“Cigni selvatici” di Jung Chang

Alle volte dopo aver letto un libro lo si vorrebbe incasellare, racchiudere in un cantuccio con un’etichetta, sistemarlo in un luogo da cui ripescarlo poi all’occorrenza. Non mi riferisco alle citazioni estrapolate dal contesto, quelle frasi prese in prestito che poi si usano senza parsimonia, non è per questo che mi piace dare un posto ai libri. Voglio sapere sotto quale rubrica della mia testa li ho conservati per potermene riappropriare quando voglio, per farmi accarezzare dalle immagini, dalle parole, dai luoghi e i personaggi, che chiamo a raccolta come vecchi amici se mi va. Per questo, credo, raramente ricordo bene i libri che non mi sono piaciuti, come non volessi permettergli di rubarmi spazio, di stare in un luogo che non gli compete. Con “Cigni selvatici” il problema invece è tutt’altro: come potrò sistemarlo e non perderlo? Non è un libro infatti, ma un viaggio, un percorso lungo e denso, doloroso e pieno, racconta alcune cose ma anche tutto, è un’autobiografia che racconta l’autrice attraverso la storia d’un intera, gigantesca, nazione.

L’autrice Jung Chang, classe 1952, è nata nella provincia del Sichuan, a Yibin. In questo suo superbo tomo racconta la storia della sua famiglia e della Cina, focalizzando l’attenzione su tre donne: se stessa, sua madre e la nonna materna. La nonna concubina di un signore della guerra, per costrizione del padre che ambiva ad una florida carriera politica, sposa poi di un medico la cui famiglia osteggia il matrimonio visto il persistere dei retaggi culturali; la figlia di quella relazione, madre di Jung Chang, che lotta con le forze comuniste finché queste non lottano contro la sua famiglia, il cui marito mette sempre al primo posto il Partito che non ricambierà la sua dedizione; Jung Chang la cui indole desiderosa di sapere cozza con l’idolatria verso il presidente Mao, la cui educazione frenerà per anni la libertà di pensiero, prima studentessa Cinese a conseguire un dottorato a York, dove vive dal 1978. La storia di queste donne comincia nel 1909, anno in cui nasce la nonna, la Cina è governata dai signori della guerra, si susseguono il Kuomintang e i giapponesi, poi di nuovo il Kuomintang. I comunisti, alleatisi inizialmente proprio con il Kuomintang prendono infine il potere, rappresentando una spaccatura rispetto ad un  passato fatto di corruzione e soprusi. Il comunismo però, portatore di ideologie egualitarie si trasforma ben presto in una terribile e capricciosa dittatura.

Tante sono le tracce da seguire leggendo questa epopea familiare, tanti i piani su cui si muove l’autrice. Storie di vita, di legami di sangue, di una terra deturpata delle bellezze dell’arte ma anche di privata di erba e fiori, considerati retaggi borghesi. Anche l’amore allora si inchina e cede a più grandi ideali, poco importa se la donna che si ama rischia di morire per via d’un aborto. Impadronirsi dei mezzi di comunicazione consente la circolazione delle bugie, non solo tra chi non c’era ma anche tra chi ha visto persone morire e dovrebbe capirne il perché. La grande carestia in cui primi fra tutti perirono i contadini infatti resta nei loro ricordi un episodio provocato dai capitalisti, temibili nemici di classe, proprietari tuttalpiù di qualche misero orticello. Proprio in questo la dittatura fu grande: diede sempre al popolo un nemico da combattere, fece d’ogni cinese la guardia morale del proprio vicino.

Abbondante di descrizioni è spesso straziante, non sono state poche le lacrime che ho versato durante la lettura. Eppure mi è nato dentro un desiderio profondissimo di andare a vederla questa grande e strana Cina, la potenza economica meno occidentale di tutte. Pensare a quanto siamo stati fortunati a nascere qui e adesso può sembrare davvero banale, e tuttavia che cosa straordinaria è la libertà di dire, pensare e scrivere anche cose banali come questa.