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Scritto il 5 gennaio, alle 09 : 30 AM
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Combinazioni e limiti della narrativa: “Le Cosmicomiche”, lascito estremo di I.Calvino

Combinazioni e limiti della narrativa: “Le Cosmicomiche”, lascito estremo di I.Calvino

“…A ogni secolo e a ogni rivoluzione del pensiero sono la scienza e la filosofia che rimodellano la dimensione mitica della immaginazione, cioè il fondamentale rapporto tra gli uomini e le cose” (I.Calvino)

Le nuove curiosità scientifiche e culturali in generale di Calvino, e la sua attenzione per la combinazione narrativa, trovano maggiore espressione in una serie di racconti pubblicati negli anni ’60 e raccolti in due volumi, Le Cosmicomiche (1965) e Ti con zero (1967), cui si aggiungeranno altri pochi testi che andranno a formare la raccolta completa dal titolo Le Cosmicomiche vecchie e nuove (1984).

Il termine Cosmicomiche non ci deve trarre in inganno: simo molto lontani dal mondo comico di Marcovaldo, e tutti i bizzarri personaggi sono catapultati in tempi lontanissimi dal nostro, nelle più lontane dimensioni dello spazio e del cosmo. Sono storie sia comiche che fantascientifiche, ma con caratteristiche ben precise: l’una, la comicità, è quella cara a Calvino, sempre in movimento con sorprese e scambi imprevedibili, ricca di trovate accattivanti e geniali; l’altra, la fantascienza, anziché rivolgersi a mondi futuri, analizzando le ipotetiche sorti della civiltà umana, tende a rappresentare, a suo modo, il passato che ha preceduto l’esistenza dell’uomo, con figure che simboleggiano le diverse situazioni che di volta in volta le teorie scientifiche hanno avanzato nel corso dei secoli sulle origini della Terra e dell’Universo.

La maggior parte delle storie sono affidate alla voce narrante di un personaggio dal nome stranissimo, Qfwfq, che ha attraversato le varie fasi di tutto il divenire cosmico, presentando con incredibile disinvoltura tutte le più incredibili, e a volte anche improbabili, situazioni che il cosmo può aver assunto nel suo lontanissimo passato: La distanza della Luna parla della vicinanza della Terra dalla Luna per arrivare al loro reciproco allontanarsi; Tutto in un punto ci descrive la concentrazione dell’Universo in un solo punto, mentre in Senza colori lo strambo narratore ci presenta una Terra senza atmosfera e senza colori.

Ciò che più incalza durante la lettura è questa grande scommessa che Calvino ci propone: sui limiti della narrazione, la continua scoperta di inedite combinazioni narrative. È una scrittura che galleggia su un caos informe e che cerca di definirlo, un gioco capriccioso con la materia, lo spazio e il tempo, divertendosi a comporli e a scomporli cercando di creare un mondo comprensibile e riconoscibile. Il narratore esplora un mondo che è solo una mera rappresentazione di esso, probabile o improbabile, e fa i conti con tutto ciò che nella nostra vita sembra impensabile, cioè tutto quello che la scienza moderna ha cercato di dimostrare, che non solo tutte le civiltà storiche, ma che la nostra stessa vita sulla Terra deriva solo da una delle tante possibili realizzazioni del cosmo.

Quindi il comico nasce appunto da questa correlazione che Calvino instaura tra il “mondo altro” e gli oggetti più comuni della vita quotidiana, attraverso cui costruisce le sue mirabolanti storie. Esseri impossibili se non per la nostra immaginazione, connubio di realtà cosmiche col mondo animale, acquistano tratti antropomorfi davvero inquietanti, popolano la vita familiare, sono protagonisti in buffi rapporti con i vicini di casa, e li vediamo lavorare in situazioni tipiche della moderna civiltà industriale. In un’epoca spazio temporale immaginaria, delimitata da un orizzonte cosmico inusuale per le convenzioni sociali, appaiono manufatti moderni in allucinanti paesaggi urbani sovrappopolati da presenze di svariato tipo; lo spazio siderale è scosso da vibrazioni erotiche, attraversato da tensioni psicologiche dai tratti tipicamente umani. Pur gettando il suo sguardo nelle profondità del cosmo, Calvino non perde di vista i paesaggi tipicamente industrializzati, offrendo un’immagine apocalittica del mondo contemporaneo: ne La molle Luna ipotizza uno scambio di materia tra la Terra e la Luna, e mette a contatto la crosta terrestre fatta d’industrie e costruzione geometriche, che ha come emblema le torri di New York, con la sostanza molle e vischiosa della superficie lunare, che riduce la solidità dei palazzi in forme prive di senso; in Le figlie della Luna si assiste ad un’ipotetica cattura della Luna che verrà gettata in una discarica di rottami a cielo aperto, liberata alla fine da un gruppo di emarginati che vivevano tra i rifiuti.

Poi vi sono i racconti che lo stesso Calvino ha definito << deduttivi >>, e che portano alle estreme conseguenze la combinazione narrativa: Ti con zero analizza le possibilità spazio temporali di una freccia che un cacciatore scaglierà contro un leone; L’inseguimento e soprattutto Il guidatore notturno, che definisco con dolente disincanto l’impossibilità di vivere in un mondo fatto solo da simboli e ipotesi, condannati ad un’ermeneutica condizione dell’esistenza; mentre ne Il Conte di Montecristo un gruppo di prigionieri tentano di scappare dalla prigione cercando di studiare la struttura stessa dell’edificio, confondendo una mappa con la realtà in cui si trovano condannati a vivere.

Il grande messaggio di Calvino è che per ogni Artista, come per ogni intellettuale, è impossibile concepire la società come qualcosa di unitario. I livelli che costituiscono il reale, le strutture culturali che sono avanzate nel corso della storia umana, le temporalità che hanno attraversato la Storia non sono, e non possono essere, riconducibili ad una Legge eterna, ad uno Spirito che ci consenta di svelare la Verità che sta dietro a tutte le cose. Ciò che la Letteratura può fare è quella di proiettare la propria coscienza su questo Caos, ed ammettere con fatica che se la Vita avesse un Senso non avrebbe alcun senso vivere.

 

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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