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Scritto il 14 novembre, alle 13 : 36 PM
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La città vecchia: quando la poesia incontra la musica. Umberto Saba e Fabrizio De André

La città vecchia: quando la poesia incontra la musica. Umberto Saba e Fabrizio De André

 

Uno degli esempi più fulgidi della grandezza di De André è la capacità di rielaborare e alcuni casi realmente prendere di peso la poesia italiana e francese, per confezionare un grande brano. Faber, infatti, la pensava come T. S. Eliot: “I cattivi poeti imitano, i bravi poeti rubano”. In senso buono, s’intende.

 

È questo il caso de La città vecchia. Musicalmente è una mazurka che offre rimandi precisi a Le bistrot di George Brassens, importante punto di riferimento di De André.

 

Da un punto di vista testuale, invece, il nume tutelare è Umberto Saba, che aveva scritto una poesia dallo stesso titolo, La città vecchia, riferendosi però alla zona portuale di Trieste:

 

 

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene e che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
 

 

 

Saba parlava di “prostituta e marinaio, il vecchio / che bestemmia, la femmina che bega” e concludeva dicendo che “sono tutte creature della vita / e del dolore”.

 

Nel testo di De André, rispetto a quello originario di Saba, vi è un maggior realismo accompagnato a una semplificazione del lessico, delle immagini e dei concetti e irrobustito da un fortissimo gusto narrativo.

 

 

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi,
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi.
Una bimba canta la canzone antica della donnaccia,
quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui fra le mie braccia.
E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza.
Dove sono andati i tempi d’una volta, oh, per Giunone!
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione?
Una gamba qua, una gamba là gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino.
Li troverai là col tempo che fa estate e inverno,
a stratracannare, a stramaledir le donne, il tempo ed il governo.
Loro cercan là la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere.
Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte,
porteran sul viso l’ombra d’un sorriso fra le braccia della morte.
Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione.
Quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie,
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.
Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte,
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette.
Quando incasserai, dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire: micio bello e bamboccione.
Se t’inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
in quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori,
Lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano,
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai e giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese.
Ma se capirai, se ricercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo

 

Il cantautore propone una serie di “quadri” di vita di un quartiere genovese del centro storico, attraverso i quali rappresenta il mondo degli emarginati, a lui così cari e troppo spesso dimenticati, persino dal buon Dio.  In questo caso De André prende in prestito due versi di una poesia di Prévert, Embrasse Moi, del 1946: “Il sole del buon Dio non brilla dalle nostre parti / ha già troppo da fare nel quartiere dei ricchi”. Fabrizio lo trasformò in: “Nelle strade dove il sole del buon Dio / non dà i suoi raggi, / ha già troppi impegni per scaldar la gente / d’altri paraggi”.
Prostitute e pensionati sono descritti con evidente simpatia, perché raffigurano la schiettezza contro il vecchio professore dall’ambiguo comportamento. Proprio quest’ultimo rappresenta la società e
la morale borghese, mortifera, in quanto vuole bloccare il divenire, nella pretesa di uniformare, omologare, conformare e rendere tutti gli uomini simili fra loro; il borghese si preoccupa di essere integrato, allineato e leale con il sistema. Tuttavia sarà proprio questo personaggio a infrangere segretamente “il sistema”, in cerca forse di un sé stesso più autentico di quello che è costretto quotidianamente a recitare.

 

Le ultime due strofe delineano con maggiori particolari la zona del porto e i personaggi che lo abitano: ladri, assassini, approfittatori senza scrupoli. Ed è proprio qui che si esprime la pietas di De André; egli chiede di non giudicare con il metro della legalità e della mentalità borghese, poiché essi non sono null’altro che vittime della società e della storia: “ Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

 

Presentando La città vecchia durante un’esibizione del ’97, De André disse:

 

è una canzone del 1962, dove precisavo già il mio pensiero. Avevo 22 anni ma il mio pensiero non è cambiato, perché un artista, a qualsiasi arte si dedichi, ha poche idee, ma fisse. Io credo che gli uomini agiscano certe volte indipendentemente dalla loro volontà. Certi atteggiamenti, certi comportamenti sono imperscrutabili. La psicologia ha fatto molto, la psichiatria forse ancora di più, però dell’uomo non sappiamo ancora nulla. Certe volte, insomma, ci sono dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e cosa sia l’errore.

 

Tale conclusione sostiene e giustifica le commosse parole finali di questa canzone.

 

Un insegnamento, questo, da tenere bene a mente. Troppo facile giudicare, troppo difficile comprendere, capire, immedesimarsi. Una società, la nostra, che si regge purtroppo sui pilastri dell’ipocrisia.

 

 

Curiosità: Il brano fu censurato, nel 1965. I versi “quella che di giorno chiamo con disprezzo specie di troia / quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia” furono sostituiti con “quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie / quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie”. La versione fu incisa ma, a causa della censura, subito ritirata dalla casa discografica.

 


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Emiliana Cristiano


Emiliana Cristiano, nata il 5 febbraio, laureata in Lettere Moderne presso l'università "Federico II" di Napoli è attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze del Testo (Letteratura e comunicazione culturale) alla "Sapienza" di Roma. In passato ha collaborato con settimanali e quotidiani locali; coltiva da sempre il suo interesse per la letteratura, che affianca a quello per la musica e il cinema. A sette anni scriveva in un tema che da grande avrebbe voluto essere una poetessa; oggi aspira anche a diventare colei "che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale."


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