li chiamavano anche “rabbini miracolosi”. Di questo si trova ampissima traccia nell’opera di Singer, che è impregnata di elementi autobiografici, in particolare, per quanto concerne l’attività del padre rabbino — sacerdote e giudice —, sono fondamentali Alla corte di mio padre e Un giorno di felicità.  Isaac Singer (che successivamente aggiungerà al proprio nome anche Bashevis, dalla madre Betsabea), viene avviato regolarmente a frequentare le scuole ortodosse ebraiche, ma manifesta precocemente il suo spirito laico e, ancora giovanissimo, si dichiara “libero pensatore”, sotto l’influsso degli ambienti intellettuali ebraici di Varsavia (dove la sua famiglia si era stabilita nel 1908, andando ad abitare in quella Via Krochmalna che compare in moltissimi suoi romanzi e racconti), e in particolare del fratello maggiore, Israel Joshua, anche lui successivamente diventato grandissimo scrittore e sempre indicato da Singer come suo maestro. Anche di tutto ciò si trova ampia traccia nell’opera singeriana: a puro titolo esemplificativo indichiamo ancora i romanzi La famiglia Moskat e Shosha. A sedici anni già Singer affronta la letteratura, scrivendo in ebraico, la lingua “colta” degli ebrei letterati e studiosi, che tuttavia non era più usata comunemente (e ormai anche molto poco conosciuta) dagli ebrei dell’Europa orientale, i quali parlavano e scrivevano, come avviene ancora oggi in yiddish (ovvero: giudeo), un dialetto medio-alto tedesco scritto con i caratteri ebraici, che queste popolazioni avevano portato con sé dalla Germania, da cui erano state scacciate nel medioevo trovando rifugio in Polonia, Lituania, Ungheria, Romania e Russia. Il desiderio certamente di origine chassidica del giovane Singer di essere vicino al suo popolo, e quindi di scrivere romanzi e racconti popolari, che potessero essere letti e capiti da tutti gli ebrei dell’Europa orientale, gli fa prendere la fondamentale decisione di scrivere le sue opere appunto in yiddish. Comincia quindi a scrivere racconti per i giornali yiddish di Varsavia, e un romanzo, Satana a Goray, che appare però nel 1935, dopo che l’autore come moltissimi ebrei polacchi terrorizzati dall’imminente invasione nazista — ha trovato rifugio negli Stati Uniti, salvandosi così quasi certamente dalla morte in un campo di sterminio. Per anni campa in maniera grama, collaborando al quotidiano di Manhattan in lingua yiddish — il Jewish Daily Forward —, redigendo rubriche di consigli pratici, tenendo conferenze, scrivendo per conto terzi, insomma, facendo il ghost writer per altri. Attività che i presunti sapienti dalla penna stitica non gli hanno mai perdonato, quasi che scrivere per guadagnarsi da vivere fosse un’offesa alla decenza. Tutto questo e ben di più ci ricorda la bella biografia di Florence Noiville, studiosa che ama Singer e lo presenta per ciò che è stato, facendo fondamentalmente ricorso ai suoi testi autobiografici, che rappresentano circa il cento per cento della sua opera. Importante è il documentato approfondimento della questione della doppia redazione dei testi di Singer, una vera e propria doppia identità: quella in yiddish e quella in americano. Due versioni ”originali“ a pieno titolo, insomma, come le definiva lui stesso, che curava di persona con estenuante puntiglio quella americana (anche se non di rado con l’ausilio di traduttori ameryiddish che sapevano l’americano meno di lui), e su quest’ultima esigeva che fossero basate le traduzioni nelle altre lingue, vietando addirittura che si usasse la versione yiddish, spesso del tutto diversa, in quanto buttata giù per le esigenze della pubblicazione a puntate sul Forward o poi tagliuzzata o adeguata a tali esigenze. Faticando in quel modo per campare, Singer accumulava ed elaborava il meraviglioso materiale dei suoi grandi romanzi: La fortezza, La famiglia Moskat, Il mago di Lublino, Ombre sull’Hudson. E per la straordinaria fioritura dei suoi circa duecento racconti, creando un mondo variopinto, «meraviglioso, terribile e splendido» — come ha scritto Henry Miller —, che quello reale e limitato degli uomini non potrà dimenticare mai, a dispetto delle inappellabili decisioni dell’Angelo della Morte. Quindi nel 1935 Singer è negli Stati Uniti, dove visse, avendone assunto nel 1943 la cittadinanza. Per anni la sua vita è molto grama: si guadagna da vivere collaborando al “Jewish Daily Forward” (o Forvertz, ovvero “Avanti ebraico”), quotidiano degli ebrei di New York. È anche probabile che abbia scritto libri “su commissione”, cioè commissionatigli a pagamento da ricchi personaggi del mondo ebraico newyorkese, che ritenevano di avere una storia da raccontare, ma non erano capaci di scriverla. Libri usciti naturalmente con il nome di queste persone, e di cui quindi è assai poco probabile che la storia della letteratura si debba occupare. La cosa non deve scandalizzare, poiché è pratica molto diffusa in America presso i giovani scrittori che devono “tirare a campare” in attesa del successo: gli scrittori che operano così, in Italia vengono chiamati “negri” e in America “ghost writer”, cioè “scrittori fantasma”, in quanto il loro nome non compare sul libro stampato. Anche di questa attività si trova ampia traccia nella sua opera: si vedano per esempio i libri di racconti Passioni e Vecchio amore.

