1833 – il Natale del lutto per Alessandro Manzoni

Anche a te una spada trafiggerà l’anima.

Queste parole risuonavano nella testa di Alessandro assordandolo; non gli davano pace.

Enrichetta era distesa sul letto, completamente cieca, senza più forze. Impiegava le ultime energie pregando e cercando di consolare chi le era vicino. Passava in rassegna i figli, li salutava uno ad uno, li accarezzava, faceva loro coraggio. Tutti tranne Matilde, la più piccola. “L’ho già donata a Dio” aveva detto. Non voleva che venisse al suo capezzale. Si sarebbe impressionata, la bambina, a vedere la madre ridotta in quello stato. Chiedeva se fosse arrivato il giorno di Natale; sentiva che sarebbe morta quel giorno. Enrichetta moriva da santa, pensava Alessandro. Moriva da santa.

E lui dannato davanti a lei, inginocchiato ai piedi del letto con la testa tra le mani. Immobile e freddo come pietra, con quelle parole che gli tuonavano nella testa.

Anche a te una spada trafiggerà l’anima.

Era la promessa fatta a Maria nel momento più felice della sua vita, la nascita di Gesù. E’ la promessa di dolore che Dio fa ad ognuno di noi.

Anche a te una spada trafiggerà l’anima.

Sua madre Giulia camminava su e giù per la stanza intonando sgarbatamente preghiere ad alta voce.

Salve Regina vita dulcedo et spes nostra salve ad te clamamus exules filii Hevae ad te suspiramus gementes et flentes in hac lacrimarum valle…

“Dammi la mano, Alessandro”.

Allungò la mano e la diede alla moglie che la strinse con tutte le forze che le erano rimaste. Non piangeva. Stava zitto. Immobile. Teneva la mano fragile di Enrichetta che era un fiore appassito troppo presto. Era raggelato nella rabbia e nel dolore, in quel dolore immane che provava nel domandarsi

Perché ?

Perché quel Dio buono, quel Dio padre permetteva tutto questo ? Perché gli portava via l’amore della sua vita ? Non riusciva a rendersi conto pienamente di quello che stava succedendo. Non riusciva a credere che la stava perdendo realmente. Cosa sarebbe stato di lui poi ? Cosa avrebbe fatto ?

Perché? si ripeteva.

Perché la sofferenza ? Perché il dolore ? Perché la morte ?

Eppure Dio non aveva risparmiato tutto ciò neanche a suo figlio. Anche lui aveva sofferto il dolore e la morte. Anche sua madre l’aveva visto morire tra atroci sofferenze.

Perché ?

Perché se Dio è buono e onnipotente ci fa soffrire? Perché se Dio è buono e onnipotente permette il male? Forse Dio è buono ma non è onnipotente? O forse Dio è onnipotente ma non è buono?O forse Dio non è né buono né onnipotente, e allora che senso ha pregarlo?

Allora si sentiva precipitare in un baratro. In un mistero troppo grande perché la mente umana possa penetrarlo. Si sentiva perduto di fronte a quella domanda come davanti all’infinito e all’eternità. Affogava, in quella domanda. Gli mancava il respiro.

La mano di Enrichetta allentò la presa sulla sua. E cadde sul materasso. Alessandro guardò la moglie. Tutta la sofferenza era scomparsa dal suo volto. Ora sembrava serena. Anche le rughe si erano sciolte e il suo volto sembrava fresco come quello di una ragazzina. Scoppiò finalmente a piangere; abbracciò il corpo di Enrichetta e mentre lo stringeva “No!” ripeteva gridando fra le lacrime, sciogliendosi in un lamento continuato.

 

 

