Smarrimenti partenopei: Anna Maria Ortese e la sua Napoli incompresa

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Di solito, giunti a Napoli, la terra perde per voi buona parte della sua forza di gravità, non avete più peso né direzione. Si cammina senza scopo, si parla senza ragione, si tace senza motivo, ecc. Si viene e si va. Si è qui o lì, non importa dove. E’ come se tutti avessero perduto la possibilità di una logica, e navigassero nell’astratto, profondo, completo, della pura immaginazione.

Quando cammino per i vicoli di Napoli mi capita spesso di pensare a lei, Anna Maria Ortese, e al suo Mare. Nessuno meglio di lei è riuscito a cogliere la bellezza triviale, affannosa, sciupata di una città magmatica e pericolante che negli anni Cinquanta si rialzava dalla prostrazione della Guerra, ma che tutt’oggi conserva inalterato quello stesso volto, spietato e sofferente sotto la maschera di un’allegrezza effimera, che un colpo di spugna basterebbe a lavare via, mostrando allo sprovveduto viandante la porta degli Inferi, l’orlo dell’abisso su cui si è incautamente avventurato.

Napoli è rassegnato oblio, sbigottimento, smarrimento palpabile. Anna Maria Ortese lo sapeva, l’aveva vissuto sulla sua pelle. Amava la città proprio per quello spaesamento che riconosceva in parte – e riconobbe in seguito totalmente – come suo. L’essere senza radici, la nevrosi convulsa dell’assenza, l’improduttiva operosità di chi si sbatte senza scopo, incurante delle ferite sanguinanti, perché fermarsi equivarrebbe a morire. Questo spaesamento Anna Maria Ortese provò a raccontarlo ne Il mare non bagna Napoli, testamento incompreso d’amore e odio viscerale per quella città che fu per lei Patria e Musa, e insieme trappola opprimente. Incompreso perché le attirò addosso pesanti critiche di anti napoletanità – mosse dai suoi stessi “compagni” intellettuali, la cui indifferenza nei confronti dell’oggettivo degrado cittadino era stata rappresentata nell’ultimo racconto, Il silenzio della ragione – e le costò un esilio da Napoli, volontario ma imposto, che non ebbe mai revoca.

Nata a Roma (1914) da genitori immigrati, Anna Maria Ortese visse una vita nomade sulle orme del padre, impiegato governativo: i primi quattordici anni trascorsero in continui spostamenti tra la Puglia, la Basilicata, la Campania e la Libia, per poi trovare resta a Napoli, dove la famiglia Ortese si stabilì alla fine degli anni Venti.

Il suo sangue misto era un coacervo di diverse meridionalità: padre siciliano di genitori campano-calabresi e madre napoletana, di origini romano-carraresi. Segnata precocemente dalla perdita di due fratelli – uno morto in mare, l’altro, suo gemello, ucciso in Albania, Anna Maria sperimenta ben presto quello spaesamento che la spinge a scrivere poesie. Sono queste morti ad avvicinarla alla scrittura. Appena diciannovenne, ancora sconvolta dalla sua ultima perdita, pubblica su Fiera Letteraria uno dei suoi componimenti, che attira l’attenzione della critica partenopea e dei circoli di intellettuali, giornalisti, editori. Il Gazzettino di Venezia la ingaggia come correttrice di bozze: Anna Maria trascorre anni concitati su e giù per l’Italia.

I lutti l’avevano resa insofferente, viandante ancor più di prima. Quando la vita la prosciugò di tutte le forze, il calore latino di quel sangue che le scorreva in corpo si mise a ribollire. Il sangue la chiamò, e il richiamo del sangue la portò a Napoli. Città di transito marittimo, di siesta e di incontro, crocevia di lingue e culture, miscuglio indistinguibile di voci “così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro” da suscitare nello straniero “effetti di meravigliosa confusione”, solo Napoli poteva sedare il tumulto del sangue, accoglierla come figlia. Fu un legame controverso, quello della scrittrice con la città. Mai parco, mai scevro da insofferenze e fraintendimenti e anzi pervaso della tormentosa impotenza dinanzi a quell’essenza mortifera che apparteneva alla città, ma anche all’animo della donna che in essa si era specchiata, riconosciuta, smarrita. E che, come la città, rifuggiva ogni aiuto, perché non poteva – non sapeva – cambiare.

L’allontanamento forzato dalla patria elettiva la spinge a viaggiare ancora senza meta, senza soldi, senza compagnia. Si stabilisce a Milano, dove dà alla luce Poveri e semplici, vincitore del premio Strega (1967): le proposte editoriali fioccano, ma la Ortese si concede assecondando solo il suo capriccio, non la fama, che invece tarderà ad arrivare. Il suo stile avanguardistico risultava ostico a comprendersi anche ai suoi colleghi dell’epoca. Anna Maria, letterariamente parlando, guardava già oltre quel Mare sconfinato.

C’è chi tuttora la considera una traditrice di Napoli, chi ne Il mare continua a leggere solo mistificazione e ribrezzo; al contrario, ritengo che la Ortese sia riuscita a cogliere, seppure involontariamente, quella caratteristica che rende bella Napoli oltre ogni misura. Perché non c’è moderazione, né misura né mediocrità, a Napoli. Napoli si odia e si ama allo stesso tempo, in maniera incontrollata, viscerale. La sua bellezza sublime e terribile consiste proprio nell’atmosfera di condanna, di ineluttabilità, nell’agonizzante abbandono a se stessa, alla miseria, alla compassione di un Dio che non illumina i suoi vicoli. Come il mare non li bagna.

Napoli possiede la fascinazione del Male, della Natura dirompente e impietosa – come l’intendeva Leopardi – e cieca. La sua bellezza è il rantolo riarso della vita che ti arpiona all’ombelico e ti strattona e non ti dà scampo. Molti artisti ne subirono l’inquietante fascino. Molti se ne innamorarono, a nessuno di loro Napoli si concesse intimamente. Forse solo a lei, Anna Maria Ortese, la città svelò – come un segreto sussurrato da donna a donna – la sua vera essenza, che la scrittrice seppe cogliere nello sfilacciamento umano, nell’aria viziata dei vicoli, delle case dei quartieri poveri, nelle facce grigie dei popolani senza nome, nell’illegalità di vite che si trascinano ubriache di fame e disperazione. Una bellezza commovente e dannata, da far piangere lacrime e sangue. Sbagliata, ineluttabile, eterna. Come fu l’amore di Anna Maria Ortese per la sua Napoli.

Paolo Maurensig ha scritto: “Sono solo un appassionato, un melomane. La musica è la mia consolazione. Quest’arte […] assomiglia all’idea che mi sono fatto della vita”. Sostituite la parola “letteratura” alla parola “musica” e avrete una esaustiva descrizione di me.

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