Dal momento dell’arrivo negli Stati Uniti, Singer è sempre vissuto a New York, con grande semplicità in un appartamento sulla parte occidentale del Central Park, il grandissimo parco nel cuore dell’isola di Manhattan. È da rimarcare anche il fatto che — nel suo grandissimo rispetto per la vita — Singer era vegetariano, come spesso dichiara nei suoi scritti. Nel 1978 gli è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura, giustissimo riconoscimento che tuttavia è arrivato del tutto a sorpresa: “sorpresa felice”, “lieta sorpresa”, come è stato scritto da molti critici. A un giornalista italiano che lo intervistava dopo la notizia del premio, ha dichiarato: “Passano gli anni, vengono e vanno i giorni, noi siamo qui, meravigliati di essere vivi. Nemmeno un premio modifica la natura. E non ce la fa neanche un premio come il Nobel, specialmente se è del tutto immeritato come il mio.” “Che mondo meraviglioso, un mondo terribile e splendido, quello di Isaac Bashevis Singer, Dio lo benedica… Consentitemi di dire, di Singer, quello che egli ha detto di suo fratello: “Sto ancora imparando da lui e dalla sua opera”. Così scriveva un altro grande scrittore ebreo americano: Henry Miller. È d’obbligo parlare di “mondo” quando ci si riferisce all’opera del grande autore polacco-americano. È il mondo ebraico-yiddish, quello dell’Europa orientale e poi quello americano, che dal primo discende. Mondo meraviglioso, in quanto intessuto di miti, di leggende, di favole popolari e tradizionali. Mondo splendido, in quanto depositario di una cultura che ha ben più di duemila anni e si fonda sulla Bibbia e sul Talmùd, cultura rimasta per secoli fedele alla propria tradizione e al tempo stesso capace di rinnovarsi continuamente e rinascere fiorente nei vari angoli del mondo in cui gli ebrei sono stati via via scacciati, dopo la seconda distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta a opera dei romani dell’imperatore Tito nel 70 dopo Cristo. Mondo terribile, poiché carico di pena, di dolore, di fatica, di paura, di incertezza, di fughe, di stragi, fino all’ultima, quella perpetrata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Dovere dello scrittore, secondo Singer, è quello di divertire il lettore, di “sollevare il suo spirito, fornirgli la gioia e l’evasione che sempre la vera arte garantisce“, come si legge nel discorso da lui pronunciato durante la consegna del Premio Nobel. ” Nondimeno”, aggiunge, “è anche vero che uno scrittore serio del nostro tempo deve essere profondamente impegnato sui problemi della generazione alla quale appartiene.” E dovere fondamentale che Isaac Bashevis Singer si è imposto, è quello di far sopravvivere nel ricordo dei suoi lettori una generazione sterminata: quella degli ebrei europeo-orientali, decimata dai nazisti. “Nella letteratura“, dice ancora Singer, “come nei nostri sogni, la morte non esiste.” Ecco dunque lo scrittore farsi forte dei suoi ricordi di un mondo che non c’è più per farlo rivivere, per sottrarlo al silenzio e all’oblio cui pareva averlo destinato la brutalità dell’uomo. Nei libri di Singer rivivono le persone morte e incenerite nei campi di sterminio, con le loro virtù e i loro difetti, le loro passioni e le loro malinconie, con il loro spirito e la loro carne. E con esse rivive un mondo di riti religiosi e civili, di usanze, di costumi, di tradizioni: che cosa facevano, che cosa mangiavano, come si divertivano, come scherzavano, come soffrivano, come celebravano le loro feste, cose grandi e anche cose minutissime. E rivive un patrimonio immenso di folklore, di racconti tradizionali, narrati di padre in figlio, o meglio sarebbe a dire di madre in figlia, o meglio ancora di zia in nipote. Quante volte i suoi racconti cominciano con le parole: “Raccontava nonna Temerl… Diceva zia Yentl… Narrava Zalman il vetraio…” Racconti favolosi