Natale è tradizionalmente la festa della pace e della gioia. Ma può accadere che vi siano anni in cui proprio questo giorno scavi nell’anima un più acuto dolore, perché si avverte con maggiore evidenza, ad esempio, la mancanza di una persona cara. In alcuni casi la ferita fa così male che ingombra tutto il campo dei sentimenti e delle riflessioni: anche il Natale perciò sembra farsi oscuro o addirittura cupo, più che splendente di luce. Qualcosa di simile accadde a Manzoni: il giorno di Natale del 1833 morì Enrichetta Blondel, la donna che egli aveva sposato e che gli aveva dato numerosi figli, ma soprattutto la persona che con la sua spiritualità lo aveva riavvicinato al cattolicesimo e alla quale, dunque, egli riconosceva, pur con tutta la sua proverbiale riservatezza, una parte non secondaria nel cammino della sua conversione. Lo scrittore, esternamente impassibile e tranquillo, dovette, viceversa, subire una grave prova di fede in quella circostanza e ne abbiamo le tracce in due tentativi di stesura di un inno, intitolato appunto Il Natale del 1833. Proprio lui che, anni prima, aveva dedicato al Natale una lunga lirica, ancora letta oggi talvolta nelle scuole, una composizione tra le migliori dei pur non riuscitissimi Inni sacri, ora deve combattere con le parole che non si fissano sul foglio se non smozzicate, ora deve respingere espressioni che non combaciano con uno stato d’animo quasi piegato sotto il peso di una prova insostenibile. Ed è in fondo molto consolante assistere a questa lotta delle parole e della passione, una lotta così diffusa e così vicina all’esperienza di molti uomini, forse di tutti. L’inno si presenta tra le carte di Manzoni in due versioni: la prima, scritta di getto, del 1833, si compone di 17 ottave di settenari, la seconda, datata 14 marzo 1835, più breve, di sole 5 ottave. Ma quanti spazi vuoti in questi due disegni compositivi, quanto silenzio, che si può ben intuire colmo di pena e forse anche di angoscia. Non è davvero questo il Manzoni della riconquistata certezza della fede, e neppure il cantore della Provvidenza (aveva già concluso in quel periodo la seconda stesura del romanzo, la cosiddetta “ventisettana”), ma un uomo che si interroga sul nesso tra il Natale e il suo personale dolore e riesce a scorgere una risposta solo in un passo del Vangelo di Luca: «Tuam ipsius animam pertransivit gladius» (Anche a te una spada ha trafitto l’anima): non a caso le parole profetiche del vecchio Simeone a Maria sono poste a esergo del più tardo dei due tentativi poetici di Manzoni, in una sorta di identificazione tra il dolore di Maria e il proprio. Tra la prima e la seconda stesura sono passati sedici mesi di pena, tanto più acuta perché gelosamente nascosta: quante volte avrà ripreso in mano l’abbozzo del primo inno, la cui prima stanza è già indicativa della difficoltà a usare le parole:
Sì che tu sei terribile

Sì che tu sei pietoso

……………………………

In quella cuna ascoso

……………………………

……………………………

………..un decreto

In ogni tuo vagir.

E così avanti per altre 16 ottave, non di rado ancora più monche. La quinta, ad esempio:

Onnipotente!…………

…………………………

…………………………

…………………………

…………………………

…………………………

Ti vorrei dir: che festi?

Ti vorrei dir: perché?

E l’ultima è solo un sospiro, o un grido, o un pianto, non sappiamo:

Cara!………………….

…………………………

…………………………

…………………………

Qualcosa di più, o di meno, a seconda dei punti di vista, quello dottrinale e oggettivo da una parte, quello sentimentale e soggettivo dall’altra, ci dice la stesura più breve e più tarda:

1.

Sì che Tu sei terribile!

Sì che in quei lini ascoso,

in braccio a quella Vergine,

sovra quel sen pietoso,

come da sopra i turbini

regni, o Fanciul severo!

è fato il tuo pensiero,

è legge il tuo vagir.

Non può sfuggire il Tu maiuscolo del primo verso: questo bimbo è un re terribile, nascosto e severo, il cui pensiero è inappellabile, il cui pianto è legge. Solo il seno pietoso di Maria ricorda la grotta, ma allude anche al sepolcro.

2.

Vedi le nostre lagrime,

intendi i nostri gridi;

il voler nostro interroghi,

e a tuo voler decidi.

Mentre a stornar la folgore

trepido il prego ascende

sorda la folgor scende

dove tu vuoi ferir.

Che guerra qui tra due voleri che si fronteggiano, e mentre uno si fa preghiera che sale ad allontanare un pericolo, l’altro si abbatte come un fulmine pronto a colpire. E’ la lotta tra l’uomo e Dio o è anche l’emblema del Crocifisso?

3.

Ma tu pur nasci a piangere,

ma da quel cor ferito

sorgerà pure un gemito,

un prego inesaudito:

e questa tua fra gli uomini

unicamente amata, ………………………………… …………………………………

4.

Vezzi or ti fa,

ti supplica

suo pargolo, suo Dio,

ti stringe al cor, che attonito

va ripetendo: è mio!

Un dì con altro palpito,

un dì con altra fronte

ti seguirà sul monte

e ti vedrà morir.

5. Onnipotente!…………

…………………………

…………………………

…………………………

Cecidere manus (caddero le mani), ovvero qui il poeta tace per sempre: è una sconfitta oppure la vittoria di chi riconosce l’onnipotenza di Dio e l’adora? Non sappiamo. Ma certo, qui è rimasto ben poco della tenerezza del Natale, quella a cui discretamente s’abbandona anche il Vangelo, quella di san Francesco, e – perché no? – degli innumerevoli presepi che si sono succeduti nella storia della pietà cristiana, delle pastorali, delle nenie con cui si culla il Bambino Gesù.
Al termine di un anno in cui tanti cari sono mancati, tanti sconosciuti sono morti per terremoti e uragani e disgrazie, forse non è inutile, proprio a Natale, lasciarsi interrogare sul misterioso disegno che tutto regge e che si è manifestato nella dolcezza di un bambino piccolo, apparentemente inerme, ma sicuramente protetto dalle braccia materne.

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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