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Articolo di Tommaso Marotta
Scritto il 14 luglio, alle 17 : 56 PM
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Charles Baudelaire e la modernità
Per Baudelaire il “moderno” non fu solo un’idea applicabile ad ogni epoca per quel tanto di nuovo che inevitabilmente detiene rispetto a quelle precedenti, ma un pensiero che si fa strada attraverso i labirinti della metropoli e che influisce sull’arte e la scrittura in particolare.
Insomma la modernità scandisce un ritmo, un ritmo sino allora sconosciuto.
Baudelaire alla fine ci scrisse un libro, Il pittore della vita moderna, da molti considerato il centro gravitazionale dei suoi interventi di critica letteraria precedenti e della sua poetica successiva.
Il pittore di cui si parla nel libro è il disegnatore francese Constantin Guys (1805 – 1892), chiamato solamente “G.”, perché non desidera che si parli di lui.
Quando ha saputo che mi proponevo di dare un apprezzamento del suo ingegno e del suo talento, mi ha supplicato, in maniera pressante, di sopprimere il suo nome e di parlare delle sue opere come dei lavori di un anonimo, così Baudelaire.
Ma G. è l’artista della modernità, definita come il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, la cui altra metà è l’eterno e l’immutabile.
Non è difficile intuire che attraverso questa definizione Baudelaire ci introduce nel tempo della metropoli, agglomerato di folle e razze, in cui l’esistenza ruota attorno a esperienze che non si solidificano e che sfuggono di mano. La storia di ognuno è frazionata in scene insignificanti per l’uomo comune, ma non per l’artista che ci proietta nel mistero del loro succedersi attraverso la rappresentazione del bello.
Il bello, infatti, è fatto di un elemento eterno, invariabile, la cui quantità è oltremodo difficile da determinare e di un elemento relativo, di circostanza, che sarà, se si vuole, di volta in volta o contemporaneamente, l’epoca, la moda, la morale, la passione.
Ma l’artista, per rappresentare il “bello” deve spogliarsi delle sue peculiarità e trasformarsi in “cittadino del mondo”.
Quando infine l’ho incontrato, dice Baudelaire a proposito del suo primo incontro con Guys, mi sono subito reso conto che non avevo a che fare con un artista, ma piuttosto con un uomo di mondo. Vi prego di intendere la parola artista in un senso molto stretto e quella uomo di mondo in un senso molto lato. Uomo di mondo vuol dire uomo del mondo intero, che capisce di mondo e le ragioni misteriose e legittime di tutte le sue usanze; artista vuol dire specialista, uomo attaccato alla tavolozza come il servo alla gleba.
A muovere la sua attenzione per il mondo è “la curiosità”. Egli, come il protagonista del racconto di Poe, L’uomo delle folle, vive tra la gente e ne respira gli umori.
Altre considerazioni si potrebbero fare su questo piccolo e delizioso libro, ma a me premeva mettere in risalto un’idea del tutto inedita di modernità che per Baudelaire rappresentò un momento di transito nel solco della scrittura.
Ne Lo Spleen di Parigi il poeta rende esplicita questa trasformazione. Nella dedica ad Arsène Houssaye scrive: “Chi di noi non ha, nei suoi giorni d’ambizione, sognato il miracolo di una prosa poetica, musicale, senza il ritmo e la rima, tanto mutevole e precisa da adattarsi ai movimenti lirici dell’anima, alle oscillazioni della fantasticheria, ai soprassalti della coscienza? Questo ossessivo ideale nasce soprattutto dalle frequentazioni delle città immani, dall’intreccio dei loro smisurati rapporti”.
A conclusione si può dire che Baudelaire fa della modernità e della metropoli uno spazio antropologico. Da quel momento altri contribuiranno ad arricchire quel primo ragionamento e niente sarà più come prima.
Penso, per esempio, a Nietzsche, che inaugura la sua visione delle cose con un ragionamento sull’arte per trasferirsi poi su altri e più radicali percorsi o a Marx che inaugura l’alienazione collettiva come espropriazione o a Proust, che istituisce la fisicità del corpo come anatomia del tempo o a Kafka che coniuga l’assurdo del potere con la scrittura dell’assurdo o a Heidegger che costruisce il paradosso del tempo sulle scelte fondamentali e inderogabili dell’esistenza e del progetto antropologico.
Insomma Baudelaire ha spianato una via su cui diverse voci si sono incamminate. Molti sono gli interrogativi ancora da sciogliere e tante le domande che attendono ancora una risposta, ma noi apparteniamo ancora a quell’orizzonte culturale.
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Tommaso Marotta ha esercitato per quarant' anni il mestiere di editore e operatore culturale a Napoli.
Come editore, dopo un’esperienza redazionale presso l’Alberto Marotta editore, ha fondato agli inizi degli anni '80 laTommaso Marotta Editore e nel 2000, in società con Anna Cafiero, la Marotta & Cafiero Editori.
Per la Tommaso Marotta Editore ha pubblicato tra l’altro il Teatro di Peppino De Filippo, La mia cucina di Georges Auguste Escoffier, Saggi critici per dodici poeti di Salvatore Quasimodo (a cura di Lina Angioletti).
Per la Marotta & Cafiero Editori ha pubblicato, tra l’altro, "L’orazione per Marilyn Monroe" di Ernesto Cardenal (traduzione di Marco Ottaiano, cura di Anna Cafiero), "Grondante sangue" di Rafael Reig (traduzione di Marco Ottaiano), "Omaggio agli indios americani" di Ernesto Cardenal (traduzione di Antonio Melis), "Napoli nel cinema", "il Vesuvio" e il "Romanzo d’avventure" di Vittorio Paliotti, "Al di la della neve" di Rosario Esposito La Rossa.
Ha tenuto corsi di scrittura creativa e redazione editoriale. Nel 2010 ha regalato la sigla della Marotta & Cafiero a Rosario Esposito La Rossa e Maddalena Stornaiolo e si è trasferito in Provenza.
Attualmente si dedica al progetto Apostrophe per il quale ha rivisto, aggiornandole, le lezioni di redazione editoriale. Sta rivedendo anche le lezioni di scrittura creativa che andranno presto on-line.
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