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Scritto il 5 luglio, alle 09 : 10 AM
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Opinione e verità, i poli estremi della conoscenza.

Il “Teeteto” di Platone: la maieutica socratica e il problema della conoscenza

Il “Teeteto” di Platone: la maieutica socratica e il problema della conoscenza

Il Teeteto, uno degli ultimi dialoghi di Platone, indaga il problema che cos’è la conoscenza? Opera suggestiva e complessa, affronta questioni di grande profondità filosofica, come la pretesa della sensazione di essere infallibile, il relativismo e i suoi limiti, il rapporto della nostra conoscenza con gli oggetti, il problema dell’errore o l’intricata interazione tra linguaggio e pensiero.

Il dialogo vero e proprio ha inizio subito dopo una conversazione introduttiva tra Euclide e Terpsione, entrambi di Megara e amici di Socrate. I protagonisti del dialogo sono, oltre a Socrate, Teeteto, uno dei più grandi matematici del IV sec. a.C, e Teodoro, amico di Protagora e grande studioso di matematica e geometria. Ma il Teeteto è essenzialmente un dialogo aporetico: la discussione e le successive confutazioni delle tre definizioni di conoscenza avanzate da Teeteto si concludono senza che si arrivi a definire cosa sia in realtà la conoscenza: conoscenza è sensazione; conoscenza è opinione vera; conoscenza è opinione vera accompagnata da ragione.

Durante il procedere incalzante delle domande di Socrate, Teeteto ha serie difficoltà nel rispondere, ma non riesce a rinunciare al desiderio di trovare una soluzione. Questo fa di lui un ragazzo pregno. Ciò offre a Socrate di introdurre il paragone tra il mestiere di levatrice di sua madre e il suo metodo filosofico. Infatti Socrate è simile ad una levatrice che, quando oramai il corpo di una donna è sterile, è l’unica in grado di farla partorire; allo stesso modo, Socrate può far generare le anime degli uomini, perché sterili di sapienza. Pur non possedendo nessuna conoscenza, Socrate, mediante un lungo ed articolatissimo dialogo, fa venire alla luce le contraddizioni delle anime dei giovani. Il rischio è quello di far venire alla luce anche un fantasma, dal momento che l’anima di un giovane non sempre porta idee positive. Quindi, la maieutica socratica non è uno strumento per trasmettere conoscenza, ma è un metodo per arrivare a scoprire fino in fondo delle verità che già si posseggono.

Ciò che propone il dialogo platonico è conciliare il metodo socratico, la professione d’ignoranza di Socrate, con la ricerca della verità. Infatti Socrate non conosce la risposta corretta alla domanda “cos’è la virtù?”, che è al centro della sua indagine etica. Il metodo che egli adotta è quello del dialogo, ma così ci muoveremo sul piano del confronto delle opinioni, e con questo continuo opinare sarà estremamente difficile andare al di là dell’opinione retta. Il problema che si pone è quindi come pervenire alla verità, alla conoscenza, escludendo definitivamente che sia una semplice opinione. Socrate si dimostra consapevole di tale limite, ma sa anche che la verità non può essere ricercata dalle sensazioni, ma attraverso quel processo in cui l’anima si affatica da sé sola essa stessa intorno a ciò che è, che si chiama opinare. Ma l’opinione non è in grado di giustificare sé stessa. E quindi è necessario uscire dall’ambito puramente soggettivo e affacciarsi al mondo della scienza, che richiede caratteri assoluti e infallibili. La conoscenza tecnica degli artigiani non è quella conoscenza suprema che il filosofo ricerca, e anche le scienze teoriche, come la matematica e la geometria, hanno il limite di non essere in grado di giustificare i loro principi. Quindi occorre un sapere reale che fornisca garanzie e giustificazioni.

Se si rimane nell’ambito del confronto e del consenso delle opinioni, l’opinione condivisa diventa omologia, e quest’ultima non può essere assurta a criterio di conoscenza. Infatti, se la conoscenza deve fornire la verità, la coerenza e l’accordo delle opinioni non basteranno mai a stabilirla.

In ultima istanza, la ricerca del significato della conoscenza è estremamente difficile e non è possibile da parte dell’uomo coglierlo intrinsecamente, giacché risulterà sempre qualcosa d’indefinibile.

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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