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Articolo di Ilaria Puglia
Scritto il 7 luglio, alle 11 : 03 AM
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Quando le donne scrivono col sangue. E non hanno le mestruazioni.
C’era talmente tanto sangue e viscere e fegato in quello che le donne scrivevano, che ci si poteva chiedere se le donne scrittrici facessero qualche altra cosa oltre che avere le mestruazioni e arrabbiarsi”. Così scriveva Erica Jong, nel suo “Cosa vogliono le donne” (Bompiani, 1999).
Capita spesso, in effetti, che una donna, quando scrive, sembri talmente piena di rabbia, sangue e ossa da sentirsi dire “saranno gli ormoni”, oppure “avrà le sue cose” oppure ancora – la peggiore – “si dovrebbe sfogare di più”. È che alle donne scrittrici non si perdona di donare emozioni e, all’occasione, ritirarle anche dal mercato, di distruggere sogni svelando la banalità dell’ovvio, di scarnificare la realtà mostrandone tutte le bruttezze, in modo quasi dissacrante. Alle donne scrittrici non si perdona l’ironia, neppure quando è rivolta verso se stesse. Si tende a voler imbrigliare in un burqa il velo di intelligenza che può trasparire dalle loro parole. È un po’ come quando si fa finta di non vedere ciò che non si vuole vedere o si rifiuta ciò che non si può comprendere.
Perché la verità è che, se sei donna, e soprattutto mamma, devi essere buona, candida, soffice, morbida e duttile come la Madonna. O come la panna. Bianca, non rosso sangue. Devi essere portatrice sana di buonismo e moralità, scandalizzarti se si parla di sesso o di fronte ad un discorso cinico, non puoi sorriderne. Devi essere garante della tranquillità dei maschi, rassicurarli sulla loro superiorità, sulla loro supremazia, quella che troppo spesso sembra essere minacciata dalle donne. Non importa se i ruoli chiave, poi, sono quasi sempre occupati da uomini, se per annullare le donne con classe e signorilità gli uomini abbiano fatto ricorso alle quote rosa. Se sei donna, devi partorire con dolore e sopportare la sofferenza, mettere il piatto a tavola ed accudire i tuoi figli (la calzetta, no, non ci chiedono più di farla… forse) e non lamentarti, anche se lavori.
E la colpa non è solo degli uomini, ma anche di tante donne: alcune, se non sono madonne pellegrine, non sanno quasi che farsene della propria vita. Come se non trovassero un posto né una collocazione. E allora sono sceme. E una donna scema la perdoni tre volte meno dell’uomo scemo, perché dalla donna ti aspetti sempre di più.
Insomma, le donne scrittrici. Sì, donna, va pure bene che tu scriva. Se veramente sai farlo, però, sennò scrivi perché ti scopi qualcuno, è indubbio (e forse te lo scopi anche se sai scrivere). Ma non sognarti di provare a distruggere il sogno tutto italiano del maschio. Se lo fai, diventi un ingranaggio marcio, una scheggia che rovina il motore del mondo.
E di motori, si sa, si intendono soprattutto gli uomini.
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A cinque anni sa già dattilografare. Scrive per Il Mattino (nella rubrica “In tribuna”) e per il Napolista (ilnapolista.it) (nella rubrica “’O cor int’e cazette”). Precaria da sempre, detesta le feste comandate come le imposizioni tutte. Pasionaria tifosa azzurra, ha scritto un libro in coppia col giornalista sportivo Mimmo Carratelli, un saggio dal titolo “I Piccolomini d’Aragona duchi di Amalfi 1461-1610). Storia di un patrimonio nobiliare” e diversi articoli in saggi e riviste, tutti in ambito di Storia Economica. Napolista e mamma, abbatte pilastri in un blog che si chiama come lei (ilariapuglia.wordpress.com).
Impulsiva, aggressiva e permalosa, è ossessionata dalla possibilità, nella vita, di lasciare un segno. Non le interessa altro che scrivere, respira grazie a questo.
Ilaria Puglia ha pubblicato nel 2005 'I Piccolomini d’Aragona duchi di Amalfi 1461-1610). Storia di un patrimonio nobiliare', per Editoriale Scientifica, e nel 2011, in coppia col giornalista sportivo Mimmo Carratelli, “Oj vita mia. L’Europa e la magica stagione azzurra”', Edizioni Cento Autori, 180 pagg. € 10,20.

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Ilaria Puglia



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