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Scritto il 10 novembre, alle 09 : 06 AM
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Auto da fé (Elias Canetti)

Auto da fé (Elias Canetti)

Auto da fé rappresenta, nonostante l’apparente forma del romanzo atipico, la sintesi encomiabile e straordinaria della varia e incredibile attività letteraria di Elias Canetti, come saggista e romanziere, ma soprattutto come intellettuale ed acuto pensatore, tra i più autorevoli del ‘900.

Come la Divina Commedia, Auto da fé ha una struttura tripartita: I – Una testa senza mondo; II – Un mondo senza testa; III – Il mondo nella testa. La cosa che sorprende è il percorso che, a differenza di quello dantesco, risulta essere completamente rovesciato. La prima parte sembra essere una specie di Paradiso: viene presentata la vita del sinologo (colui che studia cultura cinese) Kien, che vive beato in mezzo ai suoi libri, fedelmente e silenziosamente accudito dalla serva Therese. Nella seconda parte ci viene presentato un ipotetico Purgatorio: Kien, che per incauta ingratitudine ha sposato Therese, deve disfarsi la sua carriera da bibliofilo, subisce una drastica riduzione di spazio e di silenzio tra se e la sua biblioteca a lui tanto cari quanto sacrileghi, e finisce per fuggire di casa dove frequenta per necessità e disperazione un susseguirsi di individui che lo trascinano nelle profondità più luride e fangose della realtà umana. Nella terza ed ultima parte, questo nostro personalissimo Inferno, succede quello che ne segue: nonostante l’aiuto del fratello psichiatra Georges risulterà decisivo per liberarsi una volta e per sempre dalla diabolica Therese e dai suoi compari, Kien ritornerà finalmente nel sacrario della sua biblioteca, ma quel sacrario sarà ai suoi occhi un luogo profanato per sempre, perderà ineluttabilmente il lume della ragione e la follia lo devasterà, fino al tragico epilogo.

Kien risulta essere il simbolo di una personalità abietta e inetta, imprigionato in quel bozzolo fatto di carte e polvere qual era la sua biblioteca. Interessato da una scienza fossile, una materia per nulla utile al conseguimento di una vita intellettuale che avrebbe potuto gratificarlo, e tiranneggiato da una moglie aggressiva, gretta, intollerante e fintamente perbenista. Così ci troviamo di fronte ad un anti – eroe: Canetti distorce la figura del suo protagonista in una caricatura grottesca, lo crea appositamente per il nostro disprezzo con un pizzico di pietà che fa venire quasi il voltastomaco, trafitto brutalmente da Therese, sadicamente, nel cuore della sua esistenza: i libri, la sua biblioteca, il silenzio sacro degli studi, l’intimità culturale che da essa sembrava pervenirgli, per poi ridicolizzarsi, in una disgustosa auto – immolazione, in un finale tragico e mortale allo stesso tempo.

Kien così diventa il protagonista indiscusso di questo romanzo che risulta essere una comica e oscena galleria di folli, come ad esempio Fischerle che vive esclusivamente per il gioco degli scacchi, oppure il fratello di Kien, Georges, assiduo nei suoi esperimenti di psichiatria, l’ex poliziotto Plaff, la cui libidine per ogni forma di violenza lo porterà al brutale assassinio della moglie e della figlia, o la tirannica e avida Therese, tradita stupendamente dalla sua maschera mostruosa.

Il romanzo, nonostante la mole incredibile di pagine che lo compongono, è una delle prove letterarie più avveniristiche del secolo scorso: nessun sentimentalismo, nessuna morale che potrebbe compiacere il lettore, e certi scambi di battute, certi monologhi così efferati e dissacranti, certa violenza nell’aggredire il bersaglio sembrano sintomi stilistici di un prodotto magnificamente surrealista.

Libro pessimista? Prodotto meta – narrativo? Satira didattica non priva di speranza? Opera che si colloca perfettamente in un contesto mitteleuropeo nonostante la sua bizzarra originalità?

Non riuscirei mai a negare o sposare una di queste tesi, e non farei altrettanto per molte altre dicerie che sono state reclamate attorno quest’opera col timore di ridurre la grintosa ambiguità di questo libro straordinario. Ciò che resta è una piccola ma indelebile certezza: Auto da fé, per motivi che mai riuscirò ad esporvi, resta uno dei pochissimi libri, per autorevolezza artistica e dignità filosofica, davvero importanti di tutto il ‘900.


 


 

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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