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Scritto il 18 maggio, alle 15 : 20 PM
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Due poteri a confronto in una serie di ricorsi storici, in cui la parola è stata schiavizzata dalla politica

Scrittori opposti al regime: i perseguitati della parola

Scrittori opposti al regime: i perseguitati della parola

Quando un uomo si sente libero facilmente riesce a vivere ogni singolo giorno della propria vita, dove per facile si intende possibile.

Quando un uomo si sente in catene comincia invece a “farneticare” di volere di più, di non sentirsi appagato, di sentirsi costretto. Un’aria asfissiante. E l’unico modo per ricominciare a respirare è spesso quello più ovvio. Rompere la cupola di vetro che impedisce all’ossigeno di spezzare le catene.

Ma non tutti gli uomini diventano eroi se combattono. Molti anzi diventano schiavi, incatenati al proprio sogno di libertà. Colpevoli di aver scelto. Consapevoli di un destino affamato.

Molti di questi uomini sono disarmati, altri invece utilizzano l’unica arma donatagli dalla natura, la parola. Che il gigante combatta col proprio corpo, che il piccolo uomo insorga grazie alla propria mente.

 

La diffusione di idee, basate sulla conoscenza e la non ignoranza, è da sempre strumento di potere, forte quanto quello politico, ma più pericoloso, perché libero da catene, non schiavo dell’ambizione. Eppure c’è un modo, vile sì, per porre fine al viaggio della parola, condannandola all’esilio o anche alla morte. Ma la parola non è materia, la parola è strumento. Dunque spesso a pagare per la sua forza sono i portatori, coloro che si ergono a genitori della scrittura, allevando figli potentissimi. Sono scrittori, universali, affamati, liberi, che non possono essere classificati in nessun gruppo sociale né separati in base alla cultura d’appartenenza. No, sono uomini capaci di muovere menti, e dunque popoli, e infine paesi. Sono uomini forti, pericolosi.

Sono scrittori che si oppongono al regime, e per questo perseguitati… della parola.

Non così distanti da noi nel tempo e nello spazio.

In un Occidente malato esiste, anche se lieve, la possibilità di parlare di libertà, di giustizia, quella narrativa di cui si può discutere solo in uno studio televisivo o in un libro scritto a tavolino. Ma ci sono paesi in cui la democrazia, quella vera, è messa in dubbio costantemente, in maniera più o meno visibile. Ecco, giornalisti e scrittori si pongono su un piano sopraelevato da cui guardano con distacco e consapevolezza ciò che distrugge la libertà.

I libri come medium portante di pensieri ed idee, da seguire o meno, ma sempre liberi di circolare.

“Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle” (comunemente attribuita a Voltaire)

Un viaggio che in molti hanno avuto il coraggio di intraprendere e che in pochi sono riusciti a compiere interamente. È oggetto comune dei cinque continenti, è usanza antica dei regimi totalitari, è storia mai passata di popoli schiavi. La decadenza della libertà, in un modo lontano dalla censura, con una pena che ha incontrato la morte spesso e volentieri. Esiliati, torturati, imprigionati, assassinati.

E non importa che sia stata la Chiesa Cattolica nel XVI secolo o il ventennio fascista del XX secolo, o il finto socialismo cinese del XXI secolo, o anche il comunismo militare cubano imposto da Castro,  ciò che conta è che il potere, di qualsiasi natura esso sia, rende l’uomo debole, disposto a cedere alla paura, pur di trattenere a sé quel senso di sopraelevata ricchezza, che in realtà appartiene solo all’uomo libero.

 ”I fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere” (G. D’Avanzo)

 

Il PEN (acronimo di poets, essaysts, novelists), organizzazione internazionale di letterati, ha fondato nel 1960 il Writer in Prison Commettee, comitato istituito per difendere intellettuali di tutto il mondo. Il comitato pubblica ogni due anni un libro bianco che documenta le violazioni del diritto di libertà di espressione in tutto il mondo.

Attualmente, secondo il PEN, sono oltre 900 gli scrittori imprigionati, torturati, uccisi o anche semplicemente minacciati a causa della pratica della loro professione.

Ali Abdulemam (Bahrain) arrestato

Irek Murtazin (Russia) imprigionato

Tal al-Mallouhi (Siria) imprigionato

Suwicha Thakor (Tailandia) arrestato

Hossein Derakhshan (Iran) imprigionato

Aleh Byabenin (Russia) assassinato

8 giornalisti (Messico) assassinati

4 giornalisti (Messico) scomparsi

Liu Xiaobo (Cina) arrestato – NOBEL PER LA PACE 2010

Orhan Pamuk (Turkey) minacciato di morte – processato

Faraj Sarkoohi (Iran) arrestato – esiliato

 

Roberto Saviano, scrittore e giornalista, da sei anni segue un ristrettissimo programma di protezione e vive sotto scorta, per aver denunciato, nel suo romanzo d’inchiesta “Gomorra”, la realtà economica della camorra e delle organizzazioni criminali.
Anche Saviano ha denunciato un potere, un altro tipo di potere, e per questo è stato privato della propria libertà.

“Quello che ho sono le mie parole” (R. Saviano)

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Chiara Ammendola


Chiara Ammendola, laureata magistrale in Comunicazione d'impresa presso l'Università Cattolica di Milano, nasce a Napoli 25 anni fa. Appassionata di Cinema e di Classici letterari, ama "scrivere, scrivere per gli altri, perché credo sia un diritto e un dovere per tutti essere informati, la conoscenza crea consapevolezza, la consapevolezza crea la libertà di scegliere".


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Chiara Ammendola
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