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Scritto il 15 luglio, alle 17 : 28 PM
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Quel che resta di una vita agli sgoccioli: antichi soprannomi, fotografie. E un legame indissolubile.

Paperi e dinosauri

Paperi e dinosauri

Mio padre, stamattina, prima che partissi da Fiumicino per raggiungerlo, mi ha mandato un sms. CIAO PENNUTO, QUANDO ARRIVI A PUNTA RAISI FAI UNO SQUILLO.

Ero sulla navetta e, seduto al mio posto sull’aereo ancora me lo guardavo, senza sapere cosa rispondere. Poi la hostess aveva preso a marciare verso di me, lo chignon come una bandiera pirata e il tacco d’assalto che affondava in silenzio sulla moquette sbiadita.

Lo guardo, sta provando a farsi la barba davanti al lavandino, con mia madre che gli tiene uno specchietto quando ha bisogno di sedersi.

Alla fine ce la farà, un po’ in piedi un po’ seduto, tirando la pelle tra indice e pollice per non tagliarsi.

Le spalle sono diventate troppo strette per il testone, e il testone sembra troppo pesante per il collo. La pancia è sparita e i polsi hanno la stessa circonferenza delle mie caviglie. Assomiglia a uno pterodattilo.

 

Mia madre lo aiuta a cambiarsi il pigiama e finalmente riesco a vedergli le ali.

Me l’aveva detto già al telefono, prima ancora che partissi per raggiungerlo, che gli erano rivenute fuori: “Come quando ero ragazzo, te lo immagini?”.

Con i suoi due fratelli si prendevano in giro, per quelle scapole che si affacciavano appuntite dalla schiena da quanto erano magri e che da qualche mese grazie a un carcinoma sono riapparse.

Mi accorgo che ha i peli e i nei sempre al solito posto, come li ricordavo, stessa forma  e colore. Non so perché, ma mi consola. Sono costellazioni, formule marziane stampate sulla pelle che mi dicono che ce la farà, perché l’astronave è ripartita ma per fortuna l’hanno lasciato a terra. Il suo corpo nudo sembra un ramo dimenticato fuori a marcire e ci prende tutti a schiaffi.

Prima dell’intervento aveva guardato mia sorella e le aveva detto che se ne voleva tornare a casa, che anche se era quasi in blocco intestinale, sì, preferiva così, morire in mezzo alla merda. Adesso può godersi lo spettacolo in poltronissima, perché gli esce da un buco speciale che gli hanno fatto sulla pancia, e va a finire in un sacchetto che con disprezzo chiama “la sportina delle oblazioni”.

 

Adesso se ne sta sbarbato e supino sul letto di mia sorella, sempre lo stesso dal 1990, laccato di bianco e di rosa. I venticinque chili persi gli hanno fatto belle le mani, belle come quelle dei morti.

Sulla parete accanto al letto Howard dei Take That mi fissa. Ha le treccine e addosso solo un paio di mutande. Anche lui sta attaccato lì dal 1990. Ha ancora la coccardina dorata che mia sorella gli aveva attaccato sul pacco.

Mio padre convalescente è difficile da gestire, perché in questo momento parla poco. Io parlo poco già di mio, e in questa circostanza ancora meno.

Anche mio nonno, suo padre, parlava pochissimo: quando mia nonna lo presentò ai suoi, dopo un po’ che se ne stavano tutti lì seduti, le chiesero se fosse sordomuto.

Quando in tavola gli mancava una posata non diceva niente; la guardava, immobile, perché era lei che doveva arrivarci da sola, che doveva capire.

Io mi siedo, poi mi alzo, mi appoggio alla cyclette, leggo la composizione dei microclismi, sposto i libri sulla scrivania, bianca e rosa anche quella, e poi finalmente mi viene da fare pipì e mi posso imbucare in bagno, sentire un suo colpo di tosse mentre tiro l’acqua, lavarmi le mani sicuro che abbia già chiuso gli occhi, sicuro di avere l’alibi per passare davanti alla camera, buttare un occhio e tirare dritto in silenzio, non sia mai si svegliasse.

Mio padre da piccolo mi chiamava Piccolo Zar, per distinguermi da Zar, il cane zoppo dei miei nonni. Io non ero zoppo, ma quando camminavo, invece di fare tap-tap sul pavimento come tutti gli altri, facevo tap-tutùp tap-tutùp.

Lui magari se ne stava a farsi i cavoli suoi con mia madre e a un certo punto, sul più bello, sentivano dal corridoio: tap-tutùp tap-tutùp.

