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Scritto il 19 aprile, alle 17 : 38 PM
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Quando evocare è più importante che dire

Il potere della parola

Il potere della parola

A cosa pensereste se leggeste ‘fuoco’? Probabilmente al calore. E se invece leggeste ‘ricordo’? A qualcuno che avete amato, forse.

Ecco. Se basta una sola parola, dovunque sia stata letta, ad evocare il sentimento che abbiamo provato per qualcuno, o a far sorgere una sensazione, siamo esattamente nel luogo metaforico in cui domina il potere della parola.

La scelta è semplice, o quasi. Alla grandissima varietà di scrittori, passati, moderni o contemporanei che siano, deve essersi presentata la possibilità di scegliere se rendersi o meno presenti all’interno della propria opera. In base a questa scelta, in un romanzo abbiamo incontrato un narratore onnisciente, uno esterno, ecc. Dopotutto sappiamo quanto l’analisi sulla figura del narratore nella storia letteraria dei romanzi abbia aperto grandi dibattiti critici, sulla ‘giustezza’ di una voce troppo partecipata o troppo assente.

Ma se alla parola è dato di evocare questa parte di realtà, di vita, allora vuol dire che non è sempre necessario, per uno scrittore, fare appello a tutto il suo vocabolario. Spesso il narratore può dire poco, meno di quanto si pensi.

Stephen Crane, ad esempio, non sarebbe stato considerato tra i maggiori esponenti del realismo letterario americano se non avesse avuto, dalla sua, la capacità di raccontare senza raccontare. Una delle sue opere maggiori, considerata tra i classici della letteratura americana, è Il segno rosso del coraggio, romanzo ambientato sullo sfondo della Guerra Civile Americana, che ha come protagonista il soldato Henry Fleming. In un atto di vigliaccheria, il giovane scappa dal suo plotone e vaga nella foresta. Venuto a sapere, poi, che il suo battaglione l’ha avuta vinta nello scontro, prova pena per se stesso, e decide di tornare sui suoi passi. E’ qui che Crane racconta l’episodio di un incontro particolare:

 “Seduto, con la schiena contro un albero simile a una colonna, un morto lo stava guardando. Il cadavere portava un’uniforme che già era stata blu, ma ora si era scolorita in una melanconica sfumatura di verde. Gli occhi che fissavano il giovane avevano assunto quella tinta opaca che si vede sul fianco di un pesce morto. La bocca era aperta, e il suo rosso s’era cambiato in un giallo orribile. Sulla grigia pelle del viso correvano minute formiche. Una sospingeva una specie di involto lungo il labbro superiore.”

 Il narratore dice quello che vede. Non serve sapere tutto. I particolari che leggiamo, sulla scia del ‘ come se ’ della scrittura impressionista, sono solo colori, descrizioni, scatti: le formiche sul corpo del cadavere; le formiche che camminano; la formica che trasporta qualcosa. Sono segnali da cui il lettore elabora. Proprio come nei quadri impressionisti. Le schegge di realtà bastano a farci percepire il sentimento di Henry, che diventa il nostro sentimento. Non abbiamo bisogno di leggere lo ‘sgomento’, noi percepiamo lo sgomento.

In Crane non esiste il giudizio morale.

Un giudizio morale che qualcun altro ha voluto invece mostrare e rendere evidente nelle sue parole. Se il Manzoni non avesse chiamato ‘sventurata’ Gertrude nel romanzo che la condusse a diventare la monaca di Monza, il nostro giudizio sul personaggio avrebbe notevolmente cambiato direzione.

E’ possibile che sia stata la stessa origine statunitense dello scrittore ad averne condizionato lo stile. La letteratura americana stessa fonda le proprie origini sull’importanza della parola.

Quando Enrico VIII aveva creato la Chiesa Anglicana alcuni credenti si erano mostrati in profondo disaccordo con quella decisione, essendo convinti che l’unica strada possibile sarebbe stata quella della lettura integrale delle Sacre Scritture. Avevano abbandonato la loro patria quindi, vagando in Europa, specialmente in Olanda. E poi erano sbarcati in America.

E’ la storia dei Padri Pellegrini, spregiativamente definiti puritani, i quali hanno fondato una vita basata sulla parola sacra. Natura e parola per l’America delle origini, da cui tanti scrittori hanno tratto la lezione.

Se ogni autore è selettivo rispetto alla propria materia, allora cosa viene prima e cosa  dopo la parola? Il lettore, certo.

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Giovanna Nappi


Mi presento. Sono Giovanna Nappi, una studentessa di 22 anni di Lettere, con l'indirizzo di Editoria e Giornalismo. Sono a pochi esami dalla laurea, e sono intenzionata a proseguire negli studi con una laurea magistrale in Informazione e Sistemi Editoriali. Fatta eccezione per alcuni stage in collaborazione con l'università, in cui ho avuto modo di approcciarmi al mondo degli eventi culturali da una parte, e a quello del teatro e del cinema dall'altra, ho poca esperienza che mi auguro di compensare il prima possibile. Ho, dalla mia, una forte passione per la lettura, e a poco a poco arricchisco (molto volentieri) la mia biblioteca personale. Mi ritengo una persona pratica e propositiva, sono disposta a cimentarmi in nuove attività, perché sicuramente mi gioverebbero.


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