All’ombra del fratello minore: La famiglia Karnowsky di Israel Joshua Singer

                   “…volevamo essere ebrei in casa e uomini in strada, è arrivata la vita e ha messo tutto sottosopra: siamo goym in casa ed ebrei in strada”

La famiglia Karnowsky di Israel Joshua Singer

 

*******************************Nel 1978 il premio Nobel per la letteratura andò a Isaac Bashevis Singer e la lettura delle sue numerose opere in yiddish, la lingua degli ebrei stanziati in Polonia, ci aprì un mondo stupefacente di rabbini chassidici, con le loro famiglie osservanti, i fedeli che per qualunque contrasto si rivolgevano al loro rab, la povertà, la superstizione, tutti i rituali e le feste ebraiche, che accompagnavano questo mondo chiuso, dalla nascita alla morte. La famiglia Moskat, Il Mago di Lublino, Alla corte di mio padre, sono solo alcuni degli scritti di Singer che ebbero subito un successo mondiale. Ma in tutte le prefazioni e note biografiche, si parlava del geniale fratello, maggiore di 11 anni, prima pittore, poi scrittore di grosso calibro, illuminato e contestatore del tradizionalismo ancestrale del suo popolo e della sua famiglia. Si trattava di Israel Joshua Singer, che, precursore e modello in ogni ambito per il fratello minore, per la crudele beffa del destino fu messo in un cono d’ombra proprio dal successo letterario del fratello. Io feci in tempo a leggere in italiano I Fratelli Askenazi, degli altri scritti non ci fu traccia e ben presto anche quest’unico grande romanzo presente in Italia non fu più ristampato. A oltre settant’anni dall’uscita a New York in yiddish, poiché il testo in inglese apparve assai più tardi, finalmente, grazie alla casa editrice Adelphi, anche il pubblico italiano può conoscere l’opera intera e ovviamente un altro grande romanzo,“La Famiglia Karnowski”, una vasta opera in cui sono trattati l’antisemitismo europeo nelle sue diverse forme e sfumature e un’affascinante, drammatica rappresentazione di tre generazioni di Ebrei, che dalla natìa Polonia di fine Ottocento passano alla moderna Berlino della ingannevole integrazione e poi del nazismo, fino alla durissima New York della salvezza e dell’esilio, alla perenne ricerca di un equilibrio tra identità ed assimilazione.

“Dedico queste pagine alla memoria del mio defunto fratello, I.J. Singer…Egli era per me non soltanto il fratello maggiore, ma anche un padre spirituale e veramente un maestro di vita. Io guardo a lui come a un modello di grande spiritualità e di probità letteraria”. Con tali parole l’insigne autore polacco, naturalizzato statunitense, scrittore in lingua yiddish, Isaac Bashevis Singer (1902/1991), Premio Nobel per la letteratura 1978, dedicò il suo romanzo “La Famiglia Moskat” (1950) al fratello Israel Joshua, nato nel 1893 e morto d’infarto nel 1944 a cinquantun’anni.

La famiglia Singer era composta dai genitori, il Rabbino Pinchas Meindl Zinger e Basheva Zylberman,  figlia di un rabbino hassidico di Bilgoraj,  e da quattro figli: la primogenita, Esther, valente scrittrice, ma misconosciuta dall’ambiente tradizionale che la voleva sacrificata, in quanto donna, nelle sue aspirazioni culturali; seguivano tre maschi, Israel Joshua, Isaac Bashevis e Moshe, l’unico non scrittore, morto nel 1946.

Dopo i primi anni di vita e l’adolescenza passati nel quartiere popolare ebraico di Varsavia, nella strada diventata famosa per i fan di quest’autore, via Krochmalna, in una casa modesta dove il padre teneva anche il suo tribunale rabbinico, Israel, considerato a lungo il genio di famiglia, aveva lasciato quell’ambiente tradizionale ed abbracciato la Haskalah, l’Illuminismo ebraico. In patria aveva pure studiato pittura, ma ben presto sentì nascere in sé la vocazione letteraria. Nel 1918, suggestionato dalla rivoluzione bolscevica, si recò in Russia, dove aderì ad un gruppo di scrittori radicali yiddish, il Circolo di Kiev, e cominciò a pubblicare i primi racconti. Disgustato per il perdurante antisemitismo, che ingenuamente sperava fosse scomparso grazie alla nuova situazione politica, tre anni dopo ritornò a Varsavia, dove continuò la sua attività letteraria e iniziò a collaborare con “Forward”, il celebre quotidiano yiddish di New York, sulle cui colonne apparvero articoli assai critici verso l’Unione Sovietica, che gli valsero l’ostilità dell’ambiente comunista cui aveva in precedenza aderito. Decise allora di partire per gli USA, dove, alcuni anni dopo, arrivò il fratello minore Isaac il quale, a sua volta, iniziò a scrivere per Forward. Una meritata fama lo raggiunse e tanti anni dopo, l’illustre critico letterario statunitense Harold Bloom, in un’intervista del 2009, ha dichiarato che, tra i due fratelli Singer, il più dotato non è il Premio Nobel Isaac, ma il meno noto, al contemporaneo pubblico dei lettori, Israel Joshua.