e mitici che questi “narratori di famiglia” — nelle lunghe serate nebbiose della campagna polacca o nei giorni festivi ebraici — riversavano dal proprio patrimonio di memorie nella fantasia attenta e vivace del ragazzino Isaac, che in questo modo si preparava a diventare grande scrittore. Importantissimo, per questo aspetto della formazione di Singer, è sicuramente il periodo trascorso da adolescente (1917-1923) nel paese di Bilgoray, di cui era originaria sua madre. Così, nei racconti e nei romanzi di Singer, accanto a personaggi che fanno le cose di tutti i giorni — nascono, parlano, mangiano, amano, soffrono, muoiono — troviamo uno stuolo di demoni, folletti, diavoletti, sogni, incantesimi, magie. Diavoli che scendono in città travestiti da uomini, uomini che credono di essere arrivati in paradiso da vivi. Straordinario è sempre — nella sua opera come nella sua vita — l’interesse per l’occulto e la magia: medium, astrologi, parapsicologi. Le sue pagine sono costellate di eventi straordinari, quasi miracolosi. Appunto: il “mondo meraviglioso” di I.B. Singer. A chi gli chiedeva come mai era diventato scrittore, rispondeva: “Perché ho sempre avuto una grande curiosità per le vicende della vita degli uomini.” Ma che cosa lo spinge ancora a scrivere? “Vedo sempre davanti a me tipi curiosi e originali. Sono sempre stato affascinato dalla varietà delle individualità umane… È questa diversità che mi interessa.” Che cosa apprezza di più della vita? “Vivere tutte le emozioni, anche le più minute e apparentemente più insignificanti, perché sono la vita, godere le gioie dell’Amore, raccontare l’infinita varietà di personaggi che i Poteri più Alti hanno messo su questa terra.” Roberto Calasso con Walter Benjamin ricorda come Singer rappresenti la sopravvivenza, nonostante tutto, di una “figura di un irrecuperabile passato: il Narratore”. È vero, i racconti di Singer – non proprio tutti – sono autentiche perle. Ma come non riconoscervi le microstrutture sperimentali di quelle immense, saldissime costruzioni che sono i suoi romanzi? Per rimanere solo a Shosha, come non riconoscere nel filosofo Feitelzohn almeno un fratello gemello dell’attore Jacques Kohn di Un amico di Kafka? E come non riconoscere nella via Krochmalna la stessa via Krochmalna di Alla corte di mio padre, con addirittura lo stesso Asher il lattaio e persino il ricordo della stessa nonna Temerl? E quanti dybbuk, demoni, folletti, poltergeist, ragazzi e fanciulli stregati, villaggi messi sottosopra, racconti nei racconti nei racconti… Tuttavia, ancora una volta, è vero: il mondo della tradizione e del mito ebraici, la cultura della società ostjudisch, miscuglio talvolta indecifrabile e quindi magico di dotto rabbinismo e pio, trepidante, sensuale chassidismo, di razionalismo rigido e misticismo arrovellato, emerge forse più profondamente dal tessuto leggero e tuttavia fittissimo dei racconti, ma come dimenticare quanto ce n’è per esempio nel Mago di Lublino? Romanzo, dunque, romanzo e ancora romanzo. Romanzo come prodotto di una cultura profondissima, più che bimillenariamente fondata su una propria Legge e una propria Tradizione, e quindi su una società. Una società che così stranamente la storia (cioè gli uomini, quelli cattivi e quelli buoni – e lo ricorda Singer in Shosha – quelli grandi e quelli piccini) ha cercato di sradicare dalle rughe del nostro mondo, prima dalla Palestina a Babilonia, poi ancora dalla Palestina versò Sefarad (la Spagna) e Ashkenaz (la Germania), e poi da questi due luoghi di nuovo verso il mondo ottomano o verso le pianure polacche, galiziane, lituane, russe e anche più lontano, fino all’ultima tragedia alla quale molti di noi hanno ancora potuto assistere; ma una società che ha saputo resistere profondamente unita nella sua Legge e nella sua Tradizione, sopravvivere agli Haman e agli Hitler.

