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Articolo di Corrado Capone
Scritto il 18 luglio, alle 09 : 38 AM
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La posizione di Dante nel più grande dibattito dei suoi tempi: il “De Monarchia”
Parlare di produzione minore, quando l’autore si chiama Dante Alighieri, non ha davvero senso. Accanto alla Divina Commedia qualsiasi creazione letteraria impallidisce.
Eppure, anche se non avesse scritto il più imponente poema concepito da mente umana, Dante avrebbe occupato ugualmente un posto di straordinario spessore nella storia della letteratura.
Il De Monarchia fa parte di questa immensa eredità che ci ha lasciato il Sommo Poeta. In questo trattato, scritto in lingua latina e suddiviso in tre libri, Dante esprime il proprio punto di vista nei confronti del tema più dibattuto di allora: il rapporto tra Stato e Chiesa. Evidenziarne l’attualità appare addirittura lapalissiano.
Sulla data di composizione dell’opera non mancano dubbi, perplessità e divergenze. Secondo alcuni critici, Dante lavora all’opera intorno al 1308; secondo altri, tra il 1311 e il 1313, al tempo della discesa in Italia di Arrigo VII; secondo altri ancora, il trattato sarebbe stato composto nel 1318 e anche oltre, in un periodo che vedeva Dante impegnato nella composizione del Paradiso. In ogni modo, l’eco che ebbe l’opera fu immediato, nei palazzi del potere così come nell’opinione pubblica.
Nel De Monarchia il poeta fiorentino consolida e palesa una posizione non certo nuova, che vede nel netto rifiuto dell’autorità pontificia nella politica mondana il suo più forte caposaldo. Nel corso della sua attività politica, fervida e appassionata, Danta aveva infatti sempre difeso l’autonomia civile del Comune di Firenze dalle ingerenze di papa Bonifacio VIII. Adesso difende l’autonomia dell’Impero. Supportato dall’auctoritas del pensiero di Aristotele, Averroè e San Tommaso – riconducibili tutti alla matrice filosofica aristotelica – Dante fa spesso uso del sillogismo, il procedimento logico di cui l’autore si serve per dimostrare la fallacia delle tesi dei suoi avversari.
Nel primo libro si tratta della necessità della monarchia universale: il Sommo Poeta afferma che questa è l’unica forma di governo in grado di garantire la pace universale e un governo unitario che possa dettare giustizia e favorire la concordia tra gli esseri umani.
Il secondo libro è invece dedicato alla dimostrazione dell’origine divina dell’Impero Romano. L’unificazione politica del mondo antico sotto l’egida dell’aquila imperiale romana è stata voluta proprio da Dio – sostiene Dante – per far sì che essa coincidesse con l’unificazione religiosa sotto il segno/simbolo della croce di Cristo.
Il terzo libro affronta il tema più scottante, ossia il rapporto tra il Papato e l’Impero. Nonostante il potere dell’imperatore discenda direttamente da Dio – questo il passo in cui alcuni critici hanno visto una subordinazione, tipicamente medievale, del pensiero dantesco ai valori religiosi – Papato e Impero hanno due compiti ben distinti, perchè distinti sono i fini: il Papa deve condurre l’uomo alla vita eterna, l’Imperatore alla felicità in terra. Da qui il secco no a qualsiasi ingerenza papale nell’attività dell’imperatore, che non deve essere in alcun modo contrastato nella sua attività. Dante fa riferimento anche all’illegittimità giuridica della “Donazione di Costantino”, l’atto – di cui sarebbe stata dimostrata la definitiva falsità dall’umanista Lorenzo Valla – che di fatto ha costituito l’incipit del potere temporale della Chiesa.
Straordinario saggio di pensiero e di attualità medievale, il De Monarchia conferma più che mai – qualora ce ne fosse bisogno – la grandezza di Dante, cristiano e cattolico, e insieme baluardo della divisione dei poteri e dell’autonomia della legislazione civile.
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