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Scritto il 12 gennaio, alle 09 : 00 AM
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Isaac Bashevis Singer: “Gimpel l’idiota” e la grande tradizione ebraica

Isaac Bashevis Singer: “Gimpel l’idiota” e la grande tradizione ebraica

“Dio ha bisogno che l’essere umano lo aiuti a portare il dramma cos­mico ad un finale benefico”. (Isaac Bashevis Singer)

 “Che mondo meraviglioso, un mondo terribile e splendido quello di Isaac Bashevis Singer, Dio lo benedica!” (Henry Miller)

 Sospeso su un filo di nylon, uccello dai mille colori che vola tra l’Europa Orientale e l’America, tra il mondo dei morti e quello dei vivi, la terra e il cielo, Isaac Bashevis Singer, straordinario narratore del secolo scorso, è stato uno scrittore al cui fascino è difficile sottrarsi. La sua estrema fantasia nel narrare è sempre stata disponibile ai mille volti del creato, al mistero e alle meraviglie sconfinate. Leggendolo sembra quasi di inoltrarsi in un cunicolo infinito di voci e storie leggendarie, e di affondare sempre di più nell’incredibile cultura del mondo ebraico, la loro dolorosa coscienza collettiva. Il suo mondo sembra vuoto, ma è popolato da presenze misteriose, che soffrono e giocano ad ogni trappola del destino, influenzando non poco l’immaginario di chi ha avuto la fortuna di leggere le sue immaginifiche pagine. Il narratore è cosciente di essere il vero protagonista delle sue opere, è colui capace di ascoltare i sogni che la gente ha tramandato per millenni, e di questo Singer ne era più che convinto, perché potenzialmente veri, che tutto può accadere. Quindi lo stupore, l’apertura dell’anima alle sorprese, il lato più sconvolgente e fantasioso del mondo: questo è il lascito del suo narrare.

Singer, le cui storie attingono da una cultura sia colta che popolare, è la figura paradigmatica che unisce due tipologie di scrittori: da un lato il narratore legato alla sua terra e alle sue tradizioni; dall’altro il narratore espatriato, che giunge da lontano, costretto dalle circostanze drammatiche che colpiranno il suo popolo ad abbandonare tutto e a rifugiarsi in una terra sconosciuta, l’America del ‘900, l’America degli anni ’30.

Sopravvissuto a un mondo distrutto, sentendosi un immigrato della modernità, la sua condizione di esule trova poetica testimonianza nella lingua della sua scrittura, lo Yiddish. Di origine ebraico – tedesca, diffusasi in tutto il territorio dell’Europa Orientale, scritta con i caratteri ebraici dei testi sacri, viene definita lingua dell’esilio. Esilio: mai parola più rappresentativa per descrivere la religione, la cultura, e le vicende esistenziali di un popolo che solo nell’esilio è cresciuto spiritualmente. E sarà solo nell’esilio che un’Artista come Singer riuscirà a creare mondi meravigliosi all’interno dell’unico mondo possibile.

Gimpel, leggendario personaggio protagonista di una delle sue più celebri storie, sentenzia che << questo mondo è del tutto immaginario d’accordo, ma è parente stretto di quello vero. >>

Ingannato da tutti, fin da bambino verrà continuamente deriso, non tanto per la sua stupidità quanto per la incredibile convinzione che << tutto è possibile, come sta scritto nella saggezza dei Padri. >>

L’inganno cui lo sottopongono continua anche da adulto, arrivando a sposare la donna più disonesta e adultera del paese, mettendo al mondo sei figli da altri uomini. Ma Gimpel non cova nel suo cuore alcun risentimento o forma d’odio nei confronti di sua moglie, la ama perdutamente, ama i suoi figli, e ostenta affetto anche per chi lo tradisce continuamente.

Ma ad un tratto lo Spirito del Male gli farà credere che nel mondo di là non c’è alcun Dio, vi è solo un pantano. Gimpel, che di mestiere faceva il panettiere, avrebbe potuto impastare la farina non con l’acqua, come di solito faceva, ma col suo piscio raccolto in un secchio durante il giorno e condannare tutti nel veleno e nel pianto. Invece non lo fa, si rende conto del suo momento di debolezza, sotterra il pane, lascia ogni cosa e per riparare al cedimento offertogli decide di mendicare per i paesi raccontando storie.

<< Senza alcun dub­bio, il mondo è com­pletamente immag­i­nario, ma una sola volta viene rimosso dal mondo reale… Quando il momento verrà, me ne andrò con gioia. >>

Gimpel, pronto alla morte, dirà di Si alla Vita. E Singer, col suo idiota, risponderà a tutta quella grande, ahimé grandissima tradizione di scrittori del No. Gimpel è colui che non baratta il suo pensiero, non ha alcun bisogno di fare calcoli con la propria esistenza, vive meravigliosamente essendo ciò che è. Rincorre con grazia e singolarità una pace pagata col prezzo dell’insulto, dell’inganno e della vergogna. Il No per Singer è semplicemente stare in silenzio, quel silenzio che imprigiona e che ci rende incapaci di cogliere gli aspetti sublimi del mondo, ed è in fin dei conti il peggior modo di essere uomini.

Singer ha rifiutato quella convinzione che face pronunciare ad Adorno << dopo Auschwitz non c’è più posto per la Poesia. >> Rifiutando il silenzio e la Morte, non seguirà nemmeno il suicidio di Primo Levi, o quel fiume che abbracciò per sempre Paul Celan.  Perché la voce di Gimpel è la voce della resistenza all’odio. A tutto l’odio del mondo.



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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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