Ecco, arriva Piccolo Zar. Fine della festa.

Mio padre ha sempre avuto la passione degli animali e delle armi. Lo chiamavano Assisi, perché con gli animali ci parlava. Non era curioso il fatto che ci parlasse ma che questi lo capissero.

Da bambino le sparatorie se le sognava anche la notte. Si agitava sudato sul letto gridando nel sonno: “Altolà, Carabinieri”. I suoi fratelli entravano in camera a indice spianato, si avvicinavano al suo letto e ratatatatatatatatan. Lui, sempre dormendo, ballava un po’ sul materasso e, una volta morto, non aveva più  incubi.

 

Mia madre, seduta in salotto, guarda il pesce combattente dentro la sua boccia che da stamattina galleggia morto su un fianco. “Intanto lascialo,” ha detto “poi vediamo”. Le chiedo delle foto di quando ero piccolo.

Le voglio passare allo scanner, per far scatenare i miei amici con i “mi piace” e gustarmi i commenti di mia sorella, anche se nessuno sa che è mia sorella, perché usa un nome falso e come avatar ha la foto di Jeff Buckley.

Vorrei quella scattata a Taormina, mentre spingo il mio passeggino a ombrello sulle pietre. Quando mi si bloccavano le ruote urlavo e non la smettevo fino a quando non riprendevano a girare. Il passeggino è a strisce verticali bianche e blu. Seduto al mio posto avevo messo un secchiello da mare pieno di sassi.

Poi quell’altra, sempre a Taormina, dove sto seduto su uno scalino, con le scarpe con gli occhielli e una Barbie stretta al petto, nuda e con le braccia rivolte verso l’alto: ha i capelli gialli legati in una coda che pare un ciuffo di stoppa, perché non è originale ma un’imitazione di qualità scadente.

Mio padre me la lanciava contro come un boomerang senza retromarcia; se era estate sulle gambe mi rimanevano i segni.

E poi c’è quella con mia nonna. Io sono in piedi su una sedia e lei mi tiene da dietro, davanti a un calcio-balilla piazzato sul balcone della cucina. Fissa l’obiettivo seria, io a bocca aperta. La foto è in bianco e nero, e lei ha i capelli neri come la montatura dei suoi occhiali.

In quella cucina mi piaceva far girare i rulli strizzapanni della sua lavatrice, macchiati di azzurro.

Quando i miei andavano fuori la sera, mi imboccava le stelline in brodo, con il parmigiano che si raggrumava e filava dalla punta del cucchiaio. Il vapore le appannava le lenti e intanto mi raccontava le storie di Giufà. Ho chiesto a mio padre se di quelle storie se ne ricordava almeno una e mi ha risposto che su Youtube c’è Ascanio Celestini che le racconta.

“Sì,” gli faccio io, “ma me le ricordavo più belle”.

“Perché quelle di tua nonna erano tutte inventate”.

 

 

Mia madre comincia a cercarmi le foto e va a finire che si ferma a guardare quelle che vuole lei. Rileggo il messaggio di stamattina. CIAO PENNUTO.

Clicco su “rispondi” e scrivo: QUACK.

Accanto a QUACK ci piazzo un bel punto esclamativo, come si usa fare a Paperopoli.

Poi clicco su “invio” e rimango ad aspettare.

 

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Federico Falcone


Mi chiamo Federico Falcone nasco a Palermo, cresco a Baarìa, quella vera non quella ricostruita in Tunisia, e negli anni vado a vivere in altre due città che cominciano per P. Lavoro come addetto alle vendite per un grosso marchio di abbigliamento maschile. Ho cominciato a scrivere l'altroieri o giù di lì, per provare a guarire dall'onicofagia, e perché incoraggiato da un amico a cui piaceva come gli raccontavo per iscritto i fatti miei. Non so se posseggo il dono della scrittura, di sicuro so che è terapeutico, è un modo per scovare il dolore e fregarlo, per lasciare traccia. Scrivo racconti su Fonzon Fred, mi sono classificato secondo al concorso "Racconta il Freak" ed ho ottenuto la menzione speciale al concorso Madeleine sogna. Nel 2012 sono stato selezionato per il concorso"8x8", organizzato dalla Oblique di Roma, ottenendo il punteggio più alto da parte della giuria di qualità. Un mio racconto è stato pubblicato di recente su Cinque Capitoli. Sarei un ottimo padrone di animali domestici se ne avessi.


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