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Articolo di Corrado Capone
Scritto il 30 maggio, alle 09 : 17 AM
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“Dei sepolcri” di Foscolo e il suo senso nell’attualità
All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro?
Comincia così il carme Dei sepolcri, l’opera a cui da sempre è legato il nome di Ugo Foscolo. È la più importante, la più letta, la più discussa.
Il sonno della morte, afferma subito l’autore, non è certamente meno duro nelle urne curate e confortate dall’amore dei cari.
Composto di getto, tra l’estate e l’autunno del 1806, il carme si compone di 295 endecasillabi sciolti recanti la dedica all’amico Ippolito Pindemonte. Ben noto è lo spunto storico da cui è nato il capolavoro di Foscolo: l’editto napoleonico di Saint-Cloud (12 giugno 1804), il quale imponeva che la sepoltura avvenisse fuori dalle mura cittadine e che fosse mantenuto l’anonimato per coloro che non potevano permettersi una sepoltura degna. I decreti avevano all’epoca alzato un polverone, innescando una querelle, tanto letteraria quanto civile, sulla funzione religiosa ed educativa della sepoltura.
Non è nuovo, dunque, il tema trattato, nè tantomeno la posizione dello scrittore, che si schierava apertamente contro l’editto di Napoleone. La domanda è legittima: cosa ha reso così celebre I sepolcri, così da scolpire nella storia della letteratura italiana il nome di Ugo Foscolo?
Di certo un peso importante ha l’aspetto stilistico. L’endecasillabo sciolto dell’autore è tortuoso, ricco di inversioni sintattiche e di quelle figure retoriche – su tutti gli enjambements – che agiscono sulla disposizione delle parole. Diciamolo pure chiaramente: il carme si presenta alla lettura, al di là dell’orizzonte ideologico, difficile e a tratti oscuro. Questo ha inciso in due direzioni opposte nella fortuna dell’opera: da un lato ha portato ad un allontanamento dei lettori, ma dall’altro ha innescato una serie di studi, critiche positive, negative e prese di posizione che hanno assicurato al componimento una grande celebrità. Dell’oscurità dell’opera foscoliana si rese fin da subito conto l’abate francescano Aimè Guillon, che in un articolo apparso sul “Giornale italiano” prese una posizione molto dura nei confronti del carme, scatenando la reazione del suo autore con l’opuscoletto – per noi molto importante ai fini della comprensione del testo – Lettera a Monsieur Guillon su la sua incompetenza a giudicare i poeti italiani.
E poi c’è, naturalmente, l’aspetto ideologico. Lontani dall’impronta materialista e meccanicistica della natura, nonchè dalla speranza che le virtù dei grandi cementino lo spirito di una nazione, i lettori di oggi possono però cogliere negli endecasillabi de I sepolcri la note dolce di quella comunicazione tra vivi e morti, che ha costituito un leitmotiv della cultura occidentale sia prima che dopo la venuta di Cristo. In più, il capolavoro di Ugo Foscolo si fa portatore di un messaggio universale, ed è quello della forza intramontabile della poesia, straordinario strumento che ha l’uomo per suscitare i sentimenti più belli e portarli alla luce dagli antri dell’animo. La poesia conserva per Foscolo la forza fondatrice propria del mito, al di là dei limiti temporali e geografici (in tale concezione forte risulta l’influenza della filosofia di Vico). E ha il potere, come il Mito, di ripristinare quella giustizia che la Storia, con il suo corso, ha sopraffatto.
È forse qui, al di là di tutto, nell’intreccio tra Poesia e Civiltà, la forza e l’attualità de I sepolcri.
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