Proprio all’indomani dell’uscita de “La Famiglia Karnowski”, Israel morì all’improvviso. Per le paradossali vicende dell’esistenza egli entrò nel dimenticatoio, parallelamente all’ascesa del fratello minore.

Il romanzo La famiglia Karnowshi è diviso in tre parti, ciascuna dedicata ad un personaggio della famiglia, colui intorno al quale ruota il racconto: David, Georg, Jegor.

L’inizio inquadra i Karnowski “della grande Polonia”, solvibili commercianti di legname, studiosi di Talmud e di altri sacri testi, ma anche di materie profane, quali la filosofia e la matematica, ed affamati lettori di libri in lingua tedesca. Sono personaggi liberi, ben consapevoli delle loro qualità, ai quali sta stretto l’ambiente religioso ed ultratradizionale dello “shtetl” di Melnitz. E infatti il polemico rampollo di casa, David, “raffinato purista della grammatica ebraica”, ben presto prende l’irrevocabile decisione di andarsene, con la giovane moglie Lea, da quel luogo di “selvaggi e bifolchi” verso la patria della ragione e dei lumi, la città che, fin da adolescente, lo aveva attratto in modo irresistibile, cioè Berlino. In questo personaggio ritroviamo diversi aspetti dell’ esperienza giovanile dell’autore. Nella nuova patria David si ambienta molto bene: parla un perfetto tedesco, ha successo nell’attività commerciale, diviene una figura di rilievo in città e, grazie alla sua cultura, stringe rapporti, anche istituzionali, con la migliore società ebraica, radicata nel Paese da molte generazioni. Nulla a che vedere con gl’immigrati dall’Est Europa, quelle persone che si ostinano a parlare yiddish e non sanno esprimersi in corretto tedesco. Al figlio vengono imposti due nomi: Moshe, il nome con il quale sarebbe stato chiamato, nel giorno del bar mitzvah, a leggere il testo sacro in sinagoga; e Georg, il nome tedesco, a ricordo di quello del nonno paterno Gershom, da usare nella vita quotidiana. Tutto questo in omaggio all’aurea massima, ribadita il giorno della circoncisione del piccolo: “Sii ebreo a casa tua, ma un uomo [cioè un tedesco, in nulla diverso dagli altri] quando ne esci”.

Se David ha trovato la sua strada, non si può dire altrettanto di Lea: si sente una straniera in un contesto tanto diverso da quello in cui è cresciuta, l’ambiente caldo, familiare di Melnitz, lasciato così a malincuore. Ella si consola parlando con il figlioletto nell’idioma di casa, chiamandolo col diminutivo di Moysele, anche se, ben presto, questi impara a correggerla stizzito: “Io non sono Moysele, sono Georg!”.

