Terenzio e la suocera che tutti vorrebbero

 

 

 

“Finché suocera non vi separi” è il refrain che i novelli sposi si ripetono mentalmente, come un mantra che scacci la terribile evenienza, per la verità assai frequente. La sfasciafamiglie, la vipera con la dentiera, più letale del morso di un mocassino, e chi più ne ha più ne metta. Sono luoghi comuni e spesso sono realtà, ma da qui a definire così tutte le suocere del mondo, davvero ce ne corre. Spezziamo una lancia per questa figura che di per sé incute timore, leggendo quello che su una suocera – hecyra – scrisse Terenzio nel II secolo avanti Cristo, di una delicatezza e sensibilità moderne incredibili.

Publio Terenzio Afro visse a Roma nel II secolo a.C. protetto dai potenti Scipione Emiliano e Gaio Lelio, pienamente partecipe, anzi fedele espressione del circolo filellenico e della nuova cultura, umanitaria e universale che lì si coltivava. Era pur sempre un liberto e fu oggetto di invidia livorosa da parte dei detrattori dei suoi potenti amici, che, per bocca del vecchio poetastro Luscio Lanuvino, lo accusarono di essere solo il prestanome delle commedie, in realtà scritte dai suoi protettori; di avere con loro rapporti omosessuali; di aver usato la “contaminatio” per le sue commedie. Terenzio si difese come poté, ignorò la seconda accusa e, per quella di prestanome, sostenne che per lui era un onore godere dell’amicizia di uomini straordinari, tanto da esserne ritenuto il  portavoce. Si fermò di più sulla terza accusa: era regola indiscussa che il commediografo latino attingesse o traducesse totalmente da una commedia greca; Terenzio si rifaceva invece a due o più opere della Commedia Nuova greca, soprattutto di Menandro e Apollodoro, apportando notevoli variazioni e rispettando rigidamente l’ambientazione greca. Strano, dunque, che accusassero lui e lasciassero perdere Nevio e Plauto, che pure avevano usato la contaminatio. Per questo motivo i prologhi delle commedie, tranne la prima, l’ Andria, sono non informativi e riassuntivi della trama, ma didascalici e polemici. Non ebbe certo vita facile Terenzio, come autore delle sei commedie che ci sono giunte intere e con tutte le informazioni sulle relative rappresentazioni. Il guaio fu essere venuto dopo Plauto, che aveva dato al grossolano e volgare spettatore romano materia adatta a provocare grasse e frequenti risate. Terenzio invece metteva in scena situazioni borghesi, trame non indiavolate, persone con problemi e sentimenti reali, di cui operava un fine scavo psicologico. Ogni commedia trasmetteva un preciso messaggio etico sui rapporti interpersonali basati su stima e rispetto reciproco, sull’empatia che ogni uomo deve sentire per il prossimo, sull’educazione dei figli e sui rapporti tra questi e i genitori. Non c’era niente su cui sghignazzare, c’era invece molto su cui riflettere e da cui imparare, il che non era precisamente il motivo per cui la plebaglia si catapultava a teatro, tant’è vero che poi ne usciva velocemente se l’autore era Terenzio, preferendo spettacoli di gladiatori. Sei commedie in sei anni, quasi tutte con la stessa sorte, cioè era da considerare un successo se il pubblico non abbandonava il teatro. La seconda commedia, l’Hecyra-la suocera, fu vista per intero dal pubblico solo alla terza rappresentazione e solo perché l’attore beniamino Ambivio Turpione pregò il pubblico di stare a sentire fino alla fine.

Amareggiato e deluso, Terenzio si recò in Grecia dove trovò ben 38 testi di nuove commedie menandree, ma la nave su cui viaggiava fece naufragio e pare che lo scrittore ne morisse per il dolore di quell’immensa perdita. Ma sono notizie vaghe e riprese per dovere dall’autore della biografia terenziana, Svetonio. Qualunque ne fu la causa, Terenzio morì giovanissimo, a ventisei anni.

