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Scritto il 19 aprile, alle 09 : 46 AM
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Uno dei grandi classici della letteratura di ogni tempo diventa simbolo e paradigma della giustizia.

Simbolo della giustizia di ogni tempo, “I Miserabili” di Victor Hugo

Simbolo della giustizia di ogni tempo, “I Miserabili” di Victor Hugo

Ideato in quattro e scritto nell’arco di circa tredici lunghi anni, pubblicato nel 1862 a seguito di innumerevoli svolgimenti politici, venerato follemente e allo stesso tempo stroncato dalla critica francese contemporanea, I Miserabili di Victor Hugo, indiscutibilmente uno dei libri più importanti del XIX secolo, è forse la più sentita e drammatica rappresentazione di un’umanità lacerata dall’ingiustizia sociale.

Jean Valjean trascorre diciannove anni in carcere per aver rubato una pagnotta di pane. Tornato in libertà ruba dell’argenteria nella casa del vescovo di Digne che lo aveva ospitato. Graziato da quest’ultimo e colpito da tanta generosità, Valjean si redime e veste i panni del benefattore. Durante le sue buone azioni conosce Fantine e sua figlia Cosette, entrambe perseguitate e maltrattate dal subdolo ispettore Javert. Quest’ultimo riconosce Valjean e lo costringe a vivere nuovamente una vita randagia. Quando Fantine muore, Valjean adotterà Cosette come una figlia, promettendosi di difenderla da Javert e di fare qualunque cosa pur di renderla felice.

In una Parigi ottocentesca costruita con dovizia e maestria, in un mondo di poveri dominato dalla burocrazia statale, innumerevoli personaggi prendono vita in un turbinio di eventi e di innumerevoli colpi di scena, senza alcuna tregua. Hugo, maestro tra gli impareggiabili dell’800, concepisce la sua più ardita ed ambiziosa costruzione letteraria personale, fondendo storia, sociologia, politica, geografia ed economia, tutto sorretto da una narrazione che impressiona ancora per pathos e stile.

Alla sua prima comparsa ci fu un trionfo, l’apoteosi. Venne considerato una sorta di antidoto morale contro una società che ammette la miseria, un’umanità che accetta la guerra e una religione che giustifica un assurdo inferno. Hugo il romantico, Hugo l’idealista se vogliamo, ma anche un uomo politico sempre al centro dei più importanti avvenimenti storici della Francia di quel periodo, tendeva con tutta la sua opera artistica verso una concezione di umanità decisamente superiore: società senza frontiere e senza re e uomini liberi che non si appellano ad un testo dogmatico o al misticismo. Sotto molti aspetti I Miserabili è soprattutto un libro sulla fratellanza e sul progresso umano.

Vi è qualcosa in questo libro – perché definirlo romanzo e a dir poco riduttivo – di totalmente estremo, come se l’ingegno del poeta avesse piegato una volta per tutte l’attenzione del pubblico fino ad oggi al suo volere. Collocarlo inoltre in un apposito genere o categoria e quasi fuorviante, fin troppo semplice considerando l’importanza non solo sociale del libro, che ha certamente affascinato ed influito in modo determinante sull’immaginario collettivo del popolo e sui suoi umori, innalzando l’autore e il suo indimenticabile protagonista a ultimi baluardi di un mondo incorrotto e ancora puro.

Non è prima di tutto un libro di “carità”, nonostante abbia alcune caratteristiche in comune con la letteratura moralistica o didattica; è certamente un grande libro di polemica e di rieducazione, ma la protesta non ha forti pretese pedagogiche, e il suo grido sembra quasi implodere in sé stesso, non per chiudersi ma aprendosi a una narrazione che riesce a raggiungere la parte più emotiva del lettore svelando momenti lirici, ironici, delicati e ricchi di compassione, senza quindi mortificarne o ridurne il suo tremendo e saturo realismo. Ne consegue che un’opera di tale livello che ha influito sui costumi e sui modi di pensare del popolo di allora possa essere additata come “scolastica” o addirittura “ideologica”, ma non è il caso, nel modo più assoluto, di questo libro. Hugo aveva un solo partito, quello della parità sociale attraverso la giustizia. Lui è sempre stato, ed è destinato ad esserlo per sempre, un meraviglioso narratore, artefice di storie e personaggi indimenticabili. Come non ricordare, oltre a quelli citati, Eponine, gracile e dolce innamorata morta in povertà; Gillenormand e la sua fierezza; Enjolras, donna dalla natura impavida e guerriera; il virile Combeferre; o Feully, l’orfano che aveva adottato i popoli?

“Finché esisterà, per opera di leggi e di costumi, una dannazione sociale che in piena civiltà crea artificialmente degli inferni e inquini di fatalità umana il destino, ch’è cosa divina: finché non saranno risolti i tre problemi del secolo, la degradazione dell’uomo nel proletariato, la decadenza della donna nella fame, l’atrofia dell’infanzia nelle tenebre; finché in talune regioni, sarà possibile l’asfissia sociale: in altri termini, e da un punto di vista ancora più vasto, finché ci saranno sulla terra ignoranza e miseria, libri della natura di questo potranno non essere inutili.”

Non saranno certamente solo questi i motivi elencati nell’avvertenza in prima pagina da Hugo a rendere questo libro, di esemplare statura e levatura artistica, necessario se non indispensabile. A un secolo e mezzo dalla sua pubblicazione, consentitemi di dire che l’opera I Miserabili, ancora adesso, riempie il cuore inaridito dell’uomo come gli oceani fanno con la terra.

 

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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