Homo sum

É grigio il tempo ma non piove, ed il rabbioso e spietato male ancora rimbomba nei dintorni. La mia testa è altrove, lontana da quest’uscio e da questo mondo che non sento mio e che crudelmente cerca di mettermi in ginocchio. Nel secondo dei tre gradini, davanti ad una casa nella quale sono stata sempre ospite, siedo sola e cupa, ma non piango, non mi abbasserò.

Mantova mi partorì ma non affondo qui le mie radici, vengo dal Mar Morto. Fin da piccola sono cresciuta sotto la protezione di un uomo di Suzzara, amico di famiglia, che ben presto divenne mio marito, nel 1930. Era un uomo di vasta cultura, il suo nome, Zaccaria, gli piaceva molto, a tal punto che appese nei pressi dell’entrata una targa: “Casa Zaccaria” invece di inserire, come i più, il cognome, forse per i rapporti ostili con il padre, al quale non si riavvicinò neppure nel giorno dell’estremo saluto. Era solito trovarmi dei soprannomi, all’inizio mi chiamava “stella”, poi “danno”, la cucina non era decisamente il mio mondo, ma con il passare del tempo smise, e quando gli ricordavo tali momenti si pronunciava con un borbottio, quasi infastidito.

Superati i primi anni “Zacchi” come lo chiamavo, mi riservava sempre meno attenzioni, ed iniziò a tornare a casa perennemente sdegnato dalla mia presenza. Vivevamo in disparte e, mi vergogno a dirlo, c’erano giorni in cui oltre a rimproverarmi per bazzecole iniziò a spingermi con forza. Da qui presero il via una serie di schiaffi e pugni; nei discorsi con un uomo anziano, che abitava a trenta passi da me, di nome Oreste, giustificavo i miei lividi con un una scontata: “Sono imbranata nelle faccende di casa, lo sa”. I giorni passavano veloci ed indolori, lavorando per la casa trovavo il modo di allontanare i pensieri, il vero problema erano le notti. Insonni e tormentate dalla paura di ritrovarmi sola e non poter più guardare in faccia colui che doveva essere “l’uomo della mia vita”.

homosum

Arrivai a sentirmi inadatta ed estranea, e crollò ai miei piedi ogni progetto costruito o solamente vagheggiato come lucenti e colorati mattoncini mal assemblati. Ma un giorno mi feci forza, entrai nello studio di Zaccaria alla ricerca di un qualcosa che potesse giustificare il repentino cambiamento di persona, oltre alle montagne di libri non trovai altro, e ciò mi demoralizzò ancor di più. Ci tornai per tre, poi quattro giorni e così via, ed iniziai a sfogliare qualche pagina, molte erano in Latino e non capivo un accidente, altre in un italiano un po’ strano forse antico, e cominciai a leggere. Iniziai l’Inferno dantesco, noto per fama anziché per mia effettiva conoscenza, e contemporaneamente assimilai il linguaggio, fino a comprendere con efficacia e velocità.

Ogni mattina, quando Zaccaria era a lavoro, aveva un piccolo negozio di alimentari che da molto non gli regalava gioie, mi recavo nello studio e mi preoccupavo di rimettere tutto in ordine mezz’ora prima che tornasse per il pranzo, non era mia intenzione infatti dargli modo di accanirsi per qualsivoglia ragione. Il libro mi destabilizzò fortemente, mi appropriai di un nuovo punto di vista e diedi il via ad una nuova vita, permeata da una forte autoconsapevolezza. Arrivò il giorno in cui risposi ai lamenti paranoici di mio marito beccandomi un calcio sulla gamba sinistra, all’altezza del ginocchio, che non mi scompose, ed un rimprovero quasi animalesco che però non mi abbatté, anzi mi arrecò una rabbia tale che capii di dover trovare una soluzione; pensai di chiedere aiuto ad Oreste, dal quale però non ottenni ciò che speravo ma tiepide frasi di calma che all’inizio non capii né accolsi, infatti non mi placai ed arrivai persino ad architettare un piano per ucciderlo, ma inevitabilmente abbandonai il tutto, non sarei stata capita o creduta, forse mi mancava proprio il coraggio di rendermi simile a loro, io sono e valgo altro, ciò che è “umano” non può essermi estraneo e nemico; mi sentii un indifeso ed impotente giunco in un mondo di violenti venti catabatici, un ebrea in un mondo di bestie prive di “humanitas” ed “άγραφοι νομόι”.

Un giorno tentai di rispondere ai petulanti sfoghi di Zaccaria dandogli uno schiaffo, il primo, ma le conseguenze furono ben peggiori, persi molto sangue dal sopracciglio destro sporcando di orrore le mattonelle gialle della cucina, piansi ma non mi vide, non avrei mai potuto dargli soddisfazione. Nel frattempo non smisi mai di leggere, avevo iniziato il Purgatorio soffermandomi sulla dolce figura di Catone che vagheggiai fortemente per la sicurezza di sé, ponendola al confronto con il burbero traghettatore infernale che man mano acquisiva sempre piú le sembianze di mio marito. Era un giorno di settembre del 1942 e Zaccaria scomparve senza un cenno, in precedenza intuii, da lettere scambiate con un certo Geremia, un suo probabile tentativo di fuggire dall’Italia, ma non posso dirlo con sicurezza. Morta la casa di Zaccaria, siedo ora sull’ uscio della mia abitazione che anch’ io però appresto a lasciare, sia per mia che per volontà altrui. É grigio il tempo ma non piove, e ben si identifica con il mio stato d’animo, attendo l’inevitabile destino, percepisco movimento ed urla nei dintorni e vedo l’approssimarsi della fine, o forse di un nuovo inizio lontano dagli scheletri di “Casa Zaccaria”.

Avevo appena terminato la lettura del Purgatorio e con testa alta, fiera, quasi noncurante, aspetto il loro arrivo, e non piango. Ormai li vedo in lontananza e saluto Oreste di ritorno a casa, gli sorrido e lui ricambia; ma immediatamente il mio pensiero rievoca i primi versi del Dante perduto nella selva, capisco dunque di aver vissuto anch’io quella situazione, e forse ora l’unico rimpianto è non aver aperto il Paradiso.

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