“Storia della bambina perduta”. Su Elena Ferrante e la completezza della Letteratura

caravaggio

Quarto ed ultimo capitolo della serie “L’Amica Geniale”, Elena Ferrante offre, ancora una volta, il piacere sublime di una lettura spiazzante, sincera e disarmante.

 

 

 

 

Con molte parole si può parlare di Letteratura. Ce ne riempiamo la bocca, di quelle parole colte e sofisticate, che si svuotano di significato nella vanità con cui le pronunciamo. Allora cos’è la letteratura? Quel sentimento profondo che nell’aprire un libro ti sconvolge per la facilità con cui entri nell’anima di un personaggio comune, nato dall’immaginazione di un’altra anima che non riusciva a trattenere il desiderio bramoso di raccontare la sua storia? Nel leggere per intero i quattro libri della serie L’amica Geniale, questa diventa una questione ineludibile.

Di Elena Ferrante hanno parlato in tanti, anche all’estero, sul New York Times nella famosa sezione del Sunday Review, sul New Yorker e, ancora, il suo nome è apparso tra le righe del The Guardian. Qualcuno si domanda chi sia, altri perdono tempo a discutere sul perché le si attribuisca identità maschile. E queste discussioni, così leggere, impalpabili, mi ricordano ogni volta le parole di Lila sulla stupidità dell’esistenza, tanto tempo sprecato a cercare un senso, quando non siamo altro che corpi inconsistenti, fatti di materia fluida che non ha logica o consistenza. Ma ancora di più, e su questo riflettevo paragonando la storia conclusiva della serie, Storia della Bambina Perduta (edito edizioni e/o, 2014), con le svariate recensioni che ne hanno fatto da sfondo, riflettevo sulla diversità di prospettiva. Per quale motivo realtà così diverse, così lontane, sono ugualmente tanto affascinate dalla scrittura di Ferrante? Qual è l’ingrediente magico che attira come una pozione d’amore chiunque posi gli occhi sulle sue parole? Perché Elena Ferrante parla di sé, o così mi piace credere, che Elena Greco sia l’autrice, che Lila sia reale. E lo deve essere, perché la Napoli che descrive è reale, il putridumine di idee sgangherate e patetiche che hanno costruito la nostra storia sono reali. Sono materia concreta.

E allora cos’è che affascina il New York Times, o il The Guardian? Cosa ne possono sapere loro, che vivono una realtà ordinata, di quello che succede qui? Io stessa non saprei definire la realtà di Napoli, se non attraverso la mia esperienza in un’isola dimenticata dallo Stato. Che ne sai della Storia Italiana, che ti rimescola la vita in quel turbine di insensatezza illogica, se non ci vivi dentro? Alla fine, però, quando ho sfogliato l’ultima pagina, con un dolore acuto che non riuscirei a trascrivere in parole sensate, ho capito. È il senso della letteratura, che ammalia in un incanto che appartiene a pochi. Chi se ne importa di trovare un volto concreto da mettere in copertina. Elena Ferrante, chiunque sia, ha miscelato degli ingredienti perfetti. Racconta della difficoltà di essere donna, madre, moglie, amante, dei sensi di colpa disgraziati che ti attanagliano qualunque cosa faccia, qualunque strada prenda, perché c’è sempre qualcuno che ti ricorda che sei donna, qualcuno che ci mette un’etichetta sopra. Racconta la caduta delle ideologie, anzi no, la delusione delle ideologie, che hanno abbandonato chi ci si aggrappava come all’ultimo pezzetto di speranza, lasciandoli in un vuoto disperato, oscuro, senza uscita.

Ma più di tutto, Ferrante racconta l’amicizia femminile. Non è facile descrivere un rapporto così complesso, intricato, incredibilmente profondo. L’irritazione nel riflesso che gli occhi dell’altra offrono di te. L’opprimente sensazione di non riuscire a diventare qualcos’altro, perché le radici di quell’amicizia ti costringono ad essere te stessa inesorabilmente. Pure l’affetto, senza tempo, senza domande, per chi con te ha condiviso vita e anima.

Lila e Lenù sono una metafora palpabile, materia concreta della nostra esistenza. Sono di tutti, ma forse nostre un po’ di più. E allora la cosa più sorprendente, o forse sconcertante, è che noi qui, sullo sfondo di un paese che insiste nel volersi suicidare, lasciamo che a trovare le parole sia qualcun altro, da un’altra parte del mondo, da un’altra prospettiva. Persino davanti ad un’opera così totale nella sua interezza, che andrebbe gridato al mondo, “Avete visto? Nonostante tutto, Elena Ferrante è roba nostra!”.

Nata a Cagliari non troppo tempo fa. Laureata in Lingue e Letterature Straniere. Fiera femminista, soffro di una malattia chiamata "DavidBowie-tite", e come il Duca Bianco mando segnali alla Torre di Controllo sulla terra. Per ora nessuno mi risponde...nell'attesa diffondo la parola della letteratura!

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