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Articolo di Angela Bongiorno
Scritto il 8 giugno, alle 13 : 35 PM
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I casi criminali attirano da sempre la curiosità e la morbosità di un vasto numero di persone.
Lungi dal pensare che i fatti delittuosi abbiano soltanto nella nostra epoca un’eco mediatica amplificata, un libro come “Il magnifico Spilsbury” di Jane Robins ci consegna un reportage affascinante di un caso, che appassionò l’Inghilterra all’inizio del novecento, quello degli omicidi delle vasche da bagno.
Il libro non è un romanzo, ma ne ha la forma; non è un vero saggio o un resoconto storico, ma è caratterizzato dal medesimo rigore, da una ricerca accurata delle fonti, attendibile ed insieme godibile come un giallo.
La vicenda è presto spiegata. Nel 1910 una matura signorina, desiderosa di accasarsi, incontra un uomo dallo sguardo magnetico, che dopo una veloce quanto serrata corte, la convince a sposarlo. Lei gli intesta la dote a dispetto dei riottosi parenti, e va a vivere col marito in una casa dove viene installata una vasca da bagno. La donna, a pochi giorni dalla luna di miele, morirà misteriosamente dentro la stessa vasca.
L’anno successivo, un’altra attempata signorina, dopo aver consumato un altrettanto frettoloso matrimonio, farà la stessa fine. La modalità della morte in vasca si ripeterà anche per una terza donna.
Il comportamento dei consorti è in tutti e tre i casi ambiguo ed opportunista, venato da un egoismo quasi elementare, che inevitabilmente suscita sospetti.
E proprio quando l’ombra della 1° guerra mondiale si staglia sull’Inghilterra e l’ansia per il futuro pesa sull’animo della sua popolazione, il caso delle morti in vasca cattura l’attenzione di un tenace ispettore di polizia, che comincia ad indagare sull’identità dei mariti, per scoprire che i tre sono una sola persona, e così passare all’incriminazione. Lo svolgimento delle indagini coinvolgerà a tal punto l’opinione pubblica da riuscire persino a stornarne l’attenzione dalle sorti della guerra.
La stampa, i medici, la gente comune, si scateneranno in una ridda di ipotesi sulla natura del presunto omicida, sulla sua capacità di seduzione, cui sembra le donne non sapessero resistere. Articoli e lettere trovano nel caso lo spunto per argomentare che, in fondo, ogni donna desidera cedere all’uomo, perché inconsciamente ne riconosce la superiorità. E tutto ciò nonostante il nascente movimento delle suffragette.
Ma l’elemento più innovativo dell’indagine è costituito dall’apporto e dalle competenze di un medico patologo, il dottor Spilsbury, il cui metodo consiste nell’analisi attenta dei cadaveri, nelle prove di laboratorio, il tutto supportato dall’uso di una strumentazione, figlia del recente progresso scientifico e tecnologico.
Come sono morte queste donne, dove sono i segni della violenza che le avrebbe rese inermi di fronte alla minaccia? Nessuna prova rilevante si rinviene sul luogo del decesso, nulla farebbe pensare a degli omicidi, solo il carattere di colui che ha sposato le vittime, così marcatamente interessato alle loro finanze, indurrebbe il sospetto di una violenza volontaria, oltre naturalmente l’identica circostanza della morte.
Acclamato come l’incarnazione dello Sherlock Holmes di letteraria memoria, il dottor Spilsbury, con il rigore e la serietà dello scienziato, smonta l’eloquenza ridondante e affabulatoria dell’avvocato della difesa, fornendo, grazie all’uso del metodo deduttivo, una chiave interpretativa del delitto apparentemente inoppugnabile. Ma davvero la scienza riesce a provare una colpevolezza o un’innocenza senza il permanere di elementi inconoscibili, non affidati alle mere competenze tecniche? Un dubbio sottile s’insinua tra le pagine finali del libro, una scia di diffidenza che corre fino a i nostri tempi, che vedono il dilagare di sistemi d’indagine omaggiati dalle più svariate serie televisive, spesso però fallimentari nella realtà.
| Pro | Contro | |||||||
| Trae spunto dalla realtà per elaborare una narrazione affascinante. | ||||||||
| Voto | 90 su 100 | |||||||
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