Il poeta che perse la testa due volte

dipinto di Andrea del Castagno

ritratto di Andrea del Castagno

Si tratta di Francesco Petrarca, uno dei “magnifici tre del Trecento”, di fatto grande ammiratore del mondo classico, antesignano del fenomeno dell’ Umanesimo, se pensiamo che il nutrito corpus delle sue opere in prosa e in rima è in latino, con l’eccezione del Canzoniere, il cui titolo per la verità è in latino, Rerum Vulgarium Fragmenta Francisci Petrarcae, poetae laureati. Nel Quattrocento, per l’abilità e varietà delle opere latine classicheggianti, fu di gran lunga anteposto dagli umanisti a Dante; nel secondo Cinquecento il suo Canzoniere era così noto e imitato in Italia e in Europa, da costituire una vera e propria moda diffusissima tra coloro che volevano poetare, il Petrarchismo. Fortunato in vita, fortunato post mortem; la sua fama, l’amore per Laura, i tormenti vani di un peccatore impenitente, la sua grande cultura classica, la stima, la protezione e il rispetto di grandi famiglie nobiliari, non sono impallidite quasi mai col passare dei secoli, fino al settimo centenario della sua nascita, che cadeva nel 2004.

Per onorare degnamente la memoria di un personaggio così straordinario, il mondo della cultura cominciò ad attivarsi dall’anno precedente con una miriade di progetti, tra i quali uno relativo alla rivisitazione della sua tomba e dei suoi resti umani, per sottoporli alle ultime applicazioni miracolistiche della Paleopatologia.

Intanto, ricordiamo che Francesco Petrarca, per sfuggire all’epidemia di peste che colpì Milano, si trasferì prima a Padova, e poi nel piccolo borgo di Arquà presso Padova, su invito dell’amico Francesco il Vecchio da Carrara. Qui trascorse serenamente gli ultimi anni della sua vita, fino alla morte avvenuta nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374. Le autorità incaricarono Bonaventura Badoer Peraga, frate dell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino, di comporre l’elogio funebre in memoria del poeta; le spoglie vennero sepolte nella chiesa parrocchiale di Arquà, per poi essere traslate sei anni dopo la morte in un’arca marmorea, per volere del genero Francescuolo da Brossano. Il monumento funebre, in marmo rosso di Verona, si ispira al modello dei sarcofaghi romani e alla classicheggiante tomba di Antenore a Padova.

Il sacello reca incisa l’iscrizione in lingua latina, dettata dal poeta stesso prima di morire:

“Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli o Vergine Madre, l’Anima sua e tu, figlio della Vergine, perdona. Possa essa stanca della terra, riposare nella rocca celeste.”

tomba

Qui, sul sagrato della chiesa di Santa Maria Assunta, Petrarca avrebbe dovuto riposare indisturbato per circa sette secoli,  e invece la tomba fu saccheggiata da un frate, Martinelli, nel 1630 e il processo si concluse attribuendo il furto di un braccio ad una colossale sbornia del religioso, una barzelletta poco credibile. La tomba fu aperta tre volte nell’Ottocento: il 24 maggio 1843 per un restauro finanziato da Carlo Leoni; il 10 luglio 1855 su ordine del Governo austriaco per rimettere nella bara delle ossa del poeta donate alla Serenissima; infine nel dicembre 1873 a cura dell’Accademia dei Concordi di Bovolenta per permettere al prof. Giovanni Canestrini di presiedere allo studio antropologico dei resti del Petrarca, che poi furono rinchiusi in una cassa d’abete. Durante la seconda guerra mondiale, allo scopo di salvaguardarla dai pericoli dei bombardamenti, la tomba fu nuovamente riaperta il 23 novembre 1944 e le ossa furono prelevate, riposte in una piccola cassa e trasportate al  sicuro a Venezia nel Palazzo Ducale. Finita  la guerra,  lo scheletro fu ricomposto nell’Istituto di Medicina legale dell’Università di Padova e ricollocato nell’arca il 26 giugno 1946 alla presenza delle autorità, fra cui il vescovo di Padova, Carlo Agostini, poi Patriarca di Venezia. Alcune foto, fatte in quell’occasione, mostrano esattamente il quadro che si presentò il 18 novembre del 2003 a chi aprì la tomba, l’equipe dello anatomopatologo professor Vito Terribile Wiel Marin, dell’università di Padova; Davide Caramella, direttore del Dipartimento di Biologia e Genetica dell’Università di Firenze, e una squadra di genetisti dell’Università di Tucson in Arizona.

