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Scritto il 19 luglio, alle 09 : 11 AM
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Non è un duello, ma Amore e Psiche scandiscono la condizione irrimediabile dell'essere umano.

“La favola di Amore e Psiche” di Apuleio: un enigma senza tempo.

“La favola di Amore e Psiche” di Apuleio: un enigma senza tempo.

La Favola di Amore e Psiche, narrata da Apuleio nella sua opera più importante e celebrata dalla storia, tra il IV e il VI libro de le Metamorfosi (o Asino d’oro), trasmette tuttora il fascino dell’enigma inestricabile, difficilissimo da risolvere e non certo dall’interpretazione univoca. Ripristinandola nella sua originaria collocazione, cioè parte di una narrazione ancora più grande, la favola richiede di essere letta nel contesto in cui si sviluppa, cioè la storia del protagonista Lucio che si trasforma in un asino.

Nel cuore di questa storia l’autore intreccia, come se fosse un magico dono, la trama principale e tante altre narrazioni secondarie incentrate sulla lussuria, sulla violenza e sulla crudeltà dell’uomo, e non esita a calare la narrazione in spiazzanti momenti da parodia. Infatti la novella, che ha come protagonisti figure umane e divinità, è narrata da una vecchia lercia e ubriaca al servizio di una banda di briganti, e ad apprezzarla è proprio Lucio, diventato oramai un asino, che si rammarica di non poter prendere tavolette e stilo e tramandare la storia ai posteri.

La favola racconta di una meravigliosa principessa, Psiche, talmente bella da suscitare la gelosia di Venere, che la condanna a sposare una creatura spregevole. Intanto il dio Amore, preso dal fascino della giovane, decide invece di amarla, e ordina a Zefiro di trasportarla nel suo castello incantato, accudita da ancelle dalla natura incorporea. Quando Amore arriva dalla fanciulla le chiede di amarlo, ma ad una sola condizione: di non guardare il suo volto. Ma saranno le invidiose sorelle maggiori a spingere Psiche a compiere il peccato della curiosità, cioè a guardare il volto dello sposo e pronta ad ucciderlo nel caso si fosse rivelato come un mostro crudele e sanguinario. Nel tentativo di illuminare il suo volto, una goccia d’olio cade dalla lampada usata da Psiche e sveglia Amore che, resosi conto del tradimento, fugge via lasciando la fanciulla sola e in balia degli eventi. Da questo momento inizia la seconda parte della favola, in cui Psiche è chiamata a superare varie prove, fino a commettere una seconda infrazione che, sul punto di perdere definitivamente, provoca invece l’intervento di Amore, che porterà finalmente all’unione dei due e alla nascita, dal loro matrimonio, della piccola Voluttà.

Prevale, in tutta la storia, una tremenda carica simbolica, attorno cui una sfolgorante narrazione, al contempo oscura, sfugge ad ogni minima interpretazione, e ad ogni più acuta esegesi. Il pathos della narrazione tocca l’apice quando Psiche, a un passo dal superamento dell’ultima prova, commette per la seconda volta l’errore della curiosità, rischiando di compromettere la sua vita. Invece verrà salvata, evitando di precipitare nella notte senza ritorno ed accettata nel regno degli dèi.

Ma cos’è in realtà questa indole che induce all’errore? Amore e Psiche convergono e divergono, si oppongono e si attraggono, complementari ed autonomi, si respingono violentemente ed inconsapevolmente ognuno non può fare a meno dell’altra. Dove Amore non vede interviene Psiche, là dove invece Psiche è fallace giunge il coraggio di Amore. Quello di Psiche è in realtà un lungo viaggio oscuro che porta all’amato sé stesso. La più grande paura dell’uomo, quella dell’ignoto, è in realtà l’inconsapevolezza del sé più profondo. Questo male di vivere penetra ogni ambito della nostra esistenza, ma l’incoscienza del nostro male, cioè quel disagio esistenziale che non riusciamo a spiegarci, altro non è che una scissione dell’anima dal corpo, una frattura del proprio Io, della memoria che si stacca dalla percezione del Tempo, una frattura che esce fuori ogni volta che facciamo qualcosa senza averlo mai voluto, opprimendo ed uccidendo ogni desiderio sul nascere. Ma alla fine, vuoi o non vuoi, ecco che arriva l’abbraccio dell’altro, che sia Donna, che sia Uomo, che siano tutti o sia tutto, mentre la sorte di Psiche è segnata da una potenza ambigua, certo, ma tanto violenta quanto la più grande: Amore, altissima forma di conoscenza.

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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