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Scritto il 13 giugno, alle 09 : 15 AM
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Lasciando da parte ogni pregiudizio, il pensiero di Marx e il Marxismo sono capaci di leggere le problematiche economiche e sociali di quest'epoca, e di farci comprendere dov'è che si dirige il mondo.

Marx ed Engels, Borghesia e Proletariato, il mondo e le sue ingiustizie: il “Manifesto del partito comunista”.

Marx ed Engels, Borghesia e Proletariato, il mondo e le sue ingiustizie: il “Manifesto del partito comunista”.


Il Manifesto del partito comunista, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels, pubblicato a Londra nel 1848, è considerato unanimemente come uno dei più grandi scritti politici di tutti i tempi, ed il più influente del ventesimo secolo.

Delineare tutti gli argomenti non è facile, basta solo considerare almeno tre nuclei embrionali: diagnosi della Borghesia e il suo ruolo nella Storia; la teoria delle classi sociali e la rivoluzione proletaria; giudizio sul Socialismo.

Pur essendo un documento di battaglia politica, scritto con grande forza letteraria e trascinante eloquenza, nel Manifesto la Borghesia non viene condannata, anzi, per la sua grande influenza a livello globale, esaltata e celebrata. La differenza fondamentale tra la Pre-borghesia, che ha dominato nei secoli passati, e la Borghesia moderna è da individuare nei mezzi di produzione: mentre le classi pre-borghesi erano caratterizzate da un antico conservatorismo, la Borghesia non può esistere senza che si rivoluzionino di continuo i propri mezzi, e di conseguenza ogni rapporto sociale. Inoltre la Borghesia è riuscita a modificare la faccia del mondo, raggiungendo proporzioni che non hanno precedenti nella storia umana, realizzando per la prima volta una vera e propria unificazione del genere umano, un’umanità a sua immagine e somiglianza.

Il suo bisogno incessante per la merce ha spinto il mercato ad espandersi su tutto il globo. Migliorando velocemente gli strumenti di produzione, agevolando e unificando i mezzi di comunicazione, ha inglobato a sé, alla sua civiltà, anche le nazioni più barbare. Con la creazione di un mercato globale, la Borghesia ha reso cosmopolita la produzione di ogni nazione, annichilendo le industrie nazionali con una industrializzazione transnazionale, la cui proliferazione è stata decisiva per la sussistenza economica dei paesi: le materie prime non sono più quelle indigene ma provengono da svariate regioni, i cui prodotti vengono consumati non più da uno specifico paese, ma da quelli del globo intero. I vecchi bisogni vengono sostituiti da altri di natura molto diversa: se al loro soddisfacimento bastavano i beni locai, i nuovi bisogni esigono prodotti di paesi lontani. Il localismo nazionale, per il quale ogni paese bastava a sé stesso, è stato rimpiazzato da un traffico globale, attraverso cui i paesi dipendono l’uno dall’altro.

La Borghesia ha reso dipendenti non soltanto i popoli barbari e semi-barbari dal mondo civile, ma è riuscita ad assoggettare a sé anche il mondo contadino, la campagna a città enormi, strappando gran parte della popolazione alla vita rurale, estendendosi fino all’Oriente, riducendolo a protesi dell’Occidente. In un secolo circa, la Borghesia ha creato una forza produttiva come non si era mai vista in tutte le epoche precedenti.

Quando poi la ricchezza del materiale prodotto è così difficile da essere contenuta, le forze lavorative si ribellano ai moderni rapporti di produzione, ovvero ai rapporti di proprietà indispensabili alla Borghesia: la progressiva produzione di ricchezza condanna la maggioranza della popolazione ed un’esclusione sempre più forzata. Per distruggere la crisi la Borghesia attua l’eliminazione di una parte della produzione e cerca di appropriarsi dei nuovi mercati, ma così facendo prepara forme di crisi sempre più pervadenti, fino a quando non sopraggiunge su di essa la ritorsione totale dei suoi stessi mezzi, ovvero la rivoluzione proletaria, portandola ad un inesorabile declino.

Nella sua ascesa, secondo Marx, il Capitalismo annichilisce, assorbe a sé tutti i ceti intermedi, fino a quando, nello stadio più alto del suo sviluppo, staranno a fronteggiarsi solo due classi sociali: Borghesia e Proletariato.

Il Proletariato occupa un ruolo decisivo nel quadro di quella che lo stesso Marx definisce lotta di classe. Così come ha prodotto le armi che l’abbatteranno, la Borghesia ha anche arruolato gli uomini che utilizzeranno tali armi, ovvero gli operai. Costretti a vendersi al minuto, vengono ridotti alla stregua di ogni merce, esposti ad ogni assalto della concorrenza. Con l’estendersi dell’uso delle macchine e del loro perfezionamento, l’operaio perde ogni importanza, diviene una semplice attrattiva, un mero accessorio che ripete un’azione elementare e costante, facile d’apprendere. Inoltre, meno il lavoro manuale esige abilità ed estro, più aumenta la domanda di forza-lavoro, in modo particolare donne e bambini. In questo modo si intensifica la concorrenza e con essa la sfruttamento, mentre tutto giova ai rapporti di produzione, senza contare la dura e brutale disciplina militare con la quale gli operai vengono ammassati in fabbrica: l’asservimento dell’operaio non soltanto al borghese di turno, ma a una serie di controlli punitivi, alle autorità di sotto-ufficiali e ufficiali, ogni giorno e ogni ora alla macchina, al sorvegliante, al singolo padrone di fabbrica, fino alla più totale alienazione dalla società civile.

Il punto nevralgico dell’opera e della teoria marxiana sta in questo: l’operaio moderno non si eleva al moderno industrialismo ma cade sempre più in basso, mentre la fame e la povertà, il pauperismo, si sviluppano ancor più rapidamente di ogni ricchezza, fino a quando è l’operaio stesso a diventare il povero, in una società nella quale i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Il Manifesto del partito comunista, ed in modo particolare l’opera di Marx, possono arrogarsi il diritto all’attualità, coi tempi nefasti che corrono. Anche se gli altri, ancora una volta, non capiranno.

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Commenti

Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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