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Articolo di Giuliana Gugliotti
Scritto il 24 giugno, alle 13 : 51 PM
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Federico De Roberto, incompreso testimone della Storia
Ti giuro – e mi devi credere – che se avessi saputo o potuto, se mi avessero preso, avrei fatto il contabile, il magazziniere, lo scaricatore, il lustrascarpe (guadagnano 40 lire quotidiane), per forza di cose dovetti invece di bruciare le edizioni invendute, accettare che si ristampassero quelle esaurite da venti e trent’anni e ricominciare a metter nero su bianco. E’ la sola cosa ch’io sappia o possa fare e nella quale riesca a cavare qualche poco di denaro.
Così scriveva Federico De Roberto in una lettera a Giovanni Verga. Autore incompreso ai suoi tempi, sotto certi aspetti contrastato, De Roberto – insieme a Tomasi di Lampedusa – è uno degli scrittori che furono testimoni del lento, inesorabile tramonto del regno borbonico e ne raccontarono le vicissitudini, dando alla luce capolavori indimenticabili dall’indiscusso valore storiografico.
I viceré si inserisce a pieno in questo filone letterario. Stroncato da Croce e apprezzato invece da Pirandello e Capuana, il romanzo racconta, attraverso le vicende della famiglia degli Uzeda di Francalanza, il declino – e a tratti la degenerazione – di un mondo che sta lentamente scomparendo. Mondo da cui De Roberto proveniva, e che conobbe a fondo, con un interesse quasi storiografico, figlio del positivismo zoliano e del verismo verghiano, e che gli permise di tracciare un ritratto assolutamente verosimile della società e dei costumi dell’epoca.
Nato a Napoli nel 1861 da madre catanese e padre napoletano, e cresciuto a Catania, Federico De Roberto assorbì profondamente i disagi politici e i nuovi fermenti risorgimentali. La città siciliana, oltre a fargli conoscere maestri del calibro di Verga e Capuana, fa da sfondo a tutta la sua ricerca letteraria, nonostante l’autore se ne sia allontanato precocemente, trasferendosi a Firenze prima e poi a Milano, dove visse e lavorò come critico per Il Corriere della Sera.
Attento osservatore delle relazioni umane e fortemente interessato a temi di carattere psicologico, una tipicità della sua scrittura è proprio la capacità di scandagliare la personalità dei suoi personaggi, che acquistano una dimensione di tridimensionalità psichica decisamente all’avanguardia. Di recente considerato pioniere del romanzo giallo (Spasimi, uscito a puntate sul Corriere nel 1897) De Roberto ebbe la capacità di descrivere con acume le dinamiche storico-sociali del mondo politico e aristocratico dell’epoca. Aspetto che lo inserisce nel quadro del Verismo, ma contemporaneamente lo rende inviso ad alcuni e ostico a molti che non apprezzano la sua scrittura sagace.
I Viceré resta il suo romanzo di punta. Dopo il quale De Roberto tornerà a dedicarsi a temi di carattere sentimentale, alla psicologia amorosa e più in generale alla saggistica, producendo studi su Leopardi e Verga, che fu il suo punto di riferimento letterario.
Autore spesso frainteso e per alcuni versi considerato di nicchia, non godé mai di un successo abbagliante: anche la sua morte, avvenuta nel luglio 1927, fu oscurata da quella di Matilde Serao, che destò molto più scalpore. Ma Federico De Roberto resta un autore cardine per comprendere un periodo storico difficile, di cambiamenti profondi e avvicendamenti storici, periodo di cui ci ha regalato un affresco di inestimabile bellezza e valore.
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