La famiglia Moskat del Nobel 1978, Isaac B. Singer

 

I fratelli scrittori Singer

Erano quattro fratelli, ma tre di loro-come dire- lo erano molto di più: Israel Joshua, Isaac Bashevis e Esther Kreitman, nati tra Varsavia-Lublino tra fine Ottocento e inizio Novecento, non solo ebrei, ma figli d’un rabbino chassidico autorevole, amatissimo dai suoi seguaci e ligio alle norme chassidiche, presidente di Beth Din. Tutti e tre, con più o meno successo, scrissero in yiddish, furono traduttori e giornalisti, capaci di rappresentare le immaginazioni più potenti, l’ironica mitologia e le parole emotivamente più abbaglianti della storia della letteratura ebraica. Infatti, raccontano quello che conoscono, quello che hanno ogni giorno sotto gli occhi: demoni, maghi e mulini a vento; famiglie e tradizione; un mare di matrimoni; il dualismo impossibile tra malinconia e futuro, ovvero tra desiderio d’integrarsi nella mondana modernità e l’identità delle radici. Costretti dalla guerra, obbligati dai genitori, spinti dalle proprie ambizioni emigrarono verso il Nuovo Mondo o nel Vecchio Continente occidentale, sostanzialmente salvandosi, ma persero nel terribile buio della Shoah l’altro fratello Moishe e la madre Batsheba.

Questa era la famiglia Singer perfettamente inserita nello shtetl di Biłgoraj, in Polonia, in cui i tre fratelli crebbero accumulando tutte quelle vicende di vita quotidiana autobiografiche – di religione, errore, sesso, lotta, discriminazione – ma al contempo universali, i personaggi che Marc Chagall faceva volare sui tetti e che alcuni decenni dopo popoleranno i loro bei romanzi.

In genere, se va alla grande, in una famiglia svetta un solo genio o tutt’al più qualche familiare ne segue le orme. Invece in questa famiglia i geni sono tre ed hanno tre nomi. Il celeberrimo, premio Nobel per la letteratura nel 1978, unico membro americano del National Institute of Arts and Letters a scrivere in una lingua che non sia l’inglese: Isaac Bashevis Singer. Il purtroppo meno popolare autore di Yoshe Kalb, de I fratelli Ashkenazi e anzitutto de La famiglia Karnowski: Israel Joshua Singer. Poi, la semisconosciuta “khassid in gonnella”: Hinde Ester Singer Kreytman (nota come Esther Kreitman).

Di Israel il primogenito sappiamo troppo poco. Ne parla con grande ammirazione il secondogenito, Isaac: moderno, coraggioso, inquieto, non credente e sionista. Fu lui ad affrontare l’incognita americana, anche se lo aspettavano compagni e ammiratori ed ebbe subito l’opportunità di scrivere, dapprima con grande successo, poi lentamente il grande pubblico si volse altrove. Morì nel 1944 a causa di un infarto, lasciandoci capolavori rimasti per anni al di fuori dei circuiti letterari. Isaac lo chiamava “il mio maestro” e anche se Israel, per ovvi motivi, non poté riportare lo sterminio, le sue parole gli sono sopravvissute per ricordarci un universo scomparso, col profetico, nei secoli a venire, tragico sogno di David Karnowski, d’essere considerato “tedesco tra i tedeschi” prima ancora che “ebreo tra gli ebrei”.

Isaac è sia lo shlemiel Gimpel, sia il macellatore Yoine Meir, sia i dybbuq “emblema di un mondo che non è possibile orientare”. Credente, seguace di Spinoza e Schopenhauer, fu un saggio sensibile che osserva, che suggerisce. La letteratura in Isaac è vita, testimonianza, resistenza all’odio, perché stare in silenzio durante e dopo Auschwitz significa non essere umani. Disse: «La cultura ebraica non è una sorta di erba selvatica che cresce per conto suo. È un giardino che si deve curare di continuo».

Invece Esther è la Yentl e la Debora dei racconti omonimi, una donna affamata di studio e di libertà. Malgrado fu la prima a cominciare a scrivere, i suoi lavori vennero pubblicati in coda ai trionfi fraterni. Epilettica, sofferente nel sapersi bistrattata dai genitori, afflitta da ricorrenti crolli nervosi, Esther “non riusciva a venire a patti con il mondo che la circondava”. Benché si fosse innamorata di un giovane intellettuale comunista, finì per acconsentire a un matrimonio combinato con un tagliatore di diamanti di Anversa, dal quale ebbe nel 1913 il figlio Morris. Le sue memorie, Debora, non solo vengono a completare il quadro familiare inciso dai fratelli nelle opere Alla corte di mio padre di Isaac e Da un mondo che non c’è più di Israel, bensì sono pure l’autobiografia più incisiva delle tre.

