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Scritto il 17 giugno, alle 17 : 18 PM
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Fotogrammi infiniti di vita su suolo in movimento

Quale uomo. Brevi specifiche in un dispersivo universo

Quale uomo. Brevi specifiche in un dispersivo universo

#Parte sesta.

Uscì dalla sua casa rurale correndo. Il terremoto l’aveva svegliato mentre una voglia di riscatto sotto forma di sogno curava le intime falle di un’esistenza solitaria, difficile, ingenua. Nella notte raggiunse la città, pacatamente affannato nonostante la corsa e la notevole distanza. Trovò una folla di cittadini che come lui correvano, svegliati nella notte dallo stesso terremoto mentre una voglia di riscatto sotto forma di sogno curava le intime falle di un’esistenza solitaria, difficile, ingenua. Il contadino seguì istintivamente i cittadini. I cittadini seguivano istintivamente la salvezza (avesse avuto una coscienza, la salvezza, si sarebbe sentita minacciata nella sua tranquilla latitanza).

Nel trambusto urtò contro un uomo che stava contando alla rovescia ad alta voce.

Il contadino si fermò. I cittadini proseguirono correndo al limite della notte.

In piedi, il contadino, contemplò la sua stessa ombra, il negativo di una luna bassa, luminosa, enorme, ingenua. La guardò allungarsi e confondersi lentamente con quella degli alberi. Ebbe modo di constatare l’uguaglianza delle forme vegetali e animali lungo il confine della luce e della parte più tenebrosa di tutte quelle ombre. Si vide uguale a tutto, uguale a tutti.

Riprese a correre e raggiunse la folla dei cittadini. Con loro si perse nell’enorme tempo di Dio.

Poi venne un altro uomo.

#Parte quinta.

Si svegliò lasciando i sogni sul cuscino come se non avessero avuto un ruolo importante nella sua breve esistenza. Come tutte le mattine non la guardò, nemmeno per un secondo. Era lì, lo sapeva.

La solita vita cominciava infilando le ciabatte. Un gesto che trovava un corrispettivo nell’inconscio pensiero di porre al sicuro tutto il corpo e non solo i piedi. Quella mattina però non le trovò al solito posto. Gli venne in mente immediatamente il terremoto che le spostò e che spostò ogni cosa vivente molti anni prima. Ricordò di aver visto correre suo nonno per le vie della città. Ricordò di averlo chiamato urlando mentre lo vedeva sparire al limite della notte insieme a tutti gli altri. Ricordò la sua casa, piena di cose semplici, come semplici erano i pensieri che gli leggeva sul viso. Lo ricordò mentre si accaniva contro una terra che non dava mai tanti frutti quanti realmente lo sforzo per lavorarla si meritava.

Trovò le pantofole, appena dopo un secolo di pensieri e possibilità. Iniziò così la veglia che introduceva ogni mattina la ripetitività secolare di ciò che gli fu concesso dal caso.

- Ciò che mi è sempre risultato difficile comprendere è perché voi esseri umani chiamate “amore” la possibilità di sfogare le proprie frustrazioni sull’altro senza che l’altro abbia la possibilità affettiva di fuggire.

- … e tu cosa sei? Sei un uomo?- gli chiese non appena si sedette.

Il collega si voltò trattenendo tra i denti serrati un una risposta che nessun angelo volle sentire.

Il silenzio trovò spazio tra le setole di un sole che filtrava insistente tra gli spazi ristretti dell’unica tapparella dell’ufficio.

Entrambi non terminarono mai quella giornata.

Essa si ripeté nell’enorme tempo di dio.

#Parte quarta.

“In amore è sempre uno solo che si fa carico di prestare interesse al ‘noi due’.”

Sul letto fu questa l’ultima frase che lesse prima di poggiare il libro sul comodino. Il marito era già andato al lavoro. L’aveva svegliata facendo rumore: non trovava le pantofole. Lo vide andarsene e quella era la seicentotrentaduesima volta. Fu questo il numero che nominò fra sé, seicentotrentadue. Era solita contare la ripetitività della vita e attribuirle la colpa dominante del termine delle cose. Pensò a com’erano felici appena l’anno prima. Era tutto diverso. Ma come sempre succede nel breve tempo dell’amore, l’imprescindibile tende a sottrarsi nel nulla.

Sentì bussare alla porta. Pensò fosse la vicina. Duecentosessantaquattro, pensò, questo è il numero di volte che aveva bussato alla porta del nuovo appartamento da quando si era sposata. Aprì dando per scontato il numero duecentosessantacinque.

L’uomo la prese per la gola e la schiacciò contro il muro del corridoio. Nell’altra mano stringeva una mannaia dalla quale colava sangue. Con un calcio chiuse la porta dietro di sé.