Hecyra – La suocera

Panfilo, innamorato della cortigiana Bacchide, sposa, per volere del padre, Filomena, che, tempo prima, senza sapere chi fosse, egli aveva violentato; ma i modi cortesi della moglie lo conquistano subito, facendogli dimenticare Bacchide. Sostrata, la madre del giovane Panfilo vive insieme ai due novelli sposi e cerca sempre di mettere a suo agio la nuora. Ma all’improvviso Filomena, mentre il marito è partito, abbandona il tetto coniugale e torna a vivere da sua madre, perché, essendo stata sedotta da uno sconosciuto ( che durante la colluttazione le aveva sfilato un anello), attende un bambino. Sostrata viene ingiustamente reputata responsabile della “fuga” di Filomena. Tornato Panfilo, egli capisce immediatamente che c’è qualcosa che non va, e, entrando con forza nella stanza della moglie, capisce il motivo della fuga, la donna è chiaramente incinta. Egli, inizialmente, decide di non dire niente a nessuno, così da non screditare il suo nome, ma, nello stesso tempo, non riesce a perdonare la moglie. Il padre di Panfilo, Lachete, però, conoscendo l’amore che il figlio aveva provato in passato per la giovane cortigiana Bacchide, teme che il figlio non perdoni Filomena per tornare a stare con la cortigiana,e, preso da un forte dubbio, decide di parlarne con Fidippo, il padre di Filomena. I due decidono così di interrogare la cortigiana in modo da capire come stanno realmente i fatti. Quale sarà la sorte dei due sposi? Riuscirà Bacchide a sedurre il giovane Panfilo come aveva fatto in passato? In realtà Terenzio sorprese il pubblico e la storia non si concluse come tutti pensavano. Bacchide, infatti, affermò davanti a tutti che l’amore con Panfilo si era concluso e giurò di non averlo mai più rivisto dopo il matrimonio. Infine Mirrina, madre di Filomena, riconobbe l’anello che la figlia perse quando fu violentata e Bacchide affermò che quell’anello le era stato regalato una notte dal giovane Panfilo, che, dopo essersi ubriacato ad una festa e aver violentato nella notte una donna, si era recato a casa della cortigiana. Panfilo era quindi il padre del bambino che Filomena aveva in grembo e i due tornarono così a vivere insieme. Come si può ben capire dal riassunto, i fatti sono semplici, le persone complicate per i segreti che mantengono chiusi in sé.  La commedia inizia in medias res, con un incipit che si collega alla parte finale dell’opera, cioè un dialogo tra Bacchide e una cortigiana più anziana, nel quale quest’ultima consiglia alla giovane di non affezionarsi ai clienti, ma, al contrario, di trattarli senza fare distinzioni e favoritismi, e, se è possibile, di sfruttarli per il suo interesse. Terenzio propone inoltre al pubblico una novità, riscontrata in tutti i personaggi: smantella gli stereotipi che avevano decretato l’immediata fortuna di Plauto. La commedia è statica come le altre, quanto alla trama, e sono presenti invece moltissimi dialoghi. I personaggi principali sono la cortigiana e la suocera e quest’ultima è una novità assoluta. A Sostrata è dovuto il nome dell’opera: è infatti la “suocera” di Filomena, moglie di Panfilo. Viene così descritta come un’anziana madre, talmente amorevole nei confronti del figlio, che è disposta a sacrificarsi per lui, sebbene sia considerata, pur esente da colpe, la causa dei problemi della nuora. Sostrata non usa assolutamente toni arcigni, anzi, ha un comportamento sempre equilibrato e composto, riconoscendo gli errori commessi dal figlio. Tra madre e figlio c’è un rapporto di complicità e di compartecipazione, infatti, la madre per chiamarlo usa frasi affettuose, come ” figlio mio”, ” Panfilo mio” o Panfilo caro”. Terenzio modifica anche la figura della cortigiana, mestiere molto diffuso  in quegli anni. Bacchide non è interessata al denaro, difende le ragioni dell’amore con Panfilo che, riempiendola di complimenti e di doni (fra i quali anche l’anello della moglie), le aveva colpito il cuore. Ma, proprio perché ama Panfilo, è felice di rinunciare a lui e di contribuire alla rappacificazione con la moglie, di cui il giovane è chiaramente innamorato.

Piuttosto sono tutti gli altri personaggi ad uscirne in parte mortificati: il vecchio Lachete è poco attento ai sentimenti del figlio prima e della moglie poi; obbliga il figlio ad un matrimonio combinato, secondo la classica tradizione borghese; con leggerezza accusa la moglie di essere la combina guai della famiglia, cedendo allo stereotipo della suocera senza cuore. I genitori di Filomena sono piuttosto opachi e poco incisivi; Panfilo appare come uno scavezzacollo viziato, a cui le cose vanno bene per l’impegno di altri, in questo caso per il generoso intervento dell’amante: ma è evidente che ha gravemente sbagliato e non ha né confessato né fatto nulla per ovviare al suo comportamento da ubriaco violentatore. Anche la vittima, Filomena, appare afasica, incapace di aprirsi con la sua famiglia e con quella del marito. Insomma, se c’è un messaggio educativo, sarebbe quello di comunicare, di fidarsi degli altri, della loro comprensione e del loro perdono. E di non fermarsi mai alla sola facciata, agli obsoleti stereotipi, tant’è vero che in questo dramma i migliori risultano quelli che sbrigativamente si considerano i peggiori: una puttana di mestiere e una vipera di suocera.

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