La perdita delle parole

Accadde un giorno che le parole fuggirono. La loro fuga fu discreta e silenziosa, se ne andarono in punta di piedi e senza causare trambusto, tanto che inizialmente nessuno credeva agli uomini (soprattutto giornalisti e scrittori) che se ne accorsero per primi e diedero l’allarme. Quando tutti si resero conto che era vero, le parole se n’erano andate, era troppo tardi per riportarle indietro.

Chissà perché avevano deciso di fuggire e tornare nella dimensione dalla quale, alle origini della storia, gli esseri umani le avevano pescate con un retino e le avevano trasformate in lettere e segni! Forse si sentivano sfruttate, o forse sottovalutate. Non riuscivano più a sopportare le storpiature sempre nuove che l’uomo attribuiva loro a causa della sua distrazione. Provate a pensare a quali terribili crisi d’identità viveva la parola camicia: quando veniva trasformata al plurale, tante volte invece di moltiplicarsi si ritrovava trasfigurata in una sopravveste da infermiere. Non si raccapezzava più neanche lei. Non parliamo poi dell’acca, così spesso omessa che finì per soffrire di complessi di inferiorità verso le altre lettere dell’alfabeto.

Fatto sta che, una volta sparite le parole, le persone cominciarono ad andare nel panico: non riuscivano più a comunicare, ad esprimere concetti e stati d’animo. All’inizio nacquero fraintendimenti e discordia a causa di incomprensioni verbali. A poco a poco la gente cominciò a parlare e a scrivere sempre meno, fino a che non ci fu il silenzio. Per la prima volta nella storia dell’uomo, un celebre modo di dire aveva preso le forme di un incubo reale: avevano tutti perso le parole.

Nel mondo però, ci fu chi prese la palla al balzo e convertì un avvenimento apocalittico in un’ottima occasione di guadagno: qualche furbo imprenditore si rimboccò le maniche e riuscì a recuperare tutte le parole perse leggendole dai libri. Il loro pensiero fu pressappoco questo: “la gente non riesce più a trasformare i propri pensieri in parole e quindi a tirarle fuori da dentro di sé: essi possono però portarle dall’esterno all’interno di loro stessi, questo sì. Se qualcuno offre loro il modo per comunicare ciò che pensano, pagheranno per poterlo fare”.

Quegli astuti uomini avevano ragione: la gente era disposta a spendere qualsiasi cifra pur di riacquistare la padronanza della parola. Nacquero così i primi spacci di parole, negozi dentro i quali la gente poteva comprare qualsiasi cosa che avesse a che fare con il linguaggio scritto e verbale: dizionari, libri, vocabolari, manuali di ogni tipo. C’era anche la possibilità di comprare frasi ad effetto personalizzate, aforismi incisivi e frasi dette da personaggi famosi (con il copyright, ovviamente: così nessuno avrebbe spacciato per proprio qualche celebre detto di Nietzsche o Jim Morrison). Questi, ovviamente, costavano un prezzo tanto alto quanto era la loro capacità di colpire l’interlocutore. Purtroppo, però, a causa di questo ci fu qualche scontro con gli acquirenti: i tedeschi, ad esempio, protestarono a lungo per il fatto che dovessero pagare una cifra proibitiva per pronunciare “ich bin ein Berliner”.

Alberto, un giovane ventenne innamorato, si presentò un luminoso mattino di sole nel più grande spaccio di parole della città dove abitava. Si avvicinò al bancone con aria decisa, tirò fuori un libretto degli assegni e, rivolgendosi al commesso, disse:

<<Voglio dichiarare i miei sentimenti ad una ragazza di cui sono innamorato. Mi servirebbe una frase speciale, ad effetto, che possa descrivere in pieno quello che provo nel suoi confronti. Non bado a spese, sparatemi la cifra che desiderate>>.

