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Scritto il 11 agosto, alle 09 : 26 AM
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“Il Processo” (F. Kafka)

“Il Processo” (F. Kafka)

Kafka è lo scrittore del contrario, dell’assurdo, dell’insufficienza della vita, della difficoltà, innaturalezza dell’esistenza, delle odissee effimere di individui che, trasformati in essere ributtanti e mostruosi, perdono la casa, la memoria e l’identità, avviandosi verso un rarefatto quanto grottesco oblio.  Ed è uno dei pochi scrittori, uno dei pochi grandi, grandissimi della letteratura tedesca e di tutta la cultura europea che illumina il cuore del lettore tramite vampate improvvise di stile, frammenti, illuminazioni dirompenti del suo pensiero. Tra rimandi, ritardi, manoscritti salvati ed altri incendiati, Kafka ha lasciato ai posteri una pila di scarti piuttosto che una raccolta di scritti organici, tranne forse una manciata di racconti affidati al suo amico nonché curatore della sua opera postuma, quel Brod che merita, forse più di Kafka stesso, la nostra totale gratitudine.

Un critico come De Sanctis non potrebbe mai rendere giustizia ad uno scrittore come Kafka, alla sua natura di reietto e di randagio poeta dell’esistenza, umiliato ed offeso. Questa colonna d’Ercole della letteratura moderna. Uno scrittore che ha come protagonisti ideali dei solitari, come affermava Adorno dei nuovi Robinson in balia del destino, naufraghi in un mondo cupo e senza senso, dalla natura inesplicabile. Scrittore che, sentendosi servo della sua arte, o schiavo della propria condizione di uomo, si definiva figlio inadatto a diventare padre,  pur di rappresentare la vita e l’amore lontano da essi, a spese della loro umanità. << Io non sono un uomo >> scriveva a Félice Bauer, scegliendo l’ombra, l’assenza, la dissimulazione, la sottrazione al vivere, la cancellazione e la negazione di sé.

In un passo citato da Canetti, Kafka descrive se stesso sdraiato, disteso sul fondo di una barca a Praga, guardato dagli altri che, passando sul per il ponte, godono di una posizione di dominio, come se un avvoltoio volteggiando stesse guardando la sua preda ormai incolume e senza più difese.

Così disteso provai le gioie del declassato

Il declassato quindi è colui a cui non dispiace tale condizione di passività, ma anzi ne ricava godimento perché tale condizione gli permette di eludere ogni confronto, quindi si nega volontariamente di misurarsi e di affermarsi (Magris). Quindi, in ultima analisi, è il debole che cerca e trova nella sconfitta la propria libertà.

A dare senso ad una realtà trasformata in mostruosa pantomima è Kafka con le sue costruzioni assurde che si antepongono ad una realtà di per se ancora più assurda, che hanno per legge l’incomprensibilità, l’ineffabilità, l’impenetrabilità. Sono una burocrazia irraggiungibile, una tremenda colonia penale, una mitico – religiosa dei costruttori della muraglia cinese, la tana – labirinto che soffoca la talpa, il brulichio che si assiste all’interno dell’albergo di America, o il tribunale invisibile de Il Processo.

Tale poetica trova forse la sua massima rappresentazione proprio nell’opera Il Processo, pubblicata postuma nel 1926. La lettura di tale romanzo lascia mutati: saturo d’infelicità e poesia, sembra di uscire più tristi e consapevoli allo stesso tempo. Josef K. è perseguitato da una colpa non commessa, condannato senza alcuna procedura ufficiale, e turbato da alcuna motivazione se non quell’unica inspiegabile e tremenda, perché tale motivazione non gli verrà mai rivelata, fino alla fine. Impiegato di banca con una solida posizione dirigenziale, egli rifiuta in principio l’arresto, per poi rendersi conto non altro che è il primo segno di una rottura inamovibile nella sua esistenza, scandita da quelle abitudini che lacerano, come un fragile tessuto, quelle certezze apparenti che con cura e fatica riteneva oramai consolidate. Quindi all’improvviso, quasi dalle caratteristiche illusorie di un giudizio divino, l’assurdo irrompe e scuote la monotona routine quotidiana, diventando espressione ultima di quell’alternativa che Josef aveva sempre cercato, ma dalla quale alla fine non riuscirà più a liberarsi. Fino a quando questo eroe moderno non andrà incontro al suo destino.

Non si è mai certi durante la lettura se il protagonista possa ad un certo punto liberarsi dalla condanna, come se inoltrarsi in fondo all’opera non sia altro per noi che una ricerca disperata e masochistica di una conclusione già conosciuta, percepita, o addirittura – mai tesi è meno assurda nell’affrontare un’opera di Kafka – già vissuta.

Le ultime parole del protagonista saranno << Come un cane >>. Accolta con un senso di vergogna, la decisone ultima del protagonista non è solo una feroce protesta contro la disumanizzazione del tribunale – intesa come decisione dalle pretese umane con motivazioni che non hanno alcuna pretesa, perché inumane – ma anche l’estremo, disperato tentativo di assolvere il protagonista :

Gli sembrava che soltanto la sua vergogna gli sopravvivesse.

Ecco che giunge pacata e terribile allo stesso tempo la scena del Duomo, l’ultima. Solennemente, come una preghiera, i carnefici avanzano e si fanno fautori del destino del protagonista. E forse dell’umanità intera.

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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