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Scritto il 22 giugno, alle 09 : 24 AM
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Esercitare liberamente il proprio ingegno, ecco la vera felicità. Aristotele

Cose di famiglia.

Cose di famiglia.

Sandro aveva quarant’anni e le rughe sulla fronte di chi ha vissuto abbastanza per sentirsi pronto a rifiutare quelle che generalmente si considerano buone opportunità. Non era in pace con se stesso e riconosceva, senza difficoltà, la propria incapacità di esserlo. Nonostante tutto non si considerava infelice sebbene, sulla base di tangibili segnali del suo sistema nervoso, da sempre incline alle malinconie, doveva ammettere di essersi svegliato con la netta sensazione che quella che lo aspettava sarebbe stata una pessima giornata. Ancora una volta, infatti, aveva aperto gli occhi e il sole, oltre le persiane, non gli aveva impedito di pensare di essere dentro una di quelle situazioni che lasciano poco spazio al sollievo e alle illusioni. E l’unico modo possibile che Sandro conosceva per eludere le proprie certezze era quello di uscire di casa per una passeggiata.La città in estate era solitaria e poteva permettersi il lusso di camminare tranquillo, senza ritrovarsi ad inveire contro tutti i patentati solo per l’invidia di non avere lo stesso titolo (cosa che peraltro Marta gli aveva sempre rinfacciato definendolo come un uomo non vero). Questo aveva sempre lasciato Sandro in uno stato di smarrimento, non riuscendo ancora a comprendere come la guida di un’ auto potesse essere considerata elemento per riconoscere un uomo vero! Con il dubbio ancora vivo sull’ esatto significato della definizione, Sandro, uscì di casa insieme a Mario, il cane che Marta gli aveva lasciato dopo la separazione, e al suo taccuino, con la speranza che gli venisse qualche idea; era un giornalista di costume e non scriveva articoli per giornale da tempo, con pessime conseguenze sul suo stipendio e sui rapporti con il direttore

La prima cosa che Sandro pensò quando chiuse la porta di casa era che non avrebbe voluto mai incontrare Marta. Subito dopo, non appena si ritrovò sul marciapiede, pensò esattamente il contrario: Marta gli mancava molto e in fondo era uscito con l’obiettivo di incontrarla. In realtà, Sandro, non era ancora in grado di dire se soffriva di più con lei o senza di lei. Accese una sigaretta, aspirò la prima boccata come se fosse la sua unica ragione di vita e iniziò a camminare lentamente. Mario, al guinzaglio, seguiva disciplinato i suoi passi. Sandro, aveva nutrito da sempre un certo astio per quel barboncino bianco e piuttosto mite eppure, da un po’ di tempo, non riusciva a farne a meno; quel cane sembrava essere diventato l’unica compagnia sopportabile, l’unica entità di vita capace di abitare casa sua, senza il briciolo di una pretesa. Dopo tutto, osservò, mentre aspirava voluttuosamente un altro tiro di sigaretta abbaia solo se ha fame o sonno e per fortuna ha scarso appetito e dorme poco ! Sandro si fermò e poi accelerò il passo, lo divertiva vedere con quale cura il cane tentasse di seguire i suoi movimenti. Aveva l’intenzione di attraversare ogni vicolo della città, pestando ogni diametro percorribile di strada. Era il suo obiettivo, il buon proposito di quella mattina, oltre a quello di scrivere. Ma dopo poco, ammettendo con se stesso la sua avversione per i buoni propositi, decise di fermarsi al bar: aveva voglia di un prosecco. Da quando Marta se ne era andata, Sandro, per evitare l’acuirsi della solitudine, aveva rinunciato alla sua passione per i superalcolici ed era passato alle bollicine che gli davano alla testa senza azzerare quel poco di lucidità rimastagli. Guardò l’orologio, erano appena le dieci del mattino, ma aprì la porta a vetri con ferma determinazione. Del resto era un convinto assertore della teoria secondo cui, fin a quando è possibile, il tempo può considerarsi un punto di vista.