Da non molto ho recensito e riassunto per primo il romanzo La Famiglia Karnowski del primogenito Israel, così come avrei potuto recensire I fratelli Askenazi, innegabili capolavori, forse più conosciuto il secondo romanzo.

Avvicinarsi ora a Isaac Bashevis Singer sembra facile per la vastità della produzione di romanzi e racconti, ma proprio perché ha toccato tutti gli ambiti del suo mondo e della sua lunga vita, dalla Polonia a New York, è difficile scegliere un’opera sola che risulti perfettamente caratterizzante per idee, stile e argomento. Così ho scelto il romanzo La famiglia Moskat, letto diversi decenni fa, che mi lasciò un’impressione di grandezza e bellezza che non ho mai più voluto mettere alla prova con una rilettura a così grande distanza di tempo.



Jsaac Bashevis si racconta così: «Sono nato nella città di Radzymin, vicino a Varsavia, capitale della Polonia, il 14 luglio 1904. Mio padre, Pinchos Menachem Singer, era un rabbino, un uomo molto religioso. Mia madre, che si chiamava Betsabea, era figlia del rabbino di Bilgoray, paese non lontano da Lublino. Agli inizi del 1908, quando avevo tre anni, i miei genitori si trasferirono a Varsavia; mio padre esercitava la sua missione di rabbino in una strada di un quartiere poverissimo, che si chiamava via Krochmalna.» A Varsavia, Singer cresce accostandosi alla lettura, approfondendo i suoi studi, scegliendo lo yiddish per le sue prime prove di scrittura. Dal 1923, comincia a lavorare come traduttore e correttore di bozze e pubblica i primi racconti, firmandosi «Isaac Bashevis» per non essere confuso con suo fratello Israel Joshua, anch’egli scrittore e giornalista già affermato. Nel 1935, dopo aver pubblicato il suo primo romanzo (Satana a Goray), emigra negli Stati Uniti, a New York, dove il fratello Israel lo ha preceduto di qualche anno. La madre, la sorella e il fratello minore, rimasti in Polonia, vengono deportati dai nazisti e muoiono in un campo di concentramento. A New York, Singer, che si è sposato con Alma Wassermann, un’emigrata tedesca, lavora nella redazione del «Jewish Daily Forward», scrivendo sotto pseudonimo numerosi articoli e racconti. Nel 1950 s’impone sulla scena letteraria americana con il romanzo La famiglia Moskat, dedicato alla memoria dell’amato fratello Israel. È l’inizio di una stagione creativa che non conoscerà più soste, che sarà confortata da un crescente successo di critica e di pubblico e coronata, nel 1978, dal conferimento del Premio Nobel. Isaac Bashevis Singer muore nel 1991, a Miami, in Florida.

Il mondo descritto dai Singer è lo stesso del pittore amatissimo Marc Chagall, che a volte sembra dipingere quanto legge, e invece è un’ottica falsata: i figli del rabbino  e il fantasioso pittore russo appartengono allo stesso mondo di idee, di fatti, di tradizioni religiose e superstizioni ancestrali che ognuno di essi rappresenta a suo modo, ma sono sempre come la stessa immagine, distorta dal materiale in cui si riflette.

La famiglia Moskat – Isaac Bashevis Singer

Gli Ebrei sono un popolo che non riesce a dormire e non fa dormire gli altri.

Sono trattate le vicende di una famiglia patriarcale,  dall’inizio del secolo alle soglie della dissoluzione finale nel massacro nazista. La vera protagonista di questo romanzo, però, è la società ebraico-orientale, e in particolare quella di Varsavia, con la sua complessa cultura.
Le storie della decadenza parallela di una grande famiglia borghese e del suo mondo si tingono e si complicano delle particolarissime caratteristiche che una simile vicenda assume all’interno di una società “diversa”, che assiste al crollo della propria tradizione e della propria identità storica.

Pur nella lontananza geografica e storica, il ruolo della famiglia nella tradizione della cultura yiddish evoca l’importanza che questa istituzione riveste nella nostra civiltà e nelle culture mediterranee in genere. La famiglia Moskat, fatta di un capostipite, reb Meshulam, di tanti figli e altrettanti nipoti, si allarga con matrimoni successivi, separazioni, figli illegittimi e nuove unioni, si estende al di fuori della via Nalewka, cuore del ghetto ebraico di Varsavia, e accoglie tra malumori, liti e riconciliazioni nuovi personaggi e storie.

Per tre decenni, dagli ultimi scampoli di belle époque all’orlo dell’abisso che la inghiottirà nell’olocausto nazista, la genealogia di una benestante famiglia ebrea polacca apre uno spiraglio sulla ostjudentum, la vita delle comunità ashkenazite e ne racconta storia, tradizioni, costumi e cambiamenti in un affresco vivace e colorito, spigliato e nostalgico, venato da una profonda tristezza postuma e insieme di una inesauribile vitalità.