Sì, quando si appartiene a una società così strutturata, anche se si rischia di essere un “anacronismo sotto ogni punto di vista”, come si autodefinisce da bambino il protagonista di Shosha, anche se si studia in lingue “morte” come l’ebraico e l’aramaico, e si scrive in una lingua addirittura “negata” come lo yiddish, si può fare il romanzo, il Grande Romanzo, proprio perché, nonostante tutto, non si è provinciali, si vive contemporaneamente nel Nuovo e della Tradizione.

Agli inizi del 1998, negli Stati Uniti, è stato pubblicato l’ultimo dei suoi romanzi postumi — sono ormai diversi —: Shadows on the Hudson, che apparirà in Italia nel ’99. Romanzo sterminato, originariamente pubblicato in yiddish sul mitico Forward, o Forvertz, il quotidiano degli ashkenaziti di Manhattan. Vi apparve due volte a puntate tra il ’57 e il ’58, ma non era mai stato tradotto in americano né pubblicato in forma di libro. C’è da chiedersi come mai ciò sia successo, data l’eccezionale qualità del testo. L’ipotesi che si può fare è che fosse molto simile a un altro — fortunato ma successivo — romanzo di Singer, Nemici. Una storia d’amore, apparso nel 1972 , che ebbe un buon successo, e il suo inquieto protagonista, Herman Broder, con le sue tre donne, sembra un fratello gemello dello Hertz Grein di Shadows (con le sue tre donne). Un’altra motivazione ben più grave potrebbe essere la relativa vicinanza temporale con lo sterminio sistematico degli Ebrei, perpetrato dai Nazisti; troppo vicino l’orrore, troppo dolore per i morti e addirittura incapacità di racconto da parte dei sopravvissuti. Rimandava di anno in anno, di decennio in decennio, fatto sta che Ombre sull’Hudson non è mai stato scritto in americano dall’autore e pubblicato in volume. Questo è stato l’impegno sconfinato di editor, traduttori e case editrici, in Italia la Longanesi. Scrittore inarrestabile, infaticabile raccoglitore di materiali narrativi dai più alti ai più bassi, Singer non temeva di ripetersi. Se un testo gli sembrava non perfettamente riuscito, ne trasferiva i materiali in un altro. Chissà, forse Shadows gli pareva troppo pletorico con le sue oltre 500 pagine in corpo piccolissimo. O forse così sembrava ai suoi editori e curatori. Perché non trarne un altro romanzo, più snello, più commerciabile? Non sapremo mai se le cose siano andate così. Ma per fortuna l’originale è uscito dalle “ombre” dell’editoria e divenuto libro, regalandoci la sua folla di personaggi ebraici persi in altre “ombre”: della vita, delle illusioni, delle passioni, del dubbio. Le ombre più cupe sono quelle che si addensano sull’irresoluto Hertz Grein, ex studente di filosofia, ex insegnate di Talmùd Torah e attuale (1947) mediatore di borsa a Manhattan, oltre che ennesima trasfigurazione di I. B. Singer. Ha tre donne, appunto, e non sa scegliere. La sua profonda religiosità, ereditata dal padre, pio scriba di rotoli della Torah, si scontra con una carnalità che non trova pace. Anche per lui il Messia, come portatore di certezze e tranquillità, sembra non poter essere che la morte. Non a caso, forse, si chiama Hertz come lo Janovar di Moskat. Attorno a lui si muove una folla tumultuosa di personaggi — spiriti religiosi e menti laiche, razionalisti e spiritualisti, comunisti e anticomunisti, artisti e commercianti, peccatori e santi — e situazioni da lasciare senza fiato al pensiero che già negli anni Cinquanta il bagaglio narrativo di Singer fosse così ricco, persino debordante. Il dottor Margolin, per esempio, lo ritroviamo in almeno un suo racconto. In un altro ancora, intitolato proprio così, si ritrova la sensazionale “seduta spiritica” che fa da perno a uno dei molti rivoli narrativi del romanzo. E così via: signore supremo della narrazione, Singer afferma sempre con forza il diritto di proprietà sui materiali che usa. Sono suoi, li ha inventati o raccolti lui, può farne ciò che vuole. Forse anche per questo era così restio a una sistemazione critica dei suoi scritti, che infatti non esiste.

Poco prima del Premio Nobel, la casa editrice che pubblicava Singer in italiano aveva deciso di non tradurlo più. Vendeva troppo poco, impellevano altre esigenze di mercato: Sven Hassel, Heinz Konsalik… Gli affanni dell’editoria non cambiano mai. Non stava forse subendo una sorte analoga Shadows on the Hudson, tradotto in americano, pubblicato in forma di libro e quindi reso accessibile soltanto quarant’anni dopo la prima edizione in yiddish, a puntate?

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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