Sandrino, buongiorno. Da anni le sue tasche si svuotavano in quel piccolo bar di periferia di cui conosceva odori, impronte sui vetri e avventori, in fondo ci era affezionato eppure, ogni volta che si sentiva chiamare Sandrino, diceva a se stesso che quella era ultima volta che avrebbe scelto quel posto. Detestava sentirsi chiamare Sandrino. Preferiva semplicemente Sandro, ma non era mai riuscito a ribellarsi a un destino che gli era stato affibbiato dal primo giorno di scuola. Destino che gli aveva provocato calci gratuiti da parte dai vari Antonio, Filippo o Vincenzo, bambini forti del fatto che il loro nome veniva pronunciato per intero. Anche Marta, talvolta, lo chiamava così e Sandro abbozzava, consapevole di non essere in grado di ribellarsi alle scelte non controllabili.

Sandro con un tono irritato chiese un prosecco, prese posto sullo sgabello di fronte al banco, diede uno sguardo al quotidiano locale, con il buon proposito di riuscire a mandare un pezzo al più presto e si guardò attorno con una certa circospezione: Marta per fortuna non era lì. Forse era l’ultima persona che avrebbe voluto incontrare in quel momento o forse no. Poco prima nello stomaco aveva avvertito una specie di peso e si era convinto che poteva scomparire solo se l’avesse rivista. Pensò a come i suoi desideri oscillassero con la stessa velocità della luce, la sua mente era un continuo ribaltone. Ma non escluse che questa era una delle tante conseguenze della fine di un amore, oltre all’indiscutibile assenza di voglia di lavorare, all’improvvisa passione per i cani e per gli alcolici più leggeri.

Sandrino, la sai l’ultima?

No. Di che si tratta ? La curiosità di Sandro prese il sopravvento sul senso di fastidio che gli era arrivato fin nelle viscere al rinnovato suono del nome “Sandrino”. Si toccò i capelli come faceva tutte le volte che attendeva risposte. Le risposte non arrivavano spesso, ma questo non aveva impedito a quella specie di tic di provocargli, a forza di presentarsi, una leggera stempiatura.

Marta è andata via definitivamente dalla città, non si sa dove. Pare che si tratti di cose di famiglia.

Non è facile immaginare cosa scatti nella mente di un uomo che ha in mente di scrivere un pezzo per il suo giornale per evitare di morire di fame, detesta il cameriere del bar, ha come unica compagnia un barboncino che lo aspetta appisolato sulla soglia del bar e si sente dire che l’unica donna che crede di aver amato è partita per andare chissà dove! Dalla espressione negli occhi di Sandro, dal tremore ininterrotto della mano che reggeva il bicchiere e dal colorito che le sue guance assunsero chiunque avrebbe presunto che Sandro avesse la concreta e indissolubile convinzione di aver perso tutto. Eppure Sandro davanti a quella affermazione si limitò a dire: Ma tu quando senti le parole cose di famiglia a cosa pensi? Lo chiese mentre deglutiva la saliva.

Sandrino io penso alla spesa che ogni giorno deve fare mia moglie per tutta la famiglia, per me, per i ragazzini. In quello stesso istante, Sandro, nonostante l’eco di quel Sandrino, aprì il taccuino, diede un occhiata veloce a Mario, ordinò un altro prosecco e iniziò a scrivere il suo pezzo, cose di famiglia, le abitudini alimentari delle famiglie italiane.

Erano appena le dieci, il banco del bar traballava per la forza con cui Sandro muoveva la penna sul taccuino. Sandro, finalmente, non poteva fare altro che scrivere.

Non si accorse che Mario non era più sulla soglia.

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Marianna Bassi


Ho 39 anni, sono di Salerno e lavoro a Piacenza.

Se potessi rinascere mi piacerebbe essere Dino Buzzati, Italo Calvino, j. Salinger, R. Yates o M. Yourcenar.In mancanza di questa possibilità mi arrangio, nei limiti del tempo libero e del mio pendolarismo, scrivendo racconti.

Dopo tutto, la scrittura può avere un effetto salvavita come ha scritto Buzzati nella Salvezza: “ Scrivi, ti prego. Due righe, sole, almeno anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno”.


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