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Scritto il 9 febbraio, alle 09 : 22 AM
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Rotto, eppure meraviglioso: “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes

Rotto, eppure meraviglioso: “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes

“La necessità di questo libro sta nella seguente considerazione: il discorso amoroso è oggi di un’estrema solitudine. Questo discorso è forse parlato da migliaia di individui, ma non è sostenuto da nessuno; esso si trova ad essere completamente abbandonato dai discorsi vicini: oppure è da questi ignorato, svalutato, schernito, tagliato fuori non solo dal potere, ma anche dai suoi meccanismi.” Roland Barthes

Possiamo descrivere Amore? Potremmo anche tentarci, ma questo non vuol dire che si arrivi ad una descrizione definitiva. Snaturiamolo della sua presunta essenza istituita togliendogli il nome tanto per cominciare, ma a quel punto come riconoscerlo? Ognuno a suo modo ha tentato di esprimerlo a parole, ma dietro ad ogni enunciato ciò che si spalanca è un’infinita possibilità di altri enunciati. Un’esperienza? Bene, ma la psicanalisi insegna che dietro ad ogni gesto potrebbe nascondersi l’altra faccia della medaglia, il profondo, l’invisibile, l’inesplicato piano inclinato dell’esistenza che tutto sa ma che non dice. Quindi cos’è Amore se non Trascendenza? Un trascendente però, sia chiaro, che guarda gli umani, e che rivolge a Dio solo l’orecchio. Amore è Metafisica che non smette mai di esserci, perché non sa che farsene dell’immortalità. Ha bisogno di noi Amore, non viceversa. Ha bisogno del nostro sangue, del nostro corpo, della nostra Arte, dei nostri squarci di ricordi e della nostra speranza. La nostra finitezza lo avvolge e lo sorregge, è Dio nel cuore di un terrorista, sesso e guerra, stupro e carezza, si è immortali solo se si è consapevoli di morire, condannati a morire e poi vivere per sempre. Trascendenza e immanenza coincidono.

Irripetibile nella sua singolarità, il discorso di un innamorato appartiene solo a lui e a nessun altro.

Barthes restituisce questo dono al suo degno custode, all’io individuale, proponendoci un ritratto di quello che è il discorso di un innamorato dentro di sé, che fa e compone amorevolmente di fronte all’altro.

L’innamorato è una persona che corre di continuo, si sposta smanioso, non fa altro che intrigare sé stesso. Amore non si vede, ma si avverte, si percepisce attraverso queste vampate di linguaggio, questi lampi discontinui che spesso si fanno anche attendere, e che inavvertitamente, come una frequenza radio disturbata, si manifestano con messaggi, simboli, figure, in circostanze spesso infime. Amore, con indiscrezione, compie gesta eroiche, e l’innamorato lo segue, felice e inconsapevole, asciugandosi la fronte e passandogli la staffetta: in preda alle sue figure, a queste fragili e dirompenti rappresentazioni di Amore, esso si dimena, si sforza, si prodiga, si cristallizza, si sceglie un ruolo, l’emozione satura e avvince, produce e scalfisce. L’innamorato è una persona che lavora.

Le figure prendono rilievo e consistenza, a patto che si possa individuare qualcosa che è stato letto, sentito e provato. Ogni figura è ben delineata, è memorabile, ma costellata anche da momenti vuoti, che solo un innamorato può riempire, trasfigurare e ritornare a coltivare con la sua vita, come Languore, Immagine, Lettera d’amore, che restano essenze scarne e morte e che solo il discorso vero e potente di un innamorato può riempire di desiderio, immaginazione e drammatica consolazione. Ma chi fa questo discorso non sa di andare in contro ad un libro scritto da sé medesimo. Un innamorato è anche un soggetto culturale, un modello, e le sue parole di continuo  tendono a codificarsi, a costruirsi in appositi liste di un questore, in cataloghi che impoveriscono il nostro parlato in pura maniera. E per spezzare tale legame sociale non potrà né ripetersi, né contraddirsi, né ritornare sul già detto, che sono per lui forme eloquenti ed elogiative del proprio vivere. Egli sa solo che ogni cosa che dirà lo ha già preceduto, riconducendolo alla momentanea paralisi.

Ciascuno quindi deve riempire il proprio già detto, il già contraddetto, con la propria storia, che si scrive e riscrive ogni giorno. Quella figura che Amore ha partorito deve rimanere così com’è, senza intralci o vezzeggiamenti, pronta invece da essere rinnovata, destabilizzata, svegliata dal proprio torpore con l’esperienza dell’innamorato, con gli avvenimenti che scandiscono, come un ticchettio, non le ore che ci hanno preceduto, ma quelle che ci restano da vivere. Come riempire una Topica, ma non una qualsiasi. Ciò che Barthes ha potuto dire sull’Attesa, sull’Angoscia, sul Ricordo, non si presta ad essere letto come si sfoglierebbe un manuale, ma degli spazi semi – vuoti, delle Topiche appunto, affinché il lettore se ne impossessi, li faccia suoi in sé e per sé, che li riempia vivendoli, e che li passi ad altri per essere svuotati e riempiti per l’ennesima di un’infinità di volte.

Ogni figura, in capo alla pagina, ha il suo argomento, mentre alla fine di ognuna vi è una frase non compiuta. Infatti quelle parole che descrivono un momento emotivo per poi fermarsi hanno in cuor loro una valenza e una logica ben precisa. Sono le parole che avvengono nella mente dell’innamorato. È la loro sintassi ad essere pazza, allucinante, disturbata dagli impeti emotivi. L’armonia caotica dell’innamorato, il suo discorso non è dialettico, ma un’enciclopedia infinita, un dizionario che si aggiorna costantemente, un perpetuo calendario di avvenimenti.

Barthes sospenderà il continuo perpetuarsi del suo discorso con innumerevoli rimandi al Werther di Goethe. Ci troverete il Simposio di Platone, lo Zen, tanta psicanalisi, Nietzsche e il misticismo. Ed ovviamente la sua vita. Ma quella di Barthes resterà uno discorso incompiuto, irrisolto a causa della sua stessa natura, perché si conservi e duri solo al di là dei fogli, oltre le righe.

 

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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