Ma soprattutto fonte di gioia per Lea sono le visite che ella compie, allorché gli affari spingono David lontano da casa, all’Emporio delle Occasioni di Solomon Burak, posto a poca distanza dallo Scheunenviertel, la zona abitata da ebrei galiziani e polacchi. Solomon, chiamato Shloymele dalla moglie Ita, è, a sua volta, un immigrato da Melnitz, abbandonata da giovanissimo, per fare il venditore ambulante nei paesini tedeschi, con un fagotto di mercanzia. Ma, al contrario di Karnowski, non ha affatto rinnegato le proprie origini; il negozietto dell’inizio sulla Linienstraße è stato rimpiazzato dall’enorme magazzino dove Burak concentra le ingenti quantità di merci che acquista a basso costo: articoli di fine serie, giacenze dopo fallimenti o incendi, tutto ciò che è a buon mercato. Ottiene credito dalla banche, in quanto operatore affidabile e la clientela è costituita per lo più da gentili, attratti dai prezzi convenienti, ma anche da quegli ebrei, residenti nel Paese da tanto tempo, i quali non gradiscono affatto che si rammenti loro, tra un acquisto e l’altro, da dove vengono. Il Sig. Burak da parte sua sa benissimo che i goym, in cuor loro, detestano tutti gli ebrei, indipendentemente dal numero di anni di residenza sul suolo tedesco, dalle apparenze, dal linguaggio forbito. Georg cresce secondo i desideri paterni; ma, nonostante l’impegno di David, i coetanei vedono in lui soprattutto l’ebreo, a cominciare da coloro che risiedono nello stesso palazzo, tutti “gentili”. Il ragazzo matura nel tempo una volontà di ferro e, dopo la prima giovinezza scioperata e un inizio inconcludente di studi filosofici, si iscrive alla Facoltà di Medicina, in parte per vocazione sincera, in parte per spirito di concorrenza verso la prima e forse unica passione amorosa della sua vita: Elsa Landau, affascinante dottoressa, figlia di un medico vegetariano convinto, un tipo bizzarro, di nome Fritz, ma di gran cuore e competenza, tutto dedito ai suoi pazienti del quartiere operaio di Neukölln; unico ebreo tra goym privi di pregiudizi e colmi di gratitudine per lui. Padre e figlia formano un duo affiatato, spesso in polemica, ma legati da profondo affetto. Anche la bella Elsa dalla lunga chioma rossa è attratta da Georg, ma è tutta concentrata dapprima sulle ricerche mediche, poi divorata dal demone dell’ambizione politica. Diventa ben presto deputata di sinistra al Reichstag, è inseguita dalla stampa e, per motivi opposti, dagli avversari politici conservatori, i quali non sopportano che una donna – giovane, di gradevole aspetto e per giunta ebrea- occupi un posto di riguardo. E, col passare del tempo, altri nemici, ben più pericolosi, cercheranno di insidiarla. Non c’è quindi posto, nella vita di lei, per un marito ed una famiglia.

Benché articolato secondo una linea maschile, il romanzo rivela pure stupende figure femminili; Elsa è tra queste, così come, per motivi diversi, Lea, simbolo della tenerezza ostinata.

Allorché scoppia il primo conflitto mondiale, Georg si arruola, come medico militare, sul fronte orientale e si batte con coraggio, come tanti ebrei, ai quali, negli anni successivi, la patria volgerà le spalle col più atroce dei tradimenti. I terribili ricordi dei campi di battaglia resteranno impressi nel giovane per sempre.

Il dopoguerra segna la rapida affermazione professionale del Dr. Karnowski,  divenuto, in pochi anni, il più famoso ginecologo di Berlino, direttore di una rinomata clinica sulla Kaiser Allee. In ospedale conosce una timida e sensibile infermiera, Teresa Holbek; attratto dalla sua dolcezza e dedizione, Georg incomincia a frequentarla con assiduità. Ciò porta non poco trambusto nelle rispettive famiglie d’origine: gli Holbek sono cristiani, con un’opinione negativa nei confronti degli Ebrei. David Karnowski, dal canto suo, è fuori di sé: per quanto integrato nella società tedesca, è per lui inconcepibile che il primogenito esca con una “shikse”, termine dispregiativo yiddish per “non ebrea”. Georg non intende ragione e sposa Teresa, rompendo i ponti col padre, non con la madre. Teresa è una specie di Lea in versione cristiana, la moglie tradizionale, che all’occorrenza sa essere forte e decisa.

Ma, sotto l’apparenza spumeggiante e spensierata della Repubblica di Weimar, cova un fuoco che porterà a tragiche conseguenze: la crisi postbellica del 1922/1924 e la tremenda inflazione dopo la chiusura degli stabilimenti della Ruhr; il fallito putsch nazista di Monaco del novembre 1923, conclusosi  con l’arresto di Adolf Hitler -che, in carcere, scrive il suo programma politico, il “Mein Kampf”-; l’uscita dalla prigione dopo soli nove mesi; la trionfale, irresistibile ascesa nel periodo successivo, delle camicie brune e del loro indiscusso capo. Senza contare l’altra, indimenticata, crisi finanziaria, quella del 1929. Tempi bui si preparano per gli Ebrei: in modo inesorabile, lento, ma non troppo, si moltiplicano le violenze e le aggressioni ai loro danni. Singer dipinge con colori foschi e con frasi efficacissime quel clima di “tensione indefinita…un misto di attesa, esaltazione, paura, quando gli uomini in stivali [i nazisti, è chiaro] s’impadronirono delle strade e delle piazze”.