Lei lottò per la vita.

Vide svanire ogni cosa dietro una coltre d’angeli e alcuni eccessi sorgivi dell’odio, quelli che più le facevano male. Pensò al numero due. Questa è la seconda volta che muoio, si disse, la prima è stata per amore.

Lui si sostituì all’enorme tempo di dio.

#Parte terza.

“Ciò che non possono dire di te, negli altri può esser stato un inferno.” Questa fu l’ultima frase che lesse prima di poggiare il libro sul comodino. Aprì il cassetto, prese l’anello di sua madre e lo strinse.  Quell’anello che non fu più per la sua mano. “Me l’ha presa il diavolo” disse una volta, “conserva questo anello.”  Non trovarono mai il colpevole. La madre fu vittima di un’aggressione, un giorno, mentre il padre era al lavoro, mentre ferme nell’attimo precedente erano tutte le cose giuste. Il tempo compì l’ennesimo, inutile transito, trapassò la foto posta sul comodino e la ingiallì ulteriormente di una sfumatura impercettibile. L’uomo  contò alla rovescia il tempo che lo separava dall’appuntamento. Contava sempre alla rovescia. Cominciò dal minuto ottantadue. Giunto al minuto ventiquattro si alzo dal letto, si spolverò i pantaloni con una mano, prese l’ombrello ed uscì – era solito sdraiarsi vestito, con le scarpe appena fuori dal letto per non sporcare le lenzuola e la testa appena fuori dal cielo.

Mentre camminava sul marciapiede un uomo con una vistosa cicatrice sulla guancia lo osservava attraverso i vetri tormentati dalla pioggia.

Stringeva una mannaia in una mano. Nell’altra reggeva un libro mantenendo il pollice tra le pagine sessantotto e sessantanove.

“Ciò che non possono dire di te, negli altri può esser stato un inferno.”  Era l’ultima frase che aveva letto.

Si voltò di scatto verso il lampadario. Dondolava, come fosse un pendolo.

L’enorme orologio del mondo.

Messo lì per scandire l’enorme tempo di Dio.

#Parte seconda.

La gente si riversò per le strade. Scese correndo, omogenea nella paura. La terra tremò per ventisei secondi. Per versi unici e di direzioni congrue alla terrore. Una risacca di teste ridiscese nella successiva onda di panico. L’attimo si aggrappò a quello trascorso e non lasciò spazio a quello conseguente.

L’uomo con la mannaia in mano perse di vista la persona che stava osservando. Si teneva stretto al bordo di legno della finestra. Aveva gettato il libro per terra subito dopo essersi accorto dal movimento del lampadario che era iniziato il terremoto.

Secondo undici.

Sentì un rumore assordante proveniente dal corridoio, la porta si era aperta ed aveva sbattuto contro il muro. Era entrato un uomo.

Secondo quindici.

L’uomo che contava alla rovescia spinse la punta dell’ombrello con tutte le sue forze nello stomaco dell’uomo che stringeva la mannaia.

Secondo diciannove.

Il sangue che vomitò l’uomo con la mannaia si sparse a terra ondulando. Caduto sui suoi stessi globuli cercò invano di dominare il pavimento che tremava.

-  Hai mai visto questo anello? Lo riconosci? -disse l’uomo che contava alla rovescia. Mi dissero di te che già mi facevi schifo.

Insistente fu il canto silente dei commensali: la rabbia e tutte le degenerazioni umane, nella lotta che si narra dagli albori, dal regresso delle razze all’inspiegabile dispetto giunto dal cielo.

La vendetta è il primordiale sogno dell’affermazione che vuole la vita.  Gli tolse la mannaia e al secondo venticinque gli amputò la mano destra.

Caddero calcinacci e sulla parete si intravide l’inizio di una ferita.

Il terremoto terminò. Al secondo ventisei.

Dio rifece i secondi, i minuti, le ore, i secoli.

 #Parte prima.

Un uomo, spaventato dal terremoto, raggiunse la folla di cittadini. Veniva dalla sua casa rurale.

Il rumore della paura non gli permise di sentire sua nipote. Lo stava chiamando a squarciagola.

Nel trambusto urtò contro un uomo che stava contando alla rovescia ad alta voce, dunque si fermò pensando di aver già vissuto quel momento.

Riprese a correre e raggiunse la folla dei cittadini.  Con loro si perse nell’enorme tempo di Dio.

Poi venne un altro uomo.

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Luciano Michilin


Mi chiamo Luciano, sono nato nel 73' e vivo a milano da 9 anni e ho due figli. Sono da sempre un appassionato lettore. Leggo prevalentemente romanzi e saggi ma mi interessa anche molto la poesia. Mi piace scrivere, spesso mi diletto in racconti o poesie.


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