Ed ecco esplodere il caso “teschio di Petrarca”: un teschio e una parte dello scheletro che, però, non si appartenevano. Lo scheletro era quello di  una persona alta, affetta da una grave forma di obesità, con ossatura forte e ancora recante i segni del forte calcio di cavallo che Petrarca aveva ricevuto nel 1350, a Bolsena, mentre si recava a Roma per il Giubileo. A questo proposito, il professor Terribile parla di calcio e segni alle costole; non sappiamo se si tratta di una svista o di qualcos’altro. Infatti, a questo proposito abbiamo la documentazione di prima mano: Petrarca in occasione del Giubileo del 1350 era partito da solo e sulla strada per Roma si fermò a Firenze, dove trascorse alcuni giorni tra dotti conversari, ospite di Giovanni Boccaccio. Una volta arrivato a Roma gli scrisse per raccontargli l’incidente che gli era capitato mentre era in viaggio, nei pressi di Bolsena. Il compagno che procedeva alla sua sinistra, un vecchio abate, aveva perso il controllo del suo cavallo che aveva sferrato un calcio così forte sul ginocchio di Petrarca da far temere una frattura delle ossa. Nonostante il fortissimo dolore, il poeta aveva voluto comunque proseguire per Viterbo e per Roma, ma, una volta arrivato in città, la brutta ferita trascurata lo aveva costretto a stare immobile per quindici giorni.  Non il costato, allora, ma il ginocchio sinistro era stato traumatizzato dal calcio del cavallo. Ad ogni modo, costole o ginocchio, lo scheletro appartiene all’atletico poeta, con l’età affetto da una grave obesità, che mascherava sotto abiti larghi e sontuosi. Invece da subito si capì che il teschio raccontava o taceva tutta un’altra storia: a ipotizzare che il cranio non fosse quello, marcato e dall’ossatura forte, del poeta, così come raffigurato nell’affresco della sua casa padovana, dietro al Duomo, era stata per prima l’antropologa Maria Antonia Capitanio: l’arcata sopraccigliare poco pronunciata e le ipofisi mastoideee avevano subito fatto pensare che la testa fosse di donna. E già allora anche il professor Davide Caramella, attraverso l’ analisi del Dna dei resti conservati nell’ arca sepolcrale di Arquà, aveva concluso che le spoglie di Francesco Petrarca non erano integre: «Ne siamo sicuri al cento per cento: il teschio non è il suo», aggiunse il paleontologo Vito Terribile Wiel Marin, responsabile della ricognizione.

Così inizia la storia misteriosa che si innesca sui ripetuti trafugamenti e spostamenti dei resti dell’ autore del Canzoniere registrati da quando il suo corpo fu deposto in quell’ arca nel 1380, sei anni dopo la morte. Un giallo che si arricchì, grazie all’ annuncio fatto dallo stesso professor Terribile di un nuovo elemento, fornito dall’ università di Tucson, in Arizona. Un frammento di pochi grammi di quel cranio “sospetto”, inviato oltreoceano ed esaminato con il metodo del radiocarbonio, consentì agli studiosi americani di accertare, senza ombra di dubbio, che si trattava di un teschio femminile databile tra il 1134 e il 1280, individuando nel 1207 l’ anno più probabile della morte.

In fondo non c’è da stupirsi del fatto che non poche tombe dei secoli lontani si trovino manomesse o, addirittura, prive di feretro o, con grande sorpresa dei ricognitori, là dove si sapeva della sepoltura singola, si scoprono non pochi altri resti, come proliferati dalle viscere della terra, come la tomba di Federico II.

Di sicuro gli studiosi non si aspettavano che il cranio femminile dovesse essere collocato temporalmente così indietro. L’ipotesi era che risalisse magari al ‘600. Qualcuno, quindi, che aveva facile accesso al sagrato della Chiesa di Santa Maria Assunta, avrebbe potuto, nel corso dei secoli, penetrare indisturbato in un ossario o gabinetto medico, prelevare un teschio femminile, che è facilmente riconoscibile, e inserirlo all’interno dell’arca, sottraendo quello originale.  Per tutta l’età medievale e moderna era piuttosto in voga tenere in casa un teschio, soprattutto per certe famiglie appartenenti a un livello socioculturale elevato. Porre sul caminetto, o in bella vista in una teca, un cimelio del genere equivaleva ad avere in casa un Leonardo, un Michelangelo, un Caravaggio o un Picasso originali  e durante il Seicento, poi, il gusto per il macabro si fece piuttosto forte.

Che fine ha fatto il teschio di Petrarca? Il poeta ha letteralmente “perso la testa”, e non per Laura questa volta.

Nel 2005 dalle dichiarazioni del professor Vito Terribile, si apprese che “da qualche giorno sono in possesso del calco in gesso dell’ autentico cranio del poeta del Canzoniere. Grazie a un lavoro di intelligence, abbiamo scoperto nei sotterranei dell’ università di Padova contenitori provenienti dall’ ex istituto di antropologia. Uno di questi custodiva il calco in gesso del vero teschio di Petrarca fatto eseguire nel 1873 dal professor Giovanni Canestrini”. La scoperta del calco, “in ottimo stato di conservazione” apre ora un capitolo nuovo in questa tormentata vicenda storico-scientifica.

All’inizio del 2015 improvvisamente è morto il prof. Terribile; e proprio dal calco in gesso verrebbe uno spiraglio di ipotesi, assolutamente indimostrabile, ma la storia si rivelerebbe molto meno misteriosa in questo caso: durante la ricognizione del 1873, il professore di anatomia dell’Università di Padova, Giovanni Canestrini, prese il teschio, forse per studiarlo, e nel manipolarlo gli si ruppe e quasi si sbriciolò tra le mani; chi era presente parlò di un fenomeno di sbriciolamento simile a quello della calce viva su cui si getti acqua. Canestrini lo ricompose, pare – e ne fece fare anche un calco di gesso-proprio quello di cui parlava Vito Terribile. Può darsi che allora sia avvenuta la sostituzione, per evitare polemiche.

In ogni caso, è un peccato capitale trascurare le sepolture degli uomini meritevoli di ricordo, salvo poi cercarne affannosamente le teste: per la cronaca, sono acefali anche gli scheletri di Shakespeare e di Leopardi, quindi Petrarca da questo punto di vista si trova in ottima compagnia.

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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