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Scritto il 18 agosto, alle 15 : 03 PM
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L’uomo senza qualità (R.Musil)

L’uomo senza qualità (R.Musil)

À Giu<< Lo spirito disfa, scompiglia e ristabilisce in un nuovo rapporto. Il bene e il male, il sopra e il sotto, se non sono per lui concetti relativi in senso scettico, sono però membri di una funzione, valori che dipendono dalla concatenazione in cui si trovano. […] Egli non riconosce nulla di lecito o d’illecito perché tutto può avere una qualità che lo immetta un giorno in una nuova grande correlazione. Segretamente odia a morte tutto ciò che si da l’aria d’essere stabilito per sempre, i grandi ideali, le leggi e la loro piccola impronta pietrificata, il carattere pacifico. >>

In questo passo (parte II cap.40) sembrano convergere tutte le linee di forza del romanzo L’uomo senza qualità, la visione del suo artefice, Robert Musil, e le tre colonne portanti che hanno contribuito in modo decisivo alla formazione dell’autore: Nietzsche, Mach e la psicologia della Gestalt.

Dal primo Musil trae la concezione antimetafisica della realtà, quella famosa critica dei valori intesi come dati immutabili, l’intuizione nietzscheana del mondo come totale razionalità e serbatoio di energie vitali, nel quale la mente ha il compito analitico – sperimentale di tutelarne la circolazione e preservarle dalla costrizione di quelle “leggi universali” prive di fondamento ontologico; la fisica e la psicologia di Ernst Mach gli hanno trasmesso la teoria secondo cui la realtà altro non è che uno sterminato intreccio di “sensazioni”, libere ed unificate medianti criteri funzionali affinché siano percepite: l’Io, lo Spazio e il Tempo, ad esempio, sono costruzioni fittizie, ma tutte rispondenti a puri fini utilitaristici, poiché solo tramite quelle funzioni è possibile orientarsi nel mondo; solo subito dopo venuto a conoscenza delle teorie della Gestalt che Musil acquisirà la decisiva lezione che quelle sensazioni non sono fittizie, ma rigorosamente concrete, e che trovano posto nell’esperienza immediata, sensibile ed intellettuale. Quindi il mondo resta fluido, mutabile, soggetto a continue trasformazioni, perennemmente rinnovabile, ma vincolato sotto le ferree ed inestricabili capacità intellettuali dell’uomo, la cui mente è sola a creare la realtà, a dare un nome al mondo. Considerando questo, l’Io è costruzione organica fittizia, ed in quanto tale può subire anch’essa una mutazione continua. Il giovane scrittore sapeva benissimo che non poteva affidarsi al mondo esterno, perché fuori non vi è alcuna forma definita, quindi è solo dall’interno, il proprio Io interiore, che dovrà cercare di costruire una propria forma, e trovare un equilibrio adatto che gli consenta un rapporto vivo e duratoro col reale.

Questo è l’imperativo categorico, la motivazione definitiva alla composizione dell’opera. L’uomo senza qualità, al quale Musil lavorò quasi per tutta la vita, romanzo incompito che fa della sua incompiutezza ulteriore pregio stilistico, è una delle massime costruzioni letterarie del ‘900, e un’insuperabile rappresentazione della grande crisi del secolo.

Nel suo saggio del 1913, L’uomo matematico, Musil affermava che la matematica dispone di

<< una meravigliosa apparecchiatura spirituale fatta per pensare in anticipo tutti i casi possibili. >>

Ma dopo aver rilevato che il matematico applica la sua scienza nel campo che gli è proprio, quella della razionalità e dell’intelletto, Musil aggiungeva verso la fine del saggio:

<< l’intelletto però si espande intorno, e appena tocca il sentimento diventa spirito. >>

È un’osservazione assai importante: lo spirito per Musil è il luogo in cui l’uomo si palsma, come un insieme organico, in quanto la parte sentimentale di essa non rimane estranea alla parte oggettiva, razionale, senza che l’una non si somma meccanicamente con l’altra; l’Io autentico privilegia che entrambi le parti, sentimento e intelletto, interagiscano potenziandosi a vicenda, in un rapporto d’interazione attraverso cui poter aspirare alla realtà esterna.

In una Vienna alle soglie della grande guerra il protagonista Ulrich non sa ne vuole dare corpo e forma alle proprie inclinazioni per una sorta di malattia dell’anima o del carattere. Di un’intelleginza affascinata dall’esattezza scientifica e dall’infinita indeterminatezza del reale, Ulrich si presta con ironia a questo infinito gioco di dissimilazioni e inganni inscenato da una sempre più ambigua e conturbante realtà. Questa ironia che spesso diventa esilarante, accompagnando le ambivalenze di ogni ideologia incarnatasi nelle contraddizioni dei personaggi e nel loro goffo tentativo d’incrociare valori che per loro stessa natura risulteranno incompatibili: amore e affari in Arnheim, anima e politica in Diotima, genio e conformismo in Walter, trasgressione e moralismo in Bonadea, pacifismo e militarismo in Feuermaul, idealismo e mito in Hans Sepp e via di seguito, in un camionario incrementabile all’infinito.

Ma l’ironia di Musil, e quindi del suo alter – ego Ulrich, viene meno e si arrende di fronte a quelle figure che rifiutano questa grottesca congiunzione di valori incompatibili, negando il dominuo dei valori del mondo oggettivo e assolutizzando l’elemento soggettivo, con una violenza proporzionale alle loro convinzioni. Qui l’ironia diventa pena non compassionevole, angoscia a tratti disumana: l’Io di ognuno, pur di leggittimare le sue convinzioni, sfocia in crudeltà nei confronti degli altri, o addirittura su se stesso: pena nei confronti della giovane ebrea Gerda, nei confronti di Clarisse, o desolante angoscia verso quel capolinea della follia raggiunto dall’omicida sessuale Moosbrugger.

Si potrebbe parlare all’infinito di un’opera come L’uomo senza qualità. Ciò che resta a noi e subirne la sua potenza, la sua abbagliante complessità, la sua camaleontica natura. Al pari dell’opera di Proust, di Celine, di Kafka, di Joyce. Se Dante fu la summa della cultura del Medioevo, Musil resta un’enciclopedica biblioteca di certezze, morte ancor prima di nascere.

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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