Il filone narrativo principale segue l’arrivo di uno studente di famiglia rabbinica, Asa Heshel Bannet, a Varsavia e il suo ingresso nella ricca famiglia Moskat tramite la conoscenza con Abram Shapiro, un viveur genero del patriarca Meshulam Moskat, e la sua storia d’amore, contrastata dalla famiglia, con una delle nipoti di Meshulam, Hadassah, dopo una fuga in Svizzera e un matrimonio infelice con Adele, figlia di primo letto di Rosa Frumetl, ultima moglie del capofamiglia.
Attorno a questa vicenda sentimentale si raccolgono le inquietudini, amorose ed esistenziali, dei vari rami della famiglia e delle famiglie imparentate o vicine, per esempio quella di Koppel, l’intrigante factotum e amministratore dei beni dei Moskat, sposato e con figli ma innamorato di una delle figlie del suo datore di lavoro.
La storia coinvolge in realtà i destini di tutta una cultura e di una lingua, quella yiddish, nel pieno dell’ondata di antisemitismo che dilaga dalla Germania nazista all’URSS di Stalin e travolge anche la Polonia, in precedenza accogliente verso il popolo eletto, con il contagio del nazionalismo e delle teorie del complotto plutogiudaico.

Singer è egli stesso erede e testimone vivente di questa tradizione così ricca e potente in tutti i campi dell’arte e della letteratura e ci lascia – non solo in questo romanzo – un ritratto estremamente fedele delle sue radici, essendo egli stesso scampato alla piena della shoah. L’autore condensa nella decadenza di questa famiglia un paradigma dell’intera realtà storica fatta di tradizioni, dell’ortodossia dei chassidim, di una morale rigidamente formale, del tradizionalismo delle mogli in parrucca e degli uomini con gabbano, barba luga e filatteri, e nello stesso tempo della spinta inarrestabile, esercitata dalla modernità, alla ribellione verso questo modo di vivere caparbiamente ancorato a una visione precettistica e rigorosa della morale.

Tutti, o quasi, i personaggi vivono in maniera dilemmatica questa opposizione tra un modo di vivere che rappresenta una certezza – una delle poche tra persecuzioni e vagabondaggi delle tribù d’Israele -, fatto di un attaccamento, persino alle sciagure, tale da vedere un pericolo anche nel sionismo nazionalista che spinge i giovani a cercare una vera patria e delle speranze per il futuro in Palestina, e le sirene della modernità nelle forme di un’omologazione che mira a confondersi coi gentili eliminando i segni esteriori dell’appartenenza etnica e religiosa, che costituiscono insieme un forte richiamo identitario e un altrettanto facile bersaglio.

La ricerca della normalità e il dolore della perdita attraversano le due generazioni centrali della famiglia Moskat: la prima, quella di Meshulam, non arriva a vedere i cambiamenti per limiti d’età e l’ultima, quella dei figli di Asa Heshel, non farà in tempo a vivere appieno la tradizione. Le due centrali, quelle di Abram Shapiro e Asa Heshel stesso, subiscono la tensione lacerante tra il peso dell’eredità ingombrante dell’Ebraismo yiddish, che pervade la vita fino al modo di vestirsi e di mangiare, e la voglia di praticare una via, anche individuale, alla felicità, ribellandosi a matrimoni combinati e riti ripetitivi e devoti.

In tutte le contrite e scoppiettanti storie che Singer – insignito nel 1978 del Nobel alla letteratura come cantore della civiltà yiddish – raccoglie nella ‘Famiglia Moskat‘ c’è il ritratto fedele e imparziale della vitalità di questo popolo, assuefatto a pogrom e diaspore ma sempre reattivo, pronto a lasciare la terra dei propri padri e a tornarvi poi per nostalgia: così fa Lia, una figlia di Meshulam, che va in America per sposarsi con Koppel, l’amministratore dei beni paterni, contro il volere di tutta la famiglia timorosa dell’opinione della gente. Lia, oramai emancipata cittadina yankee, torna in visita a Varsavia poco prima dello scoppio della guerra con la Germania del Terzo Reich con marito e figli e non riesce a resistere al richiamo ancestrale delle origini, anche quando ormai è chiaro cosa succederà di lì a poco con la crisi di Danzica. Anzi, quasi in una sorta di ‘cupio dissolvi‘, rimane a Varsavia fino quasi all’arrivo delle truppe naziste, mentre i bombardamenti riducono in macerie il quartiere del ghetto attorno alla via Krochmalna.

Il racconto si ferma qui, sulla soglia della cronaca, che sta per prendere i lugubri contorni della soluzione finale hitleriana, lo sterminio totale della razza ebraica, quando ormai è evidente che la fuga non è più possibile, con l’attonita consapevolezza che l’unica prospettiva messianica è la distruzione, che:

“La morte è il vero Messia, questa è la verità”.

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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