In un periodo di una così forte carestia di parole, comprare una frase romantica per una ragazza era la cosa più simile ad un anello di brillanti che esistesse. Forse colpiva anche di più, anche se, bisogna dirlo, le giovani donne non avevano smesso di fare le fusa davanti ad un meraviglioso (e costoso) solitario.

<<Certo>> rispose il commesso sorridendo al cliente <<Non è la prima volta che vendiamo frasi d’amore per chi desidera dichiararsi. Ne abbiamo di tutti i tipi: ci sono le classiche frasi da Baci Perugina, le poesie d’amore in rima e a verso libero, celebri aforismi di poeti innamorati. Lei è anche fortunato: siccome San Valentino è stato poco più di una settimana fa, tutte le dichiarazioni d’amore hanno il venti per cento di sconto>>.

<<Faccia Lei, mi fido. Però deve essere qualcosa di davvero speciale. Voglio che si addica perfettamente a quello che provo>>.

Il commesso allora afferrò diversi pesanti libroni e cominciò a mostrare poesie e lunghe frasi d’amore ad Alberto. Lui non era convinto e non si faceva problemi a dirlo: pagava e voleva davvero qualcosa che valesse.

<<No, no, no>> diceva <<Sono tutte sdolcinature, di quelle cose che ti fanno andare in iperglicemia. Vorrei qualcosa che sia solo mio, non copiare quello che ha già detto qualcun altro>>.

<<Sei esigente. Ma vedremo di accontentarti>>.

Rimasero più di un’ora e mezza a spulciare ogni frase possibile ed immaginabile, ma Alberto non trovava nulla che lo soddisfacesse. Quando cominciò a notare che il commesso era parecchio scocciato, rimise in tasca il libretto degli assegni, ringraziò e se ne andò.

Cercò in altri sette spacci di parole quello che voleva per dichiararsi alla sua bella, ma non trovò nulla che lo colpisse. Deluso ed amareggiato, allora, andò da Cecilia, la ragazza di cui era innamorato. Si salutarono e lui le disse:

<<Cecilia, io volevo regalarti delle parole uniche, originali e soprattutto sincere. Non volevo che dalla mia bocca uscissero delle frasi dette da qualcun altro: se ti fossero piaciute, ti saresti innamorata del loro autore, ma non avresti capito il mio sentimento. Non sono stato capace di trovare qualcosa che potesse aiutarmi a dire quello che provo, ma… sappi solo che è grande, così tanto che non ho trovato parole per poterlo descrivere. Ecco, questo è tutto>>.

Cecilia non parlò. Non ce n’era bisogno. Lo abbracciò e quella fu la risposta che Alberto aveva sempre desiderato: non servivano parole. Né frasi da Baci Perugina.

 

Ah, sì, dimenticavo. Un giorno le parole, nello stesso modo in cui se n’erano andate, tornarono. Forse ritenevano che gli uomini avessero imparato la lezione o forse tornavano da una vacanza che si erano prese per “staccare” un po’. Fatto sta che tutti ritornarono a trovare le parole senza doverle comprarle nei costosissimi spacci e questi, dopo qualche settimana, fallirono.

Nonostante tutto, però, c’è ancora chi si dimentica l’acca nel coniugare il verbo avere. Ora però questa lettera soffre meno di complessi di inferiorità: probabilmente le hanno trovato un bravo psicologo.

Originaria di un piccolo paesino della provincia di Venezia, proprio a confine con il Friuli Venezia Giulia. Attualmente abito a Verona, dove studio inglese e russo nella facoltà di Lingue e Culture per l'Editoria. Ho studiato per tredici anni pianoforte e da quattro suono il sassofono contralto in una Filarmonica. Ho cominciato a leggere da sola quando avevo appena cinque anni e da quando ho cominciato non ho mai smesso: uno dei pochi luoghi in cui mi sento sempre a casa è la biblioteca, di qualunque paese o città essa sia. Scrivere non è altro che un naturale prolungamento della mia passione per la letteratura.

10 Comments

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