Tanti, tra gli Ebrei, specie coloro che risiedono in Germania da secoli, cercano di non dare importanza a ciò che sta accadendo, ritengono o fanno finta di ritenere che queste agghiaccianti novità non riguardino loro, integrati da sempre nel tessuto sociale; ma l’angoscia e il terrore sono palpabili ovunque. Paradossi dell’esistenza, fa notare a David un anziano e coltissimo libraio, Efraim Walder, una delle poche persone residenti sulla Dragonerstraße, il luogo dove vivono in prevalenza gl’immigrati dall’Est, cui egli si degni di far visita: “…volevamo essere ebrei in casa e uomini in strada, è arrivata la vita e ha messo tutto sottosopra: siamo goym [lett.: gentili, cioè non ebrei] in casa ed ebrei in strada”.

A queste gravi preoccupazioni se ne aggiunge un’altra per Georg e Teresa, non meno dolorosa. Dal loro matrimonio è nato un figlio, chiamato Georg – Joachim dal nome del defunto nonno materno-, detto ben presto Jegor. Fin dalla più tenera età il ragazzo subisce l’influenza della famiglia della madre, in cui da una parte la nonna gli propina, forse quasi senza rendersene conto, i triti luoghi comuni dell’antigiudaismo cristiano; dall’altra, con rara perfidia, lo zio Hugo, fratello di Teresa, un debosciato fanatico di uniformi, marce e violenze, sostenitore dei nuovi padroni del Paese, gli fa un vero e proprio lavaggio del cervello, istillandogli odio antisemita, che porta Jegor, sensibilissimo e psicologicamente instabile come molti coetanei, a rifiutare la parte ebraica di sé, che tocca il culmine allorché egli viene denudato a forza su un podio, nel teatro della sua scuola, di fronte a tutti gli studenti, al corpo insegnante ed altre autorità, poiché il preside, l’ottuso Prof. Kirchenmeyer, decide di mostrarlo come modello vivente delle nuove teorie razziali,  espressione del “cattivo influsso della razza negro-semitica su quella nordica quando si uniscono”.  Jegor ne esce traumatizzato e con un odio irrefrenabile verso il padre e tutti gli Ebrei, unito ad un’attrazione fatale nei confronti degli uomini che marciano, marciano, tanto cari a suo zio.

Anche a causa di questa tragica situazione, per togliere i congiunti da quell’aria ammorbata che sta per ucciderli nell’anima e nel corpo, Georg si dà da fare per ottenere, per sé e i suoi, un visto di espatrio, finché ciò è possibile, per gli USA, nella speranza che, al di là dell’oceano, il figlio ritrovi se stesso.

La terza parte del libro, dedicata a Jegor, è la più avvincente, anche se sono pagine che grondano sofferenza. Giunti alla fine, ci si rende conto di quanto “La Famiglia Karnowski” sia un autentico romanzo di formazione, anzitutto per il lettore.

Inoltre non mancano notizie di carattere storico/politico a proposito della diffusione nel mondo della piovra nazista, che riusciva a raggiungere con i suoi tentacoli anche i Paesi democratici.

Così si scopre pian piano questo “viaggio di conversione” in America dei Karnowski, insolita, profonda “Teshuvah” (in ebraico, letteralmente, “Ritorno”), che tocca, secondo corde diverse, i membri della Famiglia, anche in un rapporto rinnovato proprio con quelle persone che, nella precedente esistenza di “laggiù”, erano state trattate con freddezza ed alterigia.

Ma è il giovanissimo Karnowski il perno della vicenda, con la sua condotta equivoca: approdato negli Stati Uniti, diventerà una sorta di delatore al soldo dei servizi segreti nazisti presenti oltre Atlantico. Dopo una discesa agl’inferi, che è quanto di più orribile ed inimmaginabile si possa concepire, trova il coraggio di riprendersi la propria umanità, sia pure a prezzo di un gesto estremo. Commoventi le pagine finali, quando padre e figlio  si ritrovano.

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

1 Comment

  1. catia

    18/03/2016 at 16:34

    Ancora una recensione attenta e trepidante di emozionanti incisi. Bellissima.

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