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Articolo di Francesca Raviola
Scritto il 20 maggio, alle 09 : 50 AM
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Mosca, 7 ottobre 2006. La giornalista russa Anna Politkovskaja viene assassinata davanti alla porta di casa sua. Perché? Per le sue parole, i suoi libri, i suoi articoli, le sue testimonianze. Tra questi, la descrizione cristallina della Seconda Guerra Cecena e le sue opinioni sulla Russia di Putin, in Cecenia. Il disonore russo.
Essere un Ceceno. Immagina di vivere senza diritti civili. Immagina di vivere in una terra, la tua terra, non sottoposta ad una legislazione e che non gode di una Costituzione, una terra in cui una guerra crudele ti ha portato via famiglia, lavoro, persino acqua e cibo. Ogni giorno potresti essere vittima di una violenza carnale, se sei donna, con il rischio di venire anche uccisa, oppure potresti essere rapito nella tua stessa casa mentre stai facendo la doccia, o stai parlando con tua moglie: in pochi secondi, quante vite cambierebbero. La tua, ma anche quelle dei tuoi familiari, costretti a tenere in silenzio il proprio dolore, pur sapendo che sono stati i militari a portarti via: ma ricorda, niente leggi. Potresti svegliarti alle quattro del mattino sentendo le grida di uomini armati che penetrano nella tua abitazione per una zaciska: arraffano tutto ciò che vedono, distruggono, picchiano, violentano. Uccidono. Poi, a operazione terminata, se ne vanno prima dell’alba per non essere visti, sapendo che in ogni caso non sarebbero mai riconosciuti colpevoli. Immagina di assistere allo sgretolarsi funesto della morale, sostituita dalla violenza come situazione di quotidianità, dall’intolleranza, dalla brutalità, dall’aggressività, da un istinto di sopravvivenza prepotente, da un’energia nera. Immagina di essere vittima di razzismo e di vivere in diretta un genocidio. Ecco, sei un Ceceno.
I militari. Sono anime prosciugate di umanità, inaridite dalle loro stesse azioni. È sorprendente la loro beffarda indifferenza per la sofferenza che causano ogni giorno in questa guerra maledetta: stiamo parlando di uomini capaci di violentare una madre davanti al suo stesso figlio e di spararle subito dopo, ridendo mentre lo fanno, canzonando le vittime mentre si allontanano. La guerra in Cecenia trasforma i militari russi in creature bestiali, capaci di assassinare e torturare a sangue freddo per anni. Inevitabilmente le vite che prendono lasciano un segno dentro di loro, li traviano, sconvolgono il loro equilibrio. E quando tornano a casa, in Russia, sono capaci di comportarsi solo come facevano sul territorio di guerra: hanno sviluppato una sorta di dipendenza dalla violenza, sentono l’incessante necessità di uccidere, violentare, torturare. E nell’amata patria, quella per cui combattono, non dispongono di supporto psicologico, cosicché vengono lasciati a loro stessi. Liberi di impazzire.
Putin, i Russi e l’Europa. Putin ha voluto questa guerra per interessi economici, tra cui la presenza di petrolio in Cecenia, e per essere eletto: ha scatenato il genocidio della popolazione cecena così da solleticare il patriottismo dei Russi, indirizzati verso l’odio per questa gente, ormai vista come un popolo di terroristi. Deviati dalla propaganda e dai mezzi di comunicazione controllati dalle autorità, gli abitanti della Russia non conoscono la reale situazione dei ceceni, vivono nell’ignoranza di un conflitto tanto sanguinoso, resi insicuri dai vertici del potere, messi alla ricerca di un’autorità suprema che pensi al posto loro. La Politkovskaja afferma senza mezzi termini che Putin ha portato la Russia alla “cancrena morale”. E dopo l’attentato al World Trade Center, i leader europei hanno deciso di chiudere un occhio su quello che sta accadendo in Cecenia, in cambio dell’aiuto di Putin per combattere il territorio islamico. Questa guerra, alla disperata ricerca di diritti umani e civili, ha ricevuto solo silenzio.
Anna, la giornalista. Oltre a denunciare la crudeltà del conflitto ceceno, Anna Politkovskaja getta uno sguardo sulle tendenze del giornalismo nel suo paese, riportando la prassi del giornalismo ideologico totalmente asservito al potere, ormai mestiere della maggior parte dei suoi colleghi. Il suo giornalismo è diverso: lo scopo è informare e descrivere, raccogliere dati reali e diffonderli il più possibile. Nel corso di quaranta spedizioni in Cecenia, Anna fa esattamente questo. Comunica, rischiando la sua vita, ciò che vede, sente, vive in quella terra. Non si salva da dubbi e incertezze, si chiede perché sta facendo quello che fa, quando potrebbe starsene tranquillamente a casa a godersi una vita semplice con la sua famiglia. Ma il suo desiderio di diffondere la verità è più forte, ed è per questo desiderio che verrà uccisa.
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