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Scritto il 25 dicembre, alle 09 : 14 AM
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Come ritrovare il bambino che è in sé. Gianni Rodari, fantasia a briglia sciolta

Come ritrovare il bambino che è in sé. Gianni Rodari, fantasia a briglia sciolta

Diciamocelo. Il Natale è una festa dedicata soprattutto ai bambini. Chi meglio di loro, con gli occhioni luccicanti d’attesa nella sera della vigilia, consumati dall’ansia anticipatrice di godimento che prelude al rituale dello spacchettamento dei regali, chi meglio riesce a incarnare lo spirito genuino e delicato dell’atmosfera natalizia, carica di buoni propositi e speranzose aspettative? Nessuno.

Quando ho scoperto che avrei dovuto pubblicare questo post a Natale, mi sono chiesta che vita raccontare; ho scoperto, con rammarico, che nessuno scrittore a me noto s’era mai dedicato esclusivamente a tematiche natalizie. Invece c’è uno scrittore che s’è rivolto (quasi) esclusivamente ai bambini. Gianni Rodari è stato una scoperta inaspettata, che devo interamente alle colleghe “letterate” che me l’hanno suggerito. Perché, come vuole la tradizione di un’Italietta che troppo spesso celebra la mediocrità e dimentica diversi tipi di grandezza, Gianni Rodari, la sua vita e le sue opere, erano anche a me in buona parte sconosciuti. Sentito dire, sì; letto poco. Ricordo solo – e vagamente per giunta – un libro di sue filastrocche, che mi fu regalato nella preadolescenza da qualcuno che aveva a cuore la mia persona. La copertina recava un’immagine colorata di saltimbanchi: un sapore anni Cinquanta un po’ retrò che, a dirla tutta, non riuscì nemmeno a catturare la mia attenzione, figuriamoci a entusiasmarmi. Lo spiluccai qua e là, ma senza particolare voglia. Poi l’abbandonai. Il ricordo mi rimase sepolto nel preconscio, pronto ad agganciarsi alla prima sollecitazione: ed eccolo qui, riaffiorare anni dopo dal dimenticatoio in cui la mia coscienza l’aveva relegato a causa della sua quasi totale mancanza d’attrattiva per una decenne distratta e, a dirla tutta, un po’ anomala.

La stessa mancanza d’attrattiva per fortuna non si può ascrivere all’autore del libro: perché se c’era una cosa che Gianni Rodari sapeva fare, era proprio parlare ai bambini. Il suo era un dono, una propensione naturale, un’attitudine non appresa: per parlare ai bambini e con i bambini bisogna innanzitutto conoscerli. E per conoscerli bisogna non aver dimenticato di essere stati bambini. Gianni fu un bambino – e successivamente un adulto – schivo, timido, riservato. Tanto che la madre tentò d’avviarlo alla carriera ecclesiastica, prima di capire che non c’era tagliato. Dicono di lui che parlasse poco, ma quando lo faceva lo faceva come si deve. Coltivava all’ombra dei silenzi una lussureggiante fantasia e una vena umoristica delicata, mai offensiva, mai volgare; quando la tirava fuori sapeva freddare l’interlocutore, ma senza cattiveria. I bambini gli piacevano, certo; in loro compagnia era estremamente spontaneo, più che con qualunque adulto. Ma, in linea con la sobrietà del suo carattere, non ne ricercò mai la compagnia: erano piuttosto i bambini ad avvicinarsi a lui. Non soltanto perché aveva qualcosa da dire – tutti gli adulti hanno sempre qualcosa da dire, e da insegnare, ai bambini – ma perché sapeva come dirlo. Gianni sapeva ascoltare i bambini: spesso, durante gli anni trascorsi da maestro in diverse scuole del Varesotto, leggeva ai suoi piccoli allievi i suoi racconti e poi domandava a ciascuno che cosa gli fosse rimasto più impresso. Cercava di capire cosa catturasse l’attenzione dei bambini, per migliorare le sue storie. Teneva i bambini in grande considerazione, come individui prima di tutto, e poi come persone dotate di senso critico. Dai bambini voleva imparare: perciò riusciva a insegnare loro qualcosa. Li sapeva ascoltare, li trattava da pari a pari. Sapeva che per interessare i piccoli bisogna trovare sempre nuovi modi di attirare la loro attenzione.

Sapeva tutte queste cose, Gianni Rodari, ma non perché le avesse imparate. Le sapeva così, all’impronta, o a naso, perché sentiva ch’erano giuste. La pedagogia restrittiva e formale dell’epoca, incentrata su un rigido sistema di regole corroborate da premi e punizioni, aveva certo ben poco a che vedere con i sistemi educativi contemporanei che, forse proprio a partire dalle intuizioni di Rodari, mettono al centro della formazione il rapporto interattivo tra docente e discente e la valorizzazione delle potenzialità individuali. Gianni queste cose le aveva capite e messe in pratica molto prima che gli scenari collettivi le fiutassero soltanto; a lui dobbiamo un nuovo modo di guardare all’infanzia, con rispetto, cura e attenzione. Perché i bambini sono piantine delicate: per farle crescere sane e robuste, bisogna avere pazienza, amore, una cura particolare; e soprattutto, usare il concime della fantasia.

Orecchiando gli echi degli insegnamenti psicoanalitici, che qualche decennio prima avevano attirato l’attenzione sulla centralità della fantasia nella vita psichica dell’infante, Gianni Rodari dava estrema importanza alla capacità di immaginazione:

La fantasia fa parte di noi come la ragione: guardare dentro la fantasia è un modo come un altro per guardare dentro noi stessi.”

Credo che mai nessun maestro, pedagogo o genitore avesse mai riconosciuto, prima d’allora, alla fantasia uno statuto paritario a quello della ragione, che la logica illuministica ha messo – a torto – avanti a tutto.

L’unica spiegazione plausibile a questo pionierismo psico-pedagogico è che Gianni ricordasse perfettamente la sua infanzia: i sogni, le fantasticherie, i mondi paralleli costruiti durante gli anni trascorsi tra i banchi di una scuola di provincia e il forno del padre, scomparso prematuramente – s’ammalò di polmonite, anche lui cuore gentile, per un’infreddata presa per salvare un gattino abbandonato, come lo stesso Gianni racconta (1973) nella celebre Grammatica della fantasia  Gianni non deve averli mai dimenticati. E certo che no, visto che continuavano a trovare sfogo nella scrittura che, insieme all’insegnamento, è l’altra passione di Gianni, quella che gli darà più soddisfazioni ma allo stesso tempo anche più tormenti, portandolo a un successo tardivo – la fama arriva solo quando (1960) inizia a lavorare, peraltro quasi a titolo gratuito, per Einaudi – che non gli garantisce nemmeno la sopravvivenza – per arrotondare Gianni scrive articoli per il Corriere dei piccoli, proseguendo di pari passo la carriera giornalistica iniziata all’Unità di Milano.

La sua scrittura ha il dono di una sagacia originale e delicata, una prosa diretta e facilmente accessibile, che gioca con le parole piuttosto che farne metafora inaccessibile e soggetta a interpretazione. La sua è una letteratura rivolta essenzialmente ai bambini, con scopi educativi anche abbastanza espliciti, ma che si presta a diversi livelli di comprensione, e riesce ad ammaliare anche gli adulti, suscitando un sorriso di compiaciuto apprezzamento; una scrittura semplice ma non semplicistica, onesta ma non banale.

Proprio com’era Gianni. Un uomo umile, di origini modeste e ideali semplici, attento ai particolari che fanno l’insieme, contrario alla guerra in ogni sua forma e manifestazione e amante delle piccole gioie della vita. Una di queste, la scrittura, l’ha reso immortale senza che nemmeno avesse il tempo di accorgersene: muore prematuramente, a 59 anni, per un collasso cardiaco seguito a un intervento di disostruzione di una vena. Ma Gianni rivive, ogni qualvolta un sorriso aleggia sulle labbra di un adulto che incrocia per caso una delle sue storie, e soprattutto, ogni volta che una lampadina di comprensione si accende nella mente di un bambino, facendogli compiere un altro piccolo passo sul lungo cammino della crescita.

Vi lascio con una storia e con l’augurio, per questo Natale, di ritrovare il bambino che è in ognuno di noi, e di re-imparare a fantasticare, stupendosi ogni volta della splendida assurdità del mondo.

C’era una volta un’Acca.

Era una povera Acca da poco: valeva un’acca, e lo sapeva. Perciò non montava in superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano:

E così, saresti anche tu una lettera dell’alfabeto? Con quella faccia?

Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia?

Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all’estero ci sono paesi, e lingue, in cui l’acca ci fa la sua figura.

“Voglio andare in Germania, – pensava l’Acca, quand’era più triste del solito. – Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime”.

Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l’autostop.

Apriti cielo! Quel che successe da un momento all’altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere.

Le chiese, rimaste senz’acca, crollarono come sotto i bombardamenti. I chioschi, diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po’ dappertutto.

In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l’acca, era stato come levargli le ali.

Le chiavi non aprivano più, e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all’aperto.

Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole.

Non vi dico il Chianti, senz’acca, che sapore disgustoso. Del resto era impossibile berlo, perché i bicchieri, diventati “biccieri”, schiattavano in mille pezzi.

Mio zio stava piantando un chiodo nel muro, quando le Acca sparirono: il “ciodo” si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro.

La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Jonio, non un solo gallo riuscì a fare chicchirichì: facevano tutti ciccirici, e pareva che starnutissero. Si temette un’epidemia.

Cominciò una gran caccia all’uomo, anzi, scusate, all’Acca. I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza. L’Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: Resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciremmo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c’è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capo-stazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei diventerebbe il capo-stazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione.

L’Acca era di buon cuore, ve l’ho già detto. È rimasta, con gran sollievo del verbo chiacchierare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un’altra volta.

Per me che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli “occiali” senz’acca non ci vedo da qui a lì.

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Giuliana Gugliotti


Paolo Maurensig ha scritto: “Sono solo un appassionato, un melomane. La musica è la mia consolazione. Quest’arte […] assomiglia all’idea che mi sono fatto della vita”. Sostituite la parola “letteratura” alla parola “musica” e avrete una esaustiva descrizione di me.


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