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Scritto il 20 ottobre, alle 09 : 07 AM
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Essais (M. E. de Montaigne)

Essais (M. E. de Montaigne)

<< Sono io l’oggetto del mio pensiero >>

Pubblicata in tre versioni differenti, nel 1580, nel 1582 ed in quella definitiva del 1588, gli Essais di Michel E. de Montaigne resta un’opera intramontabile, l’opera più acclamata e celebrata nei secoli del suo autore. Negli Essais tutto il pensiero di Montaigne, oltre a tutta la sua viscerale visione sull’esistenza, confluisce in un prodotto letterario unico e irripetibile, non tanto per il posto che gli è stato assegnato tra i grandi precursori – forse l’unico – della cultura moderna e illuministica quanto invece per le sue strabilianti doti linguistiche e letterarie, e per i suoi contenuti dalla sfaccettata e sgretolante bellezza stilistica.

Nelle sue riflessioni egli porta quel senso positivista e realistico che rende la sua filosofia prevalentemente pratica, una filosofia dell’esperienza. Quando cominciò a scrivere probabilmente non aveva in mente un’idea chiara di ciò che stava per fare. Chiuso nel suo castello cercando la tranquillità assoluta, quasi catartica, uno spirito così portato all’indagine speculativa, così equilibrato che rifuggiva da ogni forma di violenza, non poteva trovarsi che a disagio in quel torbido periodo storico che stava vivendo il popolo francese, ferito dalla guerre civili sotto l’effige della contestazione religiosa. Fu allora che cominciò, quasi come se fosse una esercitazione grammaticale o di scrittura, quell’attività da pensatore dagli orizzonti così vasti che si attuerà in una potente orchestrazione di forme e di immagini.

Classificare gli Essais, quindi classificare lo stesso Montaigne è un procedimento non solo molto difficile, ma forse impenetrabile sia sotto il profilo del metodo (vi è un metodo per fare ciò?) e sia sotto il profilo critico. Sembra del tutto un’opera vana. Questa straordinaria personalità, spesso con mezzi apparentemente semplici ma congeniali ed efficaci al suo stile diretto ed asciutto, quasi narrativo nonostante in molti – per ovvi motivi – la spacciano tutt’ora unicamente per opera filosofica, ha raggiunto spesso altezze artistiche impressionanti per efficacia ed originalità poetica.

Che cosa rappresenta quindi Montaigne nella storia letteraria e nella storia del pensiero umano? Prima di tutto, e lo ribadisco senza mezzi termini stavolta, egli fu la più importante ed eminente figura intellettuale della Francia del XVI secolo, e l’influenza del suo capolavoro andò oltre le mura del suo castello e i confini della sua nazione; un’opera squisita, in cui i suoi argomenti vengono trattati con un’amabilità ed una finezza, oltre ad una certa invidiabile eleganza, dai meriti incommensurabili, con una lingua ed una ricercatezza linguistica che ha paragoni solo se accostata al lavorio minuzioso di Flaubert o alle architetture barocche del Proust. Mentre, per quanto riguarda la sua filosofia mi sembra logico constatare che per chiunque sarà del tutto inutile schematizzarla in un sistema: alla base del pensiero, ed in un certo senso della poetica, di Montaigne vi è un continuo mutare delle cose, il perpetuo trasformarsi della realtà che concerne il vacillamento di ogni certezza storica. Essendo un eclettico, uno che ama addentrarsi nel multiforme e nel plurale, non amava accostarsi ad una sola scuola, ma scoprire e cercare vari sistemi filosofici che la sua sensibilità e il suo gusto gli suggerivano. Montaigne si esercitava alla critica di ogni metodo di ricerca , ed il suo spirito tollerante lo portava ad essere aspro ed imperturbabile nei confronti dell’assolutismo dogmatico della religione di quel periodo, consacrandosi come il più grande esempio di temperamento intellettuale, assieme a Giordano Bruno e ad Erasmo da Rotterdam, di tutto l’Umanesimo europeo.

Solo chi ha davvero intenzione di addentrarsi nei piani irregolari ed obliquamente sconcertanti della propria esistenza potrà affrontare una lettura come gli Essais. 


 

 

